Sant'Artemide Zatti

13 novembre. Oggi ricorre la memoria liturgica.

Artemide Zatti nacque a Boretto (Reggio Emilia) il 12 ottobre 1880. Sperimentò presto la durezza del sacrificio, tanto che a nove anni già lavorava come bracciante. Costretta dalla povertà, la famiglia Zatti emigrò in Argentina, quando Artemide era adolescente, e si stabilì a Bahía Blanca.

Il giovane cominciò subito a lavorare, prima in un albergo e poi in una fabbrica di mattoni. Prese a frequentare la parrocchia retta dai religiosi di San Giovanni Bosco dove, grazie anche alla direzione spirituale del parroco, non tardò ad orientarsi verso la vita salesiana. Partì quindi per Bernal, come aspirante. Aveva 20 anni. Fu un tempo molto faticoso per Artemide, più avanti dei suoi compagni per età ma più indietro di loro per l’esiguità degli studi compiuti. Volontà tenace, acuta intelligenza e solida pietà furono allora i suoi punti di forza.

Assistendo un giovane sacerdote tubercolotico, ne contrasse la stessa malattia. Si scelse quindi per lui la Casa salesiana di Viedma, dove il clima ne avrebbe favorito la salute. Si trovava lì anche un ospedale missionario, gestito da Padre Evasio Garrone, un salesiano infermiere, che in pratica fungeva da medico. Fu lui a suggerire ad Artemide di affidarsi a Maria Ausiliatrice per chiedere la guarigione, promettendo, in cambio, di dedicare tutta la vita all’assistenza degli infermi. Artemide misteriosamente guarì. L’8 febbraio 1911 emise poi la Professione Perpetua come fratello laico salesiano.

Coerentemente alla promessa fatta alla Madonna, si diede subito e totalmente al lavoro nell’ospedale, occupandosi in un primo tempo, dopo aver conseguito il titolo di “idoneo in farmacia”, della distribuzione dei farmaci. Alla morte di Padre Garrone nel 1913, tutta la responsabilità dell’ospedale fu sulle sue spalle: ne divenne vicedirettore ed amministratore. Vi lavorò come infermiere, stimato da tutti gli ammalati e dagli stessi sanitari che, rendendosi conto delle capacità del salesiano, gli lasciarono man mano sempre più libertà d’azione. Il suo servizio non si limitava all’ospedale: girava per tutta la città di Viedma ed oltrepassava anche il Rio Negro per raggiungere Patagones. Usciva abitualmente con il camice bianco e il borsello, portando con sé le medicine più comuni. Con una mano teneva il manubrio della bicicletta, con l’altra sgranava il Rosario. Poveri e ricchi beneficiarono delle sue cure, ma più di tutti amava servire quelli che non avevano niente e vivevano nei tuguri della periferia. Non chiese mai nessun compenso e, se qualcuno gli dava qualcosa, lo impiegava per l’ospedale. Era disponibile, in caso di necessità, a qualunque ora del giorno o della notte, con qualunque condizione atmosferica. Fu soprattutto un vero uomo di Dio, così che molti riscoprirono e si riavvicinarono alla fede grazie all’incontro con lui. Con grande equilibrio seppe conservare buoni rapporti con tutti, compresi i medici e i dirigenti legali dell’ospedale, con i quali a volte c’erano divergenze di vedute. Conquistava tutti, non solo col suo temperamento buono, ma anche col suo sorriso e l’autentico spirito salesiano. Fu infatti fedele in tutto al motto di don Bosco: “lavoro e temperanza”. In comunità era esempio di regolarità: tutti si stupivano di come, tanto indaffarato, riuscisse a suonare la campana in orario e precedere sempre gli altri negli appuntamenti comunitari.

Nel 1950, in occasione di una brutta caduta, gli esami clinici riscontrarono i sintomi di una malattia oncologica, che egli stesso lucidamente si diagnosticò. Per diversi mesi riuscì ad attendere ancora alla sua missione finché, dopo un tempo di sofferenze vissuto eroicamente, in piena coscienza, circondato da affetto e gratitudine per il bene compiuto, si spense il 15 marzo 1951. Al suo funerale accorsero tutti gli abitanti di Viedma e Patagones, con un corteo senza precedenti. Fin da subito la sua fama di santità si estese rapidamente e in tanti, negli anni, visitarono la sua tomba invocandone l’interces­sione. Ancora oggi, quando la gente va al cimitero di Viedma, è uso passare dalla tomba di Artemide Zatti.

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