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Salvati e salvatori (omelia del 31 gennaio)

Di fronte a tante cose che si possono perdere, cosa dobbiamo salvare a tutti i costi per poterci sentir dire “Beati”? Don Bosco direbbe: la tua anima con i suoi desideri e i suoi sogni...


Salvati e salvatori (omelia del 31 gennaio)

del 01 febbraio 2017

Di fronte a tante cose che si possono perdere, cosa dobbiamo salvare a tutti i costi per poterci sentir dire “Beati”? Don Bosco direbbe: la tua anima con i suoi desideri e i suoi sogni...

 

Ancora una volta ci ritroviamo a ricordare colui che è stato definito padre, maestro e amico dei giovani. Lo facciamo un po’ per affetto e un po’ per riconoscenza e un po’ per affidarci a lui. Mettersi nelle mani dei santi è una scelta intelligente: sono una specie di assicurazione sulla vita! Don Bosco ha tracciato una strada, ci ha donato uno stile con cui vivere il Vangelo. Allo stesso tempo, con le sue scelte, ci ha fatto intuire che seguire Cristo ha un suo fascino ma anche un suo prezzo e una sua forma, quella della croce.

In questo periodo ho pensato varie volte che alcuni tesori che tessono la trama della nostra storia si possono perdere: basta un terremoto, una valanga, un incidente, una malattia, uno sbandamento nella vita o semplicemente una lite o una delusione. Anche don Bosco ha perso dei pezzi di vita: ha perso il padre a due anni, ha perso la serenità in famiglia a causa del fratello al punto che la madre l’ha mandato a vivere lontano da casa, ha perso don Calosso che gli faceva da maestro e da padre, ha perso dei giovani che non è riuscito a conquistare al senso della vita. Anche don Bosco, come ognuno di noi, aveva dentro di sé la stanza delle cose perse e degli amori perduti “nel tempo della seduzione” (Sir 2,2).

Accade così. Si possono perdere le occasioni, si possono perdere i ricordi, si possono perdere le amicizie, si possono perdere quei treni che passano una sola volta lasciando i binari vuoti per sempre, si possono perdere le passioni, si possono perdere i sogni e si possono perdere le persone più care. Si può perdere il proprio amore e si può perdere anche Dio.

Nonostante tutte le perdite subite sul campo di battaglia, don Bosco non mollava la presa e partiva proprio da quel poco o da quel niente che era rimasto perché sapeva che possiamo perdere tutto ma che di fronte a Dio non siamo mai persi una volta per sempre. Nonostante gli inciampi della vita, tu non sarai mai perso perché “Cristo ha dato la sua vita per noi” (1Gv 3,16). Dio non ti perde, non ti lascia al buio, non si ritira dalle pagine opache della tua quotidianità. Questa certezza di fede ti permette di fermare l’impeto di quelle valanghe fatte di abbandono e solitudine, di rancori e delusioni che stringono le viscere (cf. Ger 31,20) facendoti mancare il fiato. L’amore è più forte del peso del dolore.

Don Bosco ci dona la certezza che “Dio è più grande del nostro cuore” (1Gv 3,20). Per questo noi non siamo mai persi una volta per sempre. Mai. La speranza educativa di don Bosco trasudava della convinzione che vi è sempre un punto accessibile al bene anche in quei cuori abbandonati tra le anse di un’esistenza vissuta al limite della sopportazione. Il segreto sta nel cogliere l’intima bellezza del mestiere di vivere in ogni “crogiuolo” (Sir 2,5) della nostra quotidianità.

Don Bosco dipinge con la sua vita un Dio affezionato all’uomo, un Dio rapito dall’umanità. Come i giovani sono stati il rapimento di don Bosco, così l’uomo è il costante rapimento di Dio. È da questa passione per l’umanità che nasce prepotentemente il desiderio di salvezza. Gesù Cristo è chiamato il Salvatore, parola adatta anche a don Bosco, autentico salvatore di tante anime giovani. Salvare a tutti i costi, anche al costo della propria vita. Diceva don Bosco: “Salve, salvando salvati”. Ma salvare da che cosa e da chi? Salvare che cosa e chi? Don Bosco era preoccupato di salvare i giovani, si industriava per difenderli dall’ozio, si dava da fare per ovviare alla precarietà del lavoro. Quante volte tra lacrime e preghiere abbiamo atteso un salvatore toccando con mano il limite di non poterci salvare da soli. Con umiltà affidiamoci l’un l’altro diventando allo stesso tempo dei salvati e dei salvatori.

Il metodo educativo di don Bosco era quello di coinvolgere i ragazzi nella sua opera di salvezza convinto che “chi non ama rimane nella morte” (1Gv 3,14). E così alcuni divenivano angeli dei loro compagni, altri si dedicavano alla carità (basti pensare agli anni della peste a Torino), altri decidevano di seguire don Bosco come salesiani. Salvare salva. Salvare ti salva da quelle mediocrità che annacquano la vita. Don Bosco era intraprendente perché voleva prevenire ogni principio di incendio portatore di “disastro” o di “disgrazia”.

La parola Dis-Astro significa “essere senza un astro, senza una stella” mentre la parola Dis-Grazia significa “essere senza grazia, senza amore”. Quando non abbiamo più una stella nella nostra vita, avviene un disastro, quando manca la grazia la vita diventa disgraziata. Don Bosco, a nome di Dio, ci vuole salvare da una vita senza stelle e senza grazia, da una vita senza firmamento e senza amore. In fondo è questa la paura che tutti abbiamo: scoprire di non avere almeno un astro capace di farci alzare lo sguardo e un amore da cui essere amati. Quando accade si rimane al buio e non si distingue più la terra dal cielo. Cristo ci vuole salvare dal buio del venerdì santo per portarci nel firmamento della notte di Pasqua. E sulle sue orme don Bosco cerca i dis-graziati per restituire loro quella grazia che hanno maldestramente perso mandando in fumo sogni, desideri, aneliti, spinte verso l’alto.

La beatitudine è il contrario della disgrazia. Uno è beato, felice quando si sente custodito, cullato dalla vita, difeso dalle forze contrarie, catturato dalla bellezza. La vita è un disastro quando il verbo abbandonare viene coniugato al presente e al futuro. Don Bosco lo aveva capito bene e per questo chiama “casa” (e non istituto o collegio) le sue opere. Le case di don Bosco dovrebbero essere il nuovo monte delle beatitudini in cui proclamare:

- è beato chi ama senza far calcoli
- è beato chi ha un sogno in grembo da partorire per il mondo
- è beato chi si sente dire “Io avrò cura di te”
- è beato chi brama Dio
- è beato chi viene rapito dal vero, dal buono, dal bello
- è beato chi ha una coscienza illuminata capace di distinguere il bene dal male… che disastro quando si fa confusione confondendo il buio con la luce, l’anarchia con la libertà, il piacere con l’amore.

Don Bosco ci salvi dal pensare che la felicità della vita beata sia sinonimo di facilità. L’educazione è grembo di beatitudine quando combatte tra mille difficoltà il magmatico mare del relativismo che “non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie” (J. Ratzinger). La beatitudine è il fine di un’educazione capace di restituire risposte agli interrogativi più gravi e profondi. Il raggiungimento della vita beata richiede di educare alla lotta per la verità, per la bellezza, per tutto ciò che regala motivi di senso. Tanti confondono l’educazione con il galateo o con un generico buonismo, mentre l’atto educativo è un’azione ben più seria, impegnativa e drammatica da vivere in trincea tra i ragazzi e presidiando quelle stanze in cui si fanno le scelte educative strategiche. Educare è lottare per disperdere le nebbie che oscurano la coscienza e liberare i sentieri che portano all’essenza.

Di fronte a tante cose che si possono perdere, cosa dobbiamo salvare a tutti i costi per poterci sentir dire “Beati”? Don Bosco direbbe: la tua anima con i suoi desideri e i suoi sogni, con la sua sete di affetto e la sua fame di Dio, con la sua certezza che con Cristo o senza Cristo non è la stessa cosa. Don Bosco, ti prego, salvami l’anima. Salvala dalla banalità del male, salvala dagli amori comodi, salvala dai pensieri che vanno di moda, salvala dagli abissi del nulla e portala a respirare bellezza. Don Bosco fa’ che s’innamori del Cielo ogni fibra del mio essere. Fa’ che s’innamori del Cielo ogni giovane anima. Così sia.

 

Don Igino Biffi

 

 

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