Amare è aiutare a crescere

La carità educativa vede le possibilità di un giovane e lo accompagna a metterle in gioco. È la quarta parola del nostro cammino attraverso «Segni del suo amore».

Pavel Danilyuk Pavel Danilyuk

Un ragazzo si offre di guidare un gioco durante il pomeriggio in oratorio. Parte con entusiasmo, ma spiega le regole troppo in fretta. I bambini si confondono, qualcuno protesta e il gioco si interrompe. L’educatrice che lo affianca potrebbe riprendere tutto in mano. Invece si avvicina e gli suggerisce di ricominciare con due regole semplici e una prova pratica. Lui ci riprova. Alla fine, insieme, parleranno di ciò che ha funzionato e di quello che può migliorare.

In una situazione come questa, educare significa vedere nel ragazzo più del suo primo tentativo. L’educatrice prende sul serio la sua responsabilità e lo aiuta a imparare da un errore. Gli resta accanto mentre fa un passo che, da solo, forse non avrebbe avuto il coraggio di ripetere.

Nella prima lettera ai Corinzi, san Paolo descrive la carità con parole che riguardano da vicino ogni relazione educativa: è paziente, benevola, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, si rallegra della verità (cfr. 1Cor 13,4-6). Possiamo riconoscere questi atteggiamenti nel modo in cui accompagniamo un giovane. Serve pazienza per dargli tempo di imparare, benevolenza per cercare ciò che lo aiuta, rispetto per correggerlo senza umiliarlo. E serve amore per la verità: quando qualcosa non va, bisogna trovare il modo di dirlo.

Don Bosco ha costruito il suo sistema preventivo su una relazione viva tra educatori e ragazzi. Gli stavano a cuore le loro possibilità, i loro desideri e le loro difficoltà. Cercava di creare un ambiente nel quale potessero sentirsi accolti e imparare a scegliere il bene. In questo ambiente, la presenza dell’educatore ha un compito preciso: conoscere i giovani, proporre, accompagnare, intervenire quando serve.

È una sfida attuale. In un gruppo, per esempio, alcuni ragazzi ricevono facilmente incarichi perché sono esperti e affidabili. Altri hanno meno occasioni di provare. Dare fiducia a questi ultimi richiede tempo: occorre capire quale compito possano assumere, spiegare che cosa ci si aspetta, rimanere disponibili e poi ascoltare come è andata. A volte faranno bene. Altre volte sbaglieranno. Anche un errore può diventare educativo, se qualcuno li aiuta a leggerlo e a ripartire.

Questo vale anche fuori dall’oratorio. Un insegnante educa quando riconosce la fatica di uno studente e gli indica un modo per migliorare. Un allenatore educa quando aiuta chi resta spesso in panchina a trovare il proprio posto nella squadra. Un genitore educa quando affida una responsabilità adeguata all’età di un figlio e gli dà la possibilità di portarla fino in fondo. In ciascuno di questi casi, la cura si esprime attraverso una richiesta: prova, io credo che tu possa crescere.

Anche i giovani possono riconoscere chi li sta aiutando a crescere. Non sempre è la persona che dice di sì a ogni proposta. A volte è chi fa una domanda difficile, richiama un impegno preso o invita a riprovare dopo una delusione. Può valere la pena ascoltarla e raccontarle che cosa si sta vivendo. L’educazione ha bisogno della partecipazione di entrambi.

Per questa settimana possiamo fare un esercizio. Se siamo educatori, pensiamo a un giovane al quale affidiamo raramente qualcosa: quale piccolo compito potremmo proporgli, accompagnandolo davvero? Se siamo giovani, pensiamo a una capacità che vorremmo sviluppare e chiediamo a qualcuno di aiutarci a fare il primo passo. La crescita comincia spesso da una fiducia offerta e accolta.
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Per i giovani: c’è una responsabilità che vorresti provare ad assumere? A chi potresti chiederla?
Per gli educatori: quando un ragazzo sbaglia, gli offriamo un modo concreto per riprovare?
Per approfondire: la scheda «Educazione» e la proposta pastorale «Segni del suo amore».

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