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Se lo psichiatra incontra l'anima

"È una disperazione, è un caos. Dottore, mi fac¬≠cia morire. Non mi faccia più soffrire". Parole, mai dette e mai ascoltate, che stanno dietro tragedie della cronaca. La follia è fondamentalmente, oltre ad un'esperienza di dolore, a un arricchimento, un sentire assoluto delle passioni, un esprimersi delle anime più sensibili.


Se lo psichiatra incontra l’anima

da Quaderni Cannibali

del 26 novembre 2012

 

Se lo psichiatra incontra l'anima

Dentro la zona d’ombra, dai sempre incerti confini, in cui l’angoscia esistenziale si fa depressione, malattia; nelle acque carsiche che alimentano, insieme, follia e genio creativo; e, ancora, nell’incenerito deserto del nulla, che pure nei grandi mistici si alterna, misterioso, all’irruzione del divino. L’ul­timo lavoro di Eugenio Borgna audacemente esplora queste ter­re di mezzo, i limbi che la psichiatria dominante oggi o ignora, o cerca di ricomporre soltanto con gli psicofarmaci: come at­tribuendo queste zone oscure puramente a disordini nel dialo­go neuronale, a malfunzionamenti di quell’hardware che è il cervello.

Chi conosce e ama Borgna sa di questa sua abitudine a inoltrarsi per strade poco battute, nella certezza comunque che la follia è una 'forma', una Gestalt, e non soltanto un di meno, un gua­sto, che rende chi ne è toccato improduttivo e dunque inutile. Questa volta, in un testo com­plesso ma ricchissimo, lo psichiatra affronta in­nanzitutto la questione del dolore, del lancinante dolore della psicosi, di tutti, il più incomunica­bile.          

Lo fa attraverso le parole delle sue pazienti. Di An­na, la madre di famiglia caduta in depressione psicotica: «I bambini vengono a casa, e io non so più cosa fare. Non bolle più nemmeno l’acqua. È una disperazione, è un caos. Dottore, mi fac­cia morire. Non mi faccia più soffrire». Parole, mai dette e mai ascoltate, che stanno dietro cer­te, frequenti, tragedie della cronaca. (Ma questa volta almeno un medico, un uomo, c’era, ad ascoltare e a fermare il desiderio del nulla). Oppure Borgna racconta «la danza febbrile degli sguar­di» di Angela e Valeria, sorelle adolescenti, entrambe strappate alla giovinezza e andate lontano, nell’esilio della schizofrenia.          

L’autore ricorda la confessione di Jung, che scrisse:«Solo al di là del cervello, al di là del substrato anatomico v’è ciò che per noi è importante, vale a dire l’anima, entità da sempre indefinibile, e che continua a sfuggire anche ai più abili tentativi di afferrar­la ».Ammettendo onestamente che la psichiatria sta ancora da­vanti a una porta chiusa, e «cerca invano di impadronirsi dei me­todi di misura e valutazione delle scienze naturali».          

L’anima? È raro oggi che uno psichiatra pratichi questa parola. Borgna lo fa, uscendo dai recinti stretti del pensiero dominan­te. E laicamente ci ricorda quella che per i cristiani è una virtù, e per i non credenti un trascurato dovere: quello della speran­za: «Se non riusciamo a mantenere viva in noi una scintilla, o almeno una goccia, di speranza quando ci incontriamo con chi ha perduto la speranza ne rendiamo definitiva la scomparsa». Il libro percorre poi il sottile crinale che divide a volte follia e ge­nio creativo; ne porta innumerevoli testimonianze, dai versi di Rilke a quelli di Hölderlin o di Emily Dickinson.          

Ma ancora più affascinanti sono le pagine dedicate al misterio­so incrociarsi di sofferenza interiore e esperienza mistica. Ma­ria Zambrano affermò che la prima caratteristica del mistico è «una solitudine senza pari, un’incomunicabilità che gli conver­te in cenere il sapore della vita». Eppure, annota lo psichiatra, in quella solitudine desertica il mistico si apre all’infinito. L’ultima parte del libro affronta le alte maree di oscurità delle 'notti del­l’anima' di Teresa d’Avila («Una tristezza così profonda, un co­sì accorato e disperato dolore, che non so come esprimerlo. Di­re che è come un sentirsi continuamente strappare l’anima è po­co »). Entra nel buio agonico delle lettere di Teresa di Calcutta: «Sorridere tutto il tempo… Se solo sapessero… come la mia gioia è il mantello con cui nascondo il vuoto e la miseria». O, in modo ancora più lacerato: «Il posto di Dio nella mia anima è vuo­to: non c’è Dio in me». E Borgna qui dà la parola a Bernanos: «La gioia viene da una parte troppo profonda dell’anima perché le sue radici non siano immerse nella tri­stezza, che è la sostanza dell’uomo da quando ha perduto il paradiso». La malinconia e forse an­che l’aspra sofferenza psicotica, come forme di­verse, frammenti spezzati di una mancanza, di una confusa percezione di esilio? Romano Guar­dini, ricorda Borgna, definì la malinconia «no­stalgia dell’infinito». Voce alta e solitaria, quella dell’autore, dentro un tempo di «comunicazio­ne febbrile e angosciante», di rumore incessan­te che ci aliena da noi. E, l’antidoto? Lo psichia­tra scrive di una necessaria 'comunità di destino': «Il destino originario dell’essere umano è quello di vivere insieme agli al­tri. Noi siamo gettati nel mondo, e solo se nasce una alleanza fra noi e gli altri da noi riscopriamo quello che noi siamo».          

Il libro si conclude con parole che somigliano a una preghiera: «Mi si dia un cuore libero dalla impazienza e dalla noncuran­za »,perché oggi «ascoltare l’altro, ascoltarne senza fine il di­scorso frantumato, è considerata cosa inutile, e non degna di u­na psichiatria che si considera portatrice di certezze: di certez­ze impossibili». E per noi, gente comune, sperduta spesso fra so­litudine e paura? Suona come una benedizione il Bernanos ci­tato nella penultima pagina: «La speranza si conquista. Non si va verso la speranza se non attraverso la verità: a costo di gran­di sforzi e di una lunga pazienza. Per incontrare la speranza è necessario essere andati al di là della disperazione».

Titolo: Di armonia risuona e di follia

Autore: Eugenio Borgna

Editore: Feltrinelli

Collana: Campi del sapere

 

 

 

 

E il vuoto si riempie nel faccia a faccia con Dio

          Filosofo, studioso di scienze naturali, psicologo, «gesuita dallo spirito penetrante», Joseph Maréchal (1878-1944) per oltre 50 anni si dedica allo studio di quella “faglia” nella quale confluiscono e si innervano mistica, metafisica e psicologia in un intreccio che lo studioso raccoglie in una formula suggestiva: «l’intuizione di Dio», «la“presentazione” attiva e assolutamente libera da parte di Dio» nella vita dell’uomo. Opera certosina e meritoria perché maturata, come sottolinea Domenico Bosco nell’introduzione, in un’epoca ancora impregnata di positivismo che si accosta con sospetto alla mistica, «riguardata come ciò che è fuori di ragione, irrazionale», contrapposto a quanto è ragionevole e razionale». L’indagine del gesuita belga investe un campo mobile, frastagliato, dai confini incerti che sembra, continua Bosco,«oscillare tra patologia, esaltazione morbosa, ispirazione (religiosa)». Quale è allora il senso dischiuso da un’esperienza segnata dal «trasparire del divino nell’intimità dell’esperienza» (Melchiorre), un’esperienza liminare che si esprime nella dialettica, nello scontro-incontro tra aridità e sazietà, dolore e consolazione, morte e resurrezione? Perché della mistica è proprio questo paradosso: l’abbandono a Dio confina con l’esperienza del vuoto della «notte oscura» (Giovanni della Croce), della «divina caligine» (Tommaso di Gesù).          

Un’intuizione lucidamente raccolta da Simone Weil che per catturarla ricorre al termine di de-creazione: «Accettare il vuoto. Si trova sotto molte forme.          

Sete, fame, castità nella ricerca di Dio. Forme sensibili di vuoto. Il corpo non ha altro modo di accettare il vuoto (avere fame, sete di Dio)». Nel decifrare «il faccia a faccia con l’eternità» che costituisce la cifra della mistica, il pensiero di Maréchal mira a salvaguardare «la libertà sovrana dell’iniziativa divina». È il movimento debordante della grazia a consentire al mistico l’accesso a un’esperienza totalmente altra, all’«intuizione dell’Essere Divino». La grazia, scrive il gesuita, «completa e corona la natura trasformando in un fine propriamente detto ciò che non era che un limite superiore e inaccessibile di una tendenza radicale». È la grazia che irrompe e rompe gli argini della coscienza:«L’intuizione di Dio suppone l’unione intima e immediata dell’Essere divino e dell’intelligenza umana; e tale sorta di influenza della passività creata sull’attività increata non è concepibile se non a effetto di una iniziativa piena di benevolenza, di una“presentazione” attiva assolutamente libera da parte di Dio». Autore: Joseph Maréchal

Editore: Morcelliana

Collana: Filosofia

 

Marina Corradi, Luca Miele

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