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Un Muro non Basta

La Campagna di informazione “Un Muro non Basta” promossa dalla Ong VIS,Volontariato Internazionale per lo Sviluppo è pensata come un evento itinerante che possa toccare diverse città italiane. Vuole essere un'occasione di approfondimento della questione palestinese soprattutto per quanto riguarda l'edificazione della barriera di separazione nei Territori Occupati della Cisgiordania.


Un Muro non Basta

da Attualità

del 28 dicembre 2005

La campagna di informazione “Un Muro non Basta” promossa dalla Ong VIS, Volontariato Internazionale per lo Sviluppo è pensata come un evento itinerante che possa toccare diverse città italiane. Vuole essere un’occasione di approfondimento della questione palestinese soprattutto per quanto riguarda l’edificazione della barriera di separazione nei Territori Occupati della Cisgiordania.

Il progetto consiste in una mostra itinerante composta da 102 pannelli fotografici scattati in 8 località lungo il tracciato del muro, una decina di poster di campagne pacifiche di protesta di ONG palestinesi, delle mappe fornite dall'ONU che mostrano il tracciato del muro e la sua divergenza dalla Linea Verde e infine un video girato dalla cineasta norvegese Tone Andersen.

A dispetto del Parere Consultivo della Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja del 9 Luglio 2004 che dichiara il Muro contrario ai principi del Diritto Internazionale, la sua costruzione sta proseguendo ininterrottamente, siamo già oltre i 250 km, frammentando la vita sociale, politica ed economica della popolazione palestinese.

 

 

In dettaglio:

Pannelli fotografici: 102 / Dimensione min. 25X25 cm - Dimensione max. 200X80 cm

Pannelli informativi: 9 / Dimensioni 205X70 cm montati a prismi triangolari da tre.

Strutture espositive: 7 elementi a due facce; 2 elementi a tre facce.

Video proiettato su schermo

Poster di Ong palestinesi: 7.

Mappe dei Territori Palestinesi: 2.

SITO: link

 

Informazioni TECNICHE per gli enti ospitanti / 75 KB

Catalogo delle Fotografie / PARTE 1

Catalogo delle Fotografie / PARTE 2

 

 

Un Muro non basta…per nascondere un orizzonte alla sua terra

Sono bastati due colpi di vernice arancione per scrivere quattro parole: Un muro non basta. La scritta, semplice eppure carica di significati, si trova nella coda di un animale strano che ha il naso, o forse il becco, a forma di trapano. Si vede da lontano, quella scritta, sul Muro di Betlemme. Chi ha lasciato questa traccia non ha aggiunto altro. Tanti colori, e poche parole. Parole che aprono domande, che invitano a riflettere, che uniscono e dividono. Parole che sono diventate il titolo di un progetto.

Alla fotografia di quella scritta, scattata nel Febbraio 2005, ne sono seguite altre cinquecento: decine di metri di pellicola fotografica che raccontano centinaia di chilometri di Muro. Che poi si voglia chiamarla barriera o recinzione, la sostanza non cambia.

Gli olivi di Betlemme, i bambini del campo rifugiati di AIDA e di Shu’fat, gli studenti di Abu Dis, i commercianti di Ar-Ram, i militari del posto di blocco di Qalandiya, gli agricoltori di Qalqiliya, gli operai del cementificio di Tulkarem e i pastori di Jenin... Tutti conoscono il Muro. E lo vedono tagliare la terra dalla terra, dividere le case dalle case, allontanare le famiglie dalle famiglie.

E’ cominciato così, mosso dalla voglia di conoscere i perché di uno strumento di separazione tra i popoli che sembrava sepolto nel secolo scorso, un lungo viaggio accanto al Muro che ha toccato otto località, dal nord al centro-sud della Cisgiordania.

Il punto di partenza è Betlemme, dove il Muro stende le sue spire di cemento a partire dall’Ospedale pediatrico della Caritas svizzera fino alla municipalità di Beit Jala. Decine di blocchi alti quasi nove metri sono disposti l’uno accanto all’altro, impenetrabili. Si vedono tanti graffiti, soprattutto nell’area intorno al cancello di entrata, ma i loro colori non macchiano il grigio che si spinge in alto, verso il cielo. In cima ad ogni blocco c’è un foro che è servito, un giorno di qualche tempo fa, al gancio della gru che lo ha depositato sul terreno. Sembra un piccolo oblò per guardare fuori, ma è troppo in alto e nessuno ci può arrivare, né da una parte, né dall’altra. In basso, invece, c’è il sudore degli operai palestinesi che lavorano nel cantiere.

Il campo rifugiati di AIDA è poco distante dal centro di Betlemme. Ci vivono circa 10mila persone, ormai alla terza generazione dopo la Naqba del 1948. La strada corre accanto al Muro, tocca il cortile di una scuola e sale verso la collina. Grossi cassonetti blu delle Nazioni Unite raccolgono i rifiuti del campo, che restano sparpagliati anche fuori, sulla polvere. C’è un vecchio signore che ogni giorno porta al Muro la sua sedia, e si ferma a pensare, con gli occhi che guardano le mani antiche. La sua terra, ricca di olivi, è dall’altra parte del cemento, ormai nella cintura della Grande Gerusalemme. Gli hanno detto che riceverà un permesso per raggiungerla, ma ancora non sa quando, né come.

Il campo di calcio dell’università di Al-Quds, nella cittadina di Abu Dis, è un ampio spazio di terra battuta. Ci sono le porte, e anche le strisce di gesso che segnano le diverse zone di gioco. I ragazzi vengono qui ad allenarsi, a organizzare tornei di calcio e a raccontare storie con la schiena appoggiata contro il Muro, aspettando la sera. Dall’alto della collina si vede la Cupola della Roccia, sulla Spianata delle Moschee. E’ sempre più lontana, a ovest del Muro, ma il suo bagliore vince la distanza. Un gruppo di giovani artisti messicani ha usato il cemento come una tela per raffigurare diverse immagini: il volto di Che Guevara, l’Urlo di Munch, una colomba. Sono tracce colorate che fanno storcere il naso di chi vorrebbe il Muro completamente spoglio di ogni decorazione, nudo nella sua natura ostile al diritto internazionale. Ma sono anche segni di vita, messaggi di speranza lasciati da chi ha toccato con mano la realtà palestinese, e non l’ha dimenticata.

Il quartiere di Ar-Ram, a nord della città vecchia di Gerusalemme, brulica di movimento. Taxi, furgoni, veicoli militari, camioncini e automobili di ogni modello intasano la strada principale dalle prime ore del mattino fino a sera. Il Muro, qui, è una cicatrice che taglia la città. A un certo punto, oltre l’ultimo posto di blocco israeliano, si apre un varco di qualche metro. Uomini e donne di tutte le età, spesso carichi di borse e cassette di frutta, lo attraversano per raggiungere il pezzo di marciapiede dove cercheranno di vendere qualcosa. Ma ci sono anche tanti bambini che tornano da scuola e signori in giacca e cravatta sulla via dell’ufficio, quasi incuranti del caos metropolitano che li circonda.

Il posto di blocco di Qalandiya è un luogo senza nome, senza tempo, senza padrone. Migliaia di persone lo consumano giorno dopo giorno, alle prese con un percorso ogni volta più complicato. Il rumore sordo dei clacson riempie l’aria, mentre la gente si muove verso Gerusalemme, oppure verso Ramallah. C’è chi prepara del the alla menta, chi del caffè, e chi stende sull’asfalto le sue merci: frutta, biancheria, libri, occhiali da sole, noccioline. Una lunga fila di taxi gialli aspetta i viaggiatori: partiranno solo quando ogni sedile sarà occupato, e allora si metteranno in marcia per raggiungere i frammenti palestinesi del nord, dell’est e del sud. A Qalandiya c’è ancora la vecchia pista dell’aeroporto di Gerusalemme, una lunga striscia di asfalto bianco. Oggi non la usa più nessuno. Ma accanto alla pista corre il Muro, che non riesce a nascondere le case e le moschee di Ramallah. Dall’altro lato ancora graffiti, segni di pace e libertà. Questi li ha realizzati un artista inglese che si è divertito a immaginare un bambino con una paletta da spiaggia che riesce ad aprire una immensa crepa nel Muro. Il colore del cielo, nel disegno, è perfettamente intonato a quello del cielo reale. Ma l’illusione genera sorrisi amari: sotto lo strato di vernice azzurra ci sono placche di cemento armato.

Simile a una prigione medioevale, Qalqiliya è completamente circondata da un anello di cemento. I blocchi del Muro, più larghi e scanalati di quelli di Betlemme, si alzano a pochi metri dalle serre e dai campi coltivati. Anche qui si vede qualche disegno, che però non riesce ad allentare l’atmosfera di un luogo chiuso, sigillato. Alcuni contadini preparano la terra per la semina. Ce ne sarebbe ancora, dall’altra parte, ma non è facile raggiungerla. I cancelli a sud della città si possono attraversare solo per poche ore al giorno, secondo l’umore dei soldati. I permessi di passaggio sono temporanei e se la terra rimane incustodita, rischia di passare direttamente al demanio dello Stato israeliano. Intanto, crescono le arance sugli alberi di Qalqiliya. Ma non potranno arrivare sui banchi dei mercati fuori città.

Il Muro di Tulkarem è vecchio, scuro, rugoso. Si vede che è lì da qualche anno. Ma è vivo. Il sistema di sicurezza funziona da tempo, le torri di guardia sono sorvegliate e le pattuglie militari coprono le piste di servizio. Qui non è possibile avvicinarsi al cemento, c’è una matassa di filo spinato che blocca il passaggio. Dall’altro lato, invece, un terrapieno guarnito di aiuole, per non offendere il paesaggio.

Infine, Jenin. Una città difficile, sofferta e sofferente. Una città colpita più volte, che ha colpito più volte. Una città abituata ai fucili e ai bulldozer, alle pietre e agli elicotteri. Eppure, anche qui, ci sono bambini che giocano tra le macerie del campo rifugiati raso al suolo nel 2002. Bambini che non hanno deciso che fare, nell’attesa inconsapevole, forse, che la vita decida per loro. Nelle campagne a nord di Jenin, come nella maggior parte delle aree rurali, il Muro assume la forma di una barriera metallica difesa da un sistema di trincee, piste di sabbia e ostacoli di filo spinato. Il Muro, qui, corre lungo la Linea Verde dell’armistizio del 1949. Una linea che non marca un confine internazionale, ma che è il frutto di un negoziato tra due potenze belligeranti e che per questo è considerata un riferimento importante dall’intera comunità internazionale. Oltre la barriera, si vedono i campi della Galilea, ben più verdi di quelli della Samaria.

Le fotografie raccolte lungo il tracciato del Muro sono diventate il punto di partenza del progetto “Un muro non basta” nel maggio 2005. Nei mesi successivi le immagini sono state selezionate con l’aiuto di Steve Sabella, fotografo palestinese che ha curato personalmente l’elaborazione digitale e la stampa dei 101 pannelli fotografici. Ogni pannello riporta, nell’angolo in basso a destra, un numero che indica la località della fotografia, in modo da poterla individuare sulla mappa delle Nazioni Unite.

Oltre che attraverso le immagini, i messaggi del progetto passano attraverso i testi di una serie di pannelli informativi, disposti a una certa distanza l’uno dall’altro. E’ un modo per comunicare che bisogna camminare molto, sul terreno, per conoscere i molteplici aspetti della questione Muro.

Inoltre, uno spazio della mostra è riservato alla proiezione di un cortometraggio realizzato dalla cineasta norvegese Tone Andersen, che ha scelto di lavorare come freelance nei Territori Occupati.

Durante l’estate il progetto è stato presentato a numerose organizzazioni non governative palestinesi, italiane, israeliane e internazionali, allo scopo di raccogliere un sostegno quanto più ampio e diffuso possibile. Alcune organizzazioni palestinesi hanno deciso di sostenere la campagna con un contributo economico oppure con materiale documentario, che possiedono un valore estremamente significativo. Il contesto palestinese è stato abituato, negli anni, a ricevere dalla comunità internazionale un sostegno economico inversamente proporzionale al sostegno giuridico e politico. Il progetto “Un muro non basta”, nei limiti delle sue possibilità, tenta di muoversi in direzione opposta, coinvolgendo la società civile palestinese nell’allestimento di una campagna che vuole contribuire a documentare i fatti sul terreno con chiarezza, rigore e, soprattutto, buona fede.

Il progetto cerca di arricchire il dibattito sul conflitto israelo-palestinese con un punto di vista che appare decisamente trascurato dai canali d’informazione principali, in occidente. Le violazioni del diritto umanitario prodotte dal Muro sulla vita di centinaia di migliaia di persone - oltre al suo impatto devastante sulle prospettive di formazione di uno Stato palestinese - debbono essere percepite in tutta la loro gravità, anche alla luce del parere consultivo rilasciato dalla Corte Internazionale di Giustizia.

Il progetto parla del Muro senza alcuna pretesa di stabilire torti o ragioni universali, senza farsi offuscare da una passionalità rabbiosa. Ne parla per affermare il diritto ad un’informazione completa, per gettare luce su uno dei nodi che alimentano la tensione moderna tra oriente e occidente, per rivendicare il potere della società civile di essere partecipe e consapevole.

Un muro non basta per risolvere il conflitto, non è la chiave giusta. Sono in tanti, da una parte e dall’altra, a trovarsi d’accordo su quelle quattro parole arancioni. E allora, forse, potremmo partire da loro per costruire un vero dialogo di pace.

 

Anatomia di un Muro

Il tracciato del Muro di separazione, rivisto e approvato dal governo israeliano il 20 febbraio 2005, misura 670 km, oltre il doppio della lunghezza della Linea Verde22. Questa differenza si spiega col fatto che il percorso del Muro intende circoscrivere i tre principali insediamenti israeliani nella West Bank: Ari’el/Emmanuel al nord, Ma’ale Adumim al centro e Gush Etzion al sud. La costruzione del Muro in queste aree sarà nuovamente esaminata dal governo israeliano prima dell’avvio dei lavori.

L’ultima versione del tracciato ricalca la Linea Verde per il 20% del suo percorso.

Al 31 agosto 2005, sono stati costruiti circa 250 km di Muro, soprattutto nel nord ovest della Cisgiordania, intorno a Ramallah e nelle periferie di Gerusalemme e Betlemme.

Il Muro assume forme diverse a seconda del territorio che attraversa: nelle aree rurali la struttura è quella di una barriera larga fino a 80 metri, composta da una serie di elementi disposti in successione: filo spinato; trincea profonda 2,4 metri; pista di pattugliamento in terra battuta; barriera metallica alta 3 metri; striscia di sabbia fine per il rilevamento delle impronte; strada di pattugliamento asfaltata, seconda striscia di sabbia fine per il rilevamento delle impronte; filo spinato; sistema di video sorveglianza.

La barriera e’ provvista di 63 cancelli per il passaggio da una parte all’altra. A marzo 2005 solo 25 di questi cancelli erano aperti, per qualche ora al giorno, ai Palestinesi muniti di permesso.

Nelle aree urbane, dove il sistema sopra descritto non è realizzabile per ragioni di spazio, il Muro è costituito da una serie di blocchi di cemento armato, alti da 6 a 9 metri. I blocchi, provvisti di un basamento che viene interrato, possono essere incastrati l’uno accanto all’altro per assecondare le caratteristiche topografiche dell’ambiente e snodarsi lungo il percorso stabilito.

Il Muro in cemento armato rappresenta circa il 5% della struttura costruita finora, ma è quello che produce l’impatto più gravoso sulla popolazione palestinese, dal momento che attraversa zone densamente popolate.

La Commissione Economica della Knesset, il parlamento Israeliano, ha stimato il costo totale dell’opera in 3.5 miliardi di dollari, equivalenti a 4.28 milioni di Euro al chilometro24.

Il Ministero della Difesa israeliano ha quantificato il materiale necessario per la costruzione della barriera attualmente operativa: per coprire una lunghezza di 225 km sono serviti 1 milione di metri quadrati di asfalto, 225mila travi di cemento, 67mila pali, 600mila metri quadrati di rete metallica e 3 milioni di metri di filo spinato25.

Ventidue imprese sono attualmente impegnate nelle diverse fasi della costruzione del Muro. In particolare, gli appalti per la costruzione del sistema di sicurezza installato lungo il Muro sono stati assegnati a tre aziende specializzate:

- Magal Security Systems – Israele - www.magal-ssl.com  

- Elbit Systems – Israele - www.elbitsystems.com  

- Detection Security Company Inc.– Stati Uniti - www.detectionsecurity.net  

Per quanto riguarda il cemento utilizzato per i blocchi del Muro, il giro di affari legato alla compravendita di questo materiale ha sollevato accese polemiche, non ancora sopite in Palestina. In particolare, secondo quanto riportato da Mara Gergolet sul Corriere della Sera del 29 luglio 2004, 420mila tonnellate di cemento sarebbero state importate dall’Egitto nei Territori Palestinesi, e da qui rivendute alle imprese israeliane. Cinque compagnie palestinesi sarebbero coinvolte in queste operazioni, che avrebbero fruttato circa 5,6 milioni di dollari. Non si escludono relazioni tra queste compagnie ed esponenti di primo piano dell’elite politica palestinese. Su iniziativa del deputato palestinese Hassan Khreishe, il Consiglio Legislativo dell’Autorità Palestinese ha istituito una commissione d’inchiesta, che dopo sette mesi di lavoro ha prodotto un rapporto. Ma i contorni della vicenda non sono stati ancora chiariti.

Le operazioni di movimento terra per la costruzione del Muro sono effettuate con mezzi prodotti dalla Caterpillar Inc, Illinois, USA. A partire dal 1967 il governo israeliano ha utilizzato materiale Caterpillar per demolire circa 7000 abitazioni palestinesi, lasciando senza casa circa 50.000 persone27. I mezzi più utilizzati sono bulldozer di tipo D9 e D10, equipaggiati con armature blindate prodotte dall’Industria Militare Israeliana, IMI28.

Il Ministero della Difesa, inoltre, informa che la squadra dei pianificatori del Muro comprende alcuni architetti del paesaggio che hanno prestato la loro consulenza per ridurre al minimo l’impatto ambientale della struttura.

Lo stesso Ministero precisa che “il pensiero ‘verde’ [che è stato preso in considerazione durante la costruzione del Muro] si è manifestato in una operazione speciale effettuata in una zona dove cresce una pianta unica. Migliaia di bulbi di Iris sono stati prelevati dal percorso della Recinzione di Sicurezza e trapiantati altrove, al fine di conservare la bellezza dell’Iris29”.

Muro, Barriera, o Recinzione?

Il parere consultivo della Corte Internazionale chiarisce anche la terminologia corretta per descrivere la struttura variamente identificata come Muro, Barriera o Recinzione.

Recita il paragrafo 67 del Parere Consultivo: “Il ‘Muro’ in questione è una costruzione complessa ed il termine ‘Muro’ non può essere inteso in senso puramente fisico. In ogni caso, gli altri termini utilizzati da Israele (Recinzione) e dal Segretario Generale delle Nazioni Unite (Barriera) non sono più accurati, se intesi in senso puramente fisico. Pertanto, nel suo parere, la Corte ha deciso di utilizzare il termine scelto dall’Assemblea Generale, [cioè ‘Muro’]”.

 

VIS

http://unmurononbasta.bethlehem.edu/index.html

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