In questa seconda parte della Proposta Pastorale, composta da 4 capitoli, vi sono i grandi orientamenti in vista dell'azione educativa e pastorale nelle nostre realtà salesiane a partire dalla fede e dallo spirito missionario. Oggi vediamo il quarto capitolo: La fede solidale.
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«Cari giovani, in un modo o nell’altro, lottate per il bene comune, siate servitori dei poveri, siate protagonisti della rivoluzione della carità e del servizio, capaci di resistere alle patologie dell’individualismo consumista e superficiale» (FRANCESCO, Christus vivit, n. 174)
Ci sono domande che non smettono di interrogarci: quali doni speciali possiamo portare, in quanto cristiani, ai giovani più poveri, pericolanti e abbandonati? E che cosa di unico possiamo offrire loro grazie alla ricchezza del nostro carisma salesiano?
Sono domande che ci invitano a guardare oltre noi stessi, a “uscire” come ci ricorda Papa Francesco: «È vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura» (Evangelii gaudium, 23).
Annunciare il Vangelo, allora, non significa solo parlare di Gesù, ma portarlo nelle strade, tra i ragazzi che forse non lo cercano o non sanno nemmeno di averne bisogno.
La fede non è un cammino solitario. È un incontro che diventa condivisione.
Il Vangelo del paralitico calato dal tetto (Lc 5,17-26) ce lo ricorda bene: quattro amici portano davanti a Gesù un uomo che da solo non avrebbe potuto arrivarci. Gesù, “vedendo la loro fede”, guarisce quell’uomo non solo nel corpo, ma anche nel cuore.
La fede vera è quella che si prende cura, che non si rassegna, che trova un modo – anche passando dal tetto! – per portare alla vita chi è bloccato, dentro o fuori. È una fede solidale, non solo salda.
Guardando i giovani di oggi, ci accorgiamo che la parola “povertà” ha tanti volti. C’è chi fa fatica economicamente, ma anche chi è povero di relazioni, chi è smarrito spiritualmente o vive senza prospettive.
Come ricorda il cardinale Walter Kasper, le povertà sono almeno quattro: fisica, culturale, relazionale e spirituale.
Di fronte a tutto questo, il nostro compito è rispondere con un amore integrale, che tocchi il corpo, la mente e lo spirito. Non possiamo risolvere ogni povertà, ma possiamo scegliere di esserci, di accompagnare con coraggio, intelligenza e fiducia.
Don Bosco ci ha lasciato un modo concreto di rispondere a queste povertà. Quando vide i ragazzi poveri e abbandonati di Torino, provò compassione – la stessa di Gesù – e decise di fare qualcosa. Nacque così l’oratorio: una casa, una scuola, una parrocchia, un cortile.
Le Costituzioni salesiane lo ricordano così: “Il primo oratorio fu casa che accoglie, parrocchia che evangelizza, scuola che avvia alla vita e cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria” (Cost. 40).
E proprio questi quattro pilastri si collegano alle quattro povertà del mondo giovanile:
Il mondo giovanile di oggi ha bisogno di testimoni, non di maestri distanti. Ha bisogno di adulti che sappiano “scoperchiare i tetti” per far incontrare i ragazzi con Gesù, con la vita vera.
Come don Bosco, anche noi siamo chiamati a una fede solidale, che non si accontenta di guardare da lontano, ma si fa prossima, creativa, concreta.
Perché ogni giovane, anche il più fragile, possa sentirsi dire: “Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina”.
«Il giovane mio amico proseguiva: “Or bene, queste montagne sono come una sponda, un confine. Fin qui, fin là è la messe offerta ai salesiani. Sono migliaia e milioni di abitanti che attendono il vostro aiuto, attendono la fede”».
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