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Parte Ottava - Lettere 1

Le missive, inedite in Italia e qui riportate, sono state scelte perché testimoniano i momenti più significativi della vita affettiva di Gibran nonché i suoi rapporti fraterni con alcuni uomini di spicco nel mondo dell'arte e della letteratura.


Parte Ottava - Lettere 1

da L'autore

del 01 gennaio 2002

Lettere.

Le missive, inedite in Italia e qui riportate, sono state scelte perché testimoniano i momenti più significativi della vita affettiva di Gibran nonché i suoi rapporti fraterni con alcuni uomini di spic co nel mondo dell'arte e della letteratura.

A Amin Al-Rihani.

Nota: Amin al Rihani (1879 1940) insigne erudito e scrittore bilingue arabo ed inglese visse in America dove studio legge e teatro. Nel 1898 conobbe Gibran a Boston. Deve la sua fama ad alcune opere storiche e di saggistica. Fine nota.

1909,  Caro Amin,

da quando sono tornato a Londra mi sento tra i colon e le linee dei miei disegni come un uccello che è stato liberato dalla gabbia ed è volato in alto, dove ha volteggiato sulle praterie e le valli.

I lavori che ho realizzato sono migliori di tutti quelli che ho disegnato a Parigi.

Mi pare d'avvertire l'esistenza di mani celate che tolgano la polvere dallo specchio della mia anima e strappino il velo che copre i miei occhi per farmi vedere i disegni e i fantasmi più chiari, più belli e più splendidi.

Lascerò Parigi tra poche settimane e come sarò felice di vederti guarito e forte come quell'albero sacro e maestoso che svetta dinanzi al tempio di Ashtarout, felice come quel fiume incantato che scorre nella valle Kandisha. A presto, mio amato amico.

Parigi, 23 agosto 1910

Mio caro Amin,

New York non era e non sarà la patria dei figli della poesia e dell'immaginazione, però credo che la tua grande anima realizzerà per te un confortevole nido tra i rami di un albero tremante.

Domani le preoccupazioni ti abbandoneranno e precipiteranno nel burrone del passato; così la tua forza si alzerà al di sopra dell'orizzonte azzurro, permettendoti di mangiare con gusto e di dormire tranquillamente.

New York, con tutte le lotte e battaglie che cela, diverrà un teatro per i tuoi sogni e desideri. Amin, porta pazienza finché le dee placheranno i tuoi dolori e New York ti apparirà sotto una luce diversa.

Il dottore ti ha promesso di guarirti. Quanto è bella questa promessa e quanto egli è grande! Il cielo mi è testimone che gli regalerò un dono di inestimabile valore se la sua promessa si tradurrà in fatti ed io sono sicuro che ci riuscirà.

Insciallàh.

Nota. Ashtarout: Dea fenicia della bellezza e dell'amore. Fine nota.

Parigi, 17 ottobre 1910.

Caro Amin,

la sera del prossimo sabato che cadrà il 22 di questo mese benedetto, lascerò Parigi e mi dirigerò verso New York a bordo del bastimento New Amsterdam.

Non so quali difficoltà dovrò affrontare quando metterò piede nell'ufficio della dogana a New York. Però mi auguro di poter portare i miei disegni e libri senza dover pagare alcun pegno.

Se trovi un po' di tempo libero, prendi informazioni riguardo al mio caso e avrai la mia benedizione. So che il poeta non vuole e non può scendere dalla sfera della sublime luce fino a queste preoccupazioni terrene che bloccano lo scorrere fluido dei pensieri e sterminano la sposa della sua immaginazione. Però non ho un altro amico a New York oltre a te.

Finora non mi hai parlato della malattia che è piombata sulle tue spalle. Il dottore è riuscito a farti uscire dall'angustiata malattia e perciò non me ne hai più fatto cenno?

Auguro dal profondo del mio cuore che il tuo silenzio sulla malattia indichi che essa è partita verso l'infinito.

Ieri mi sono fermato nel museo del Louvre dinanzi ad una statua scolpita dal sommo Michelangelo e mi sono ricordato di te perché nella statua ho visto caratteristiche che ti appartengono. E quando ci incontreremo sotto le ali dell'amicizia ti farò vedere una fotografia della statua e così scorgerai un tuo fantasma incorporato in essa.

Quanto ho nostalgia di vederti e quanto desidero saperti convalescente e felice. Tuo fratello.

Boston, 11 novembre 1910.

Mio caro fratello Amin,

in questi giorni sono come una nave con le vele strappate dalla furia dei venti e con il timone spezzato dalle alte onde. Essa naviga tra l'ira delle onde agitate e la furia dei venti, perciò non ti ho scritto prima di oggi.

Fino ad ora non ho trovato un luogo dove poter poggiare il capo. Faccio ormai parte del novero di morti che alzano il capo verso le stelle per un istante e poi tornano a giacere rassegnati nei loro sepolcri bui.

Questi cadaveri vivono, ma non crescono né camminano, aprono le mascelle, però non parlano. Io penso a te a lungo e parlo di te quando trovo un orecchio pulito degno di sentir pronunciare il tuo nome. E come sarò contento quando i giorni ci faranno riunire nella stessa città ed entrambi ci fermeremo dinanzi al volto del Sole, avvolti dall'angelo dell'eterna amicizia. Presenteremo allora alla coscienza del Creato ciò che Dio ha affidato ai nostri spiriti. Mi auguro che questo desiderio sarà realizzato con il passare dei giorni.

Scrivimi fratello, quando troverai il tempo. Porgi i miei saluti a Mary Qahwagi e cerca di non dimenticare il tuo amico.

Venerdì 5 gennaio 1911-

Mio socio e fratello Amin,

tu sei mio fratello nell'arte e mio socio per legge divina. Da quando sono arrivato in questa città, sono per i conoscenti e gli amici come un uomo che vive nelle caverne stregate di Ginn dove i fantasmi e gli spiriti si nascondono velocemente come i pensieri. Io lego la notte con i primordi del nuovo giorno e questo per certi aspetti non mi piace.

Provo una gran nostalgia di vederti, Amin. Tu hai un briciolo di nostalgia per me? Mi ricordo di te mentre osservo degli occhi pieni di veemenza; sicuramente tu ti ricordi di me quando guardi degli occhi celesti. Nella mia mente si affollano diverse domande che desidero porti al mio ritorno a New York agli inizi della prossima settimana.

Non ti presento gli auguri per il nuovo anno. Non ti auguro ciò che le persone augurano ai loro simili poiché sei ricco di te stesso e io sono ricco perché mi sei amico. Che Dio ti conservi per il tuo fratello.

Boston, 5 aprile 1911.

Caro fratello Amin,

ormai sono trascorsi quei lunghi giorni durante i quali ho tentato di sottomettere il mio ambiente alla grande e sublime dea dell'arte.

Adesso sono in balia dei giorni, delle notti e di ciò che mi potrebbero portare.

Sono come un fantasma tremante tra la fine del tramonto e il manto di una lunga notte.

Ti ho visto, o notte, e tu mi hai scorto. Con la tua paura eri per me un padre ed io con i miei sogni ero un figlio per te.

Le tue paure si sono tramutate in melodie più dolci del sussurro dei fiori, e le mie paure si sono trasformate in gioia più intensa della quiete degli uccelli.

Poi mi hai sollevato verso di te e mi hai fatto accomodare sulle tue ginocchia.

Boston, giugno 1912.

Mio caro fratello Amin,

desidero salutarti con un bacio prima che la tua nave salpi verso il Paese in cui nasce il Sole. Non solo, avrei voluto accompagnarti in quel Paese fatato, le cui rocce e le vallate amo e i cui sacerdoti e governanti odio. Però ciò che tessono i sogni è cancellato dal risveglio e ciò che costruiscono le brame viene celato dall'impassibilità.

Domani ti dirigerai verso il Paese più bello e sacro di questo mondo mentre io rimarrò confinato in questo esilio lontano. Quanto sei felice e quanto è limitata la mia fortuna!

Quando ti ricorderai di me dinanzi alle montagne di Sanin e accanto a Biblos e nella valle al Farika, diminuirà il dolore dell'esilio, nonché gli affanni dell'emigrazione e della lontananza. Può darsi che in Siria non ci sia chi è interessato al mio caso, però in quel Paese ci sono alcuni uomini che a me interessano. Sono quelli che pensano molto, parlano poco e sentono molto. A questi invio i miei saluti affettuosi e non a quelli che si gonfiano come tamburi, gracidano come rane e non possiedono neppure un briciolo di umiltà e d'amore.

Prima di tutto ti auguro di stare bene. Ti ricordo che il prossimo inverno lo trascorrerò a New York. Che Dio ti protegga e vegli su di te perché tu rimanga sempre un sostegno per tuo fratello.

New York, 1917.

Caro fratello Amin,

che la pace di Dio sia con te. La confusione qui sta raggiungendo l'apice e anche la mia pazienza è arrivata al limite. Oggi mi trovo tra persone delle quali non capisco la lingua, come loro non capiscono la mia.

I siriani oggi sono materialisti più di ieri. I loro venerandi capi aumentano le loro chiacchiere. Tutti questi fatti mi hanno condotto ad odiare la vita. Amin, se avessi sentito le grida degli affamati della nostra terra che riempiono il mio cuore, non sarei rimasto per neppure un'ora in quest'ufficio né in questa città.

Amin, sarebbe stato meglio per me condividere la situazione degli affamati e dei perseguitati.

A Amin Moushariq.

Nota. Amin Moushariq (1894-1938), poeta libanese, compose una raccolta dal titolo al-Shi r wal Nasr.fine nota

Boston, 7 agosto 1930.

Mio caro cugino Amin,

pace al tuo spirito buono e generoso. Quando il tuo prezioso regalo è giunto nella città di Boston, ho strappato l'involucro dinanzi ad un gruppo di fratelli al-Safà e l'ho portato alla luce del giorno come un versetto divino che deride tutti coloro che indossano il copricapo e parla della ruvidezza delle corone che giacciono nei musei delle belle arti.

Dio sa come sono rimasto ritto e orgoglioso e con il capo tanto altero che quasi urtava contro Nettuno. E ho provato una sensazione indescrivibile.

Quando ho visto questo reperto raro, mi sono sentito riscaldare dal calore del Sole ed ho provato una quiete divina che mi ha spinto a lodare l'Eccelso. Finché vivrò, proverò gratitudine verso di te.

Spero che mi permetterai di essere sempre tuo fratello.

Khalil Gibran

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