Un nome, non un numero

Nella Giornata mondiale dei poveri, papa Leone XIV ci invita a diventare rifugio per chi è lasciato ai margini. Perché nessuno ha bisogno soltanto di qualcosa da ricevere, ma anche di qualcuno che lo riconosca, lo ascolti e lo chiami per nome.

Emil Kalibradov Emil Kalibradov

Lo incontriamo spesso davanti al supermercato. È seduto vicino all'ingresso, con qualche sacchetto accanto e un bicchiere nel quale raccoglie le monete. A volte qualcuno si ferma e lascia qualcosa. Altri passano velocemente, guardando il telefono o cercando di non incrociare il suo sguardo.
Forse ci siamo abituati alla sua presenza. Sappiamo che è lì, ma non sappiamo come si chiama, da dove viene, dove trascorre la notte o che cosa desidera per il proprio futuro.

Eppure ha un nome. Ha una storia che non conosciamo, persone che ha amato, esperienze che lo hanno segnato, capacità che forse non ha più occasione di utilizzare. Non sappiamo quali scelte, difficoltà o ingiustizie lo abbiano portato a vivere in quella condizione. Sappiamo soltanto ciò che vediamo.
Il rischio è proprio questo: convincerci di conoscere una persona perché conosciamo la sua povertà.

Domenica 15 novembre si celebra la X Giornata mondiale dei poveri, voluta da papa Francesco e celebrata ogni anno nella penultima domenica dell'anno liturgico. Il tema scelto da papa Leone XIV per il 2026 è tratto dal Salmo 14: «Il Signore è il rifugio del povero».
Una frase che può sembrare consolante, ma che contiene anche una domanda esigente: se Dio è rifugio per chi è povero, le nostre comunità sono davvero luoghi nei quali una persona in difficoltà può trovare protezione, ascolto e dignità?

Siamo abituati a parlare di povertà attraverso i numeri. Contiamo le famiglie che non arrivano alla fine del mese, le persone senza dimora, i bambini che vivono in condizioni di privazione, coloro che non riescono a pagare le bollette o ad affrontare una spesa imprevista.
I dati sono importanti. Permettono di comprendere la dimensione dei problemi, individuare le disuguaglianze e chiedere alle istituzioni risposte adeguate.
Ma un numero non racconta tutto.

Non racconta la vergogna di un genitore che non riesce a comprare il materiale scolastico ai figli. Non descrive la fatica di un ragazzo che rinuncia a una gita perché sa che in famiglia mancano i soldi. Non mostra la solitudine di una persona anziana che vive con una pensione insufficiente e non ha nessuno a cui rivolgersi.
La povertà non ha sempre il volto che immaginiamo. Non riguarda soltanto chi dorme per strada o chiede aiuto davanti a una chiesa. Può abitare nello stesso condominio, sedersi nel banco accanto al nostro o nascondersi dietro una famiglia che cerca in ogni modo di non mostrare le proprie difficoltà.
A volte non ce ne accorgiamo perché siamo abituati a riconoscere la povertà soltanto quando diventa evidente.
Altre volte preferiamo non vedere, perché incontrare davvero una persona povera significa accettare che la sua vita ci interpelli.

Anche l'ambiente digitale, osserva il Papa, può rafforzare i pregiudizi e aumentare l'indifferenza.
Basta leggere alcuni commenti sui social. Chi vive in strada viene accusato di non voler lavorare. Chi chiede un aiuto economico viene giudicato incapace di amministrare il denaro. Chi riceve un sostegno pubblico viene talvolta considerato automaticamente un approfittatore.

Dietro la povertà possono esserci la perdita del lavoro, una malattia, una separazione, un affitto diventato insostenibile, una disabilità, l'assenza di una rete familiare o una successione di difficoltà che una persona non è riuscita ad affrontare da sola.
Giudicare dall'esterno è facile. Comprendere richiede tempo.

Possiamo organizzare una raccolta alimentare senza aver mai ascoltato chi riceverà quei prodotti. Possiamo distribuire vestiti senza conoscere i desideri delle persone che incontriamo. Possiamo dedicare un pomeriggio al volontariato e tornare a casa senza aver imparato il nome di nessuno.
Sono attività che possono rispondere a bisogni reali e importanti. Ma l'aiuto materiale, da solo, non esaurisce l'incontro.

Una persona ha bisogno di mangiare, vestirsi e avere una casa. Ha bisogno anche di essere riconosciuta, di poter esprimere la propria opinione, di partecipare alle decisioni che la riguardano e di non sentirsi continuamente definita da ciò che le manca.

Nel Vangelo di Luca, Gesù racconta la parabola di un uomo ricco che vive ogni giorno nell'abbondanza e di un povero, Lazzaro, che giace davanti alla sua porta, desideroso di sfamarsi con ciò che cade dalla tavola.
Il ricco possiede tutto ciò che gli serve per vivere comodamente. Lazzaro, invece, è coperto di piaghe e non ha nemmeno il necessario.
Ma nel racconto accade qualcosa di sorprendente: il povero ha un nome, il ricco no.

Papa Leone XIV richiama proprio questa particolarità nel suo messaggio, ricordando una riflessione di sant'Agostino. Il nome del ricco, probabilmente conosciuto e rispettato da tutti, non viene ricordato. Il nome di Lazzaro, che gli uomini ignoravano, è custodito nella Parola di Dio.
Nella società spesso ricordiamo chi possiede, chi comanda, chi ha successo e chi riesce a farsi notare. Conosciamo i nomi dei personaggi famosi, seguiamo le loro vicende e ascoltiamo le loro opinioni.
Chi non ha potere, denaro o visibilità rischia invece di scomparire.
Nel Vangelo accade il contrario. Dio conosce il nome di chi gli altri non vedono.
Lazzaro è vicino, ma per il ricco rimane invisibile.
Ed è proprio questa distanza che il Vangelo ci chiede di attraversare.
«Il Signore è il rifugio del povero». Ma che cosa significa concretamente essere un rifugio?
Quando pensiamo a questa parola, immaginiamo un luogo sicuro: una casa nella quale entrare, una porta che si apre, qualcuno che ci protegge quando fuori c'è pericolo.
Per chi vive una condizione di povertà, un rifugio può essere certamente un posto dove dormire, un pasto caldo, un servizio sanitario o un sostegno economico.
Ma il rifugio può essere anche una relazione. È la presenza di qualcuno che ascolta senza umiliare, che offre aiuto senza pretendere riconoscenza, che non considera la persona un problema da risolvere velocemente.

Quando Don Bosco iniziò a incontrare i giovani nella Torino dell'Ottocento, si trovò davanti a ragazzi segnati dalla povertà, dalla lontananza dalle famiglie, dal lavoro precario e dalla mancanza di opportunità educative.
Molti erano arrivati in città cercando un'occupazione. Alcuni vivevano situazioni difficili, altri rischiavano di essere sfruttati o finire ai margini della società.

L'Oratorio di Valdocco nacque anche come risposta concreta alla povertà giovanile, ma non fu soltanto un luogo di assistenza.
Fu una casa.
Questa intuizione rimane attuale nelle nostre comunità salesiane.
Un oratorio può essere un rifugio quando nessun ragazzo viene escluso perché non può pagare una quota. Una scuola può esserlo quando si accorge delle difficoltà economiche di una famiglia senza esporla alla vergogna. Un gruppo può esserlo quando trova il modo di rendere accessibili le proprie attività a tutti, senza lasciare indietro chi ha meno possibilità.

Anche i giovani possono imparare a tenere insieme queste dimensioni. Partecipare a una raccolta alimentare, conoscere il lavoro della Caritas, dedicare tempo a una mensa o sostenere un progetto educativo sono esperienze importanti. Lo è altrettanto informarsi, superare i pregiudizi, comprendere le disuguaglianze e chiedersi come contribuire a una società nella quale nessuno venga abbandonato.
Il primo passo, però, rimane spesso il più difficile: smettere di guardare da lontano.

E una comunità cristiana comincia davvero a diventare rifugio quando nessuno deve sentirsi invisibile per poter essere accolto.

C'è una persona che incontri spesso, ma della quale non conosci nemmeno il nome? Che cosa potrebbe cambiare se, invece di passare oltre, cominciassi a guardarla davvero?

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