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Parte Nona - Lettere 2

Mayy Ziyade (1896-1941) scrittrice e saggista libanese molto nota nel mondo arabo Pubblico innumerevoli articoli sui quotidiani arabi (al Hilal», al-Mahrousat). Trasformò la sua dimora al Cairo in una specie di accademia per i letterati di spicco come Taha Hussein Abbas Mahmoud al Aqad e Khalil Moutran. Anche se non incontro mai di persona Gibran tra i due astri nacque un amore platonico.


Parte Nona - Lettere 2

da L'autore

del 01 gennaio 2002 

A Felix.

Nota: Felix Faris (1882-1939) avvocato e scrittore, fondo il quotidiano arabo Lisan al-Itihad che ebbe breve vita (1909-1911). Visse a New York dove conobbe Gibran e i componenti dell’associazione degli scrittori sirolibanesi. Fine nota.

New York, 1930. Mio caro fratello Felix,

non è affatto strano che entrambi siamo stati colpiti nello stesso tempo e dalla stessa freccia scoccata dall'arte.

Ha colpito un'ala tua e un'ala mia. Fratello, il dolore è una mano invisibile che rompe la buccia del nocciolo per estrarne la polpa.

Sono ancora alla mercé dei medici specialisti e rimarrò ostaggio dei loro pesi e misure finché il mio debole corpo si ribellerà contro tutti. Ma che mi ribelli oppure no, devo tornare in Libano.

Devo fuggire da questa fragorosa città che cammina sulle ruote, desidero abbracciare quella antica civiltà incatenata con la luce solare. Però la ragione mi impedisce di lasciare questo Paese finché non spezzerò i lacci e le catene che mi legano ad esso.

E quanto sono numerosi questi lacci e queste catene! Desidero tornare in Libano e rimanere lì.

A Jamil al-Maalouf.

Nota. Jamil al-Maalouf (1879-1951), giornalista e saggista libanese di tendenza razionalistica. Visse a New York dove lavoro presso il quotidiano al-Ayàm. Scrisse libri di stampo politico e storico. fine nota.

2 novembre 1906.

Caro Jamil al-Maalouf,

mentre ammiri la seconda parte del viaggio dell'astro solare, io sono ancora qui e penso a te. Sei lontano, però questa lunga distanza non ci separa perché le anime grandi hanno un'aureola simile alle onde concentriche provocate dai sassi lanciati sulla superficie dell'acqua di un lago quieto.

I giorni da noi sono autunnali e gli alberi tremano versando lacrime gialle sull'erba secca. E nell'aria ondeggiano i respiri dell'inverno. Tra pochi giorni le praterie e i campi indosseranno un manto candido di neve.

Invece da voi i giorni sono primaverili, la vita si risveglia all'alba e cammina incantata e traboccante di gioia.

Hai per caso portato con te la primavera quando sei partito, oppure è la natura che fa sì che il bello incontri il bello, ovunque risieda o cammini?

Come d'abitudine, sono occupato a scrivere, comporre e dipingere. A volte vago nello spazio dietro le nuvole rese dorate dai raggi del Sole, altre volte mi immergo nelle profondità marine dove l'abisso chiama i miei abissi, altre volte ancora sorvolo vallate buie dove vedo immagini terribili. Altre volte, infine, viaggio sulle vette delle alte montagne tra gli alberi di pino, ascoltando le melodie provocate dagli echi. In quel momento non so cosa mi potrà capitare domani e questo pensiero addolora la mia anima, perché non so se avrò la possibilità di affrontare degnamente le difficoltà dell'esistenza.

Però so che devo lavorare sodo per il domani. Il domani, infatti, mi giudicherà e il suo giudizio sarà giusto. Però io desidero sentire questa sentenza, prima di andarmene per sempre.

L'amore, amico mio, è lo specchio dell'amore.

L'amore fraterno non dimora in un solo cuore bensì in due cuori e questo pensiero mi fa ricordare i nostri discorsi riguardanti quella fiaccola che l'Eccelso separa in due parti: uomo e donna. Nella tua ultima lettera hai espresso il desiderio di avere un cuore che non ama e un'anima che non si innamora.

Io non mi auguro questo, mio caro, piuttosto preferisco la morte da innamorato che mi permetta di sparire nella nostalgia. Chi sarei io lontano dall'amore e dalla nostalgia? Desidero essere un cibo per il sacro fuoco piuttosto che essere gelido e circondato dalle nevi della contentezza.

Provo la più grande delizia quando sento l'anima affamata ed il cuore assetato d'amore.

L'anima che non nutre fame per l'amore non naviga nello spazio dei sogni.

E il cuore che non ha sete non si libra sopra i meandri della bellezza.

Perciò rimani come prima innamorato di lei e non desiderare la solitudine perché essa è una morte lenta e noiosa.

A Mayy Ziyade.

Nota. Mayy Ziyade (1896-1941) scrittrice e saggista libanese molto nota nel mondo arabo Pubblico innumerevoli articoli sui quotidiani arabi (al Hilal», al-Mahrousat). Trasformò la sua dimora al Cairo in una specie di accademia per i letterati di spicco come Taha Hussein Abbas Mahmoud al Aqad e Khalil Moutran. Anche se non incontro mai di persona Gibran tra i due astri nacque un amore platonico. Fine nota.

3 agosto 1920

Mia diletta Mayy Ziyade,

ho ereditato da mia madre il novanta per cento del mio carattere e dei miei desideri. Non ho intenzione di dire che le assomiglio in bellezza, tenerezza e grandezza di cuore e siccome provo un certo odio verso i preti, amo le suore e le benedico nel mio cuore. Può darsi che il mio amore per le suore sia il risultato dell'affetto giovanile che albergava nel cuore di mia madre.

Mia madre mi conduceva con i fatti ad amare gli altri. Mi ha reso indipendente da lei e quando ho compiuto dodici anni, mi ha detto diverse cose che ho riscontrato oggi. Mia madre era e rimarrà madre di spirito e oggi sento la sua vicinanza, la sua influenza e il suo prezioso aiuto. Sento tutto ciò adesso più di quando è partita per un infinito viaggio.

New York, 1921.

Cara Mary,

dimmi, nella tua vita hai visto due volti più belli di questi?

A mio parere essi sono lo spettacolo più sublime dell'arte greca, quando questa era sulla vetta della gloria.

Quando mi trovo nella città di Boston, vado a visitare il museo e i piedi mi conducono nella sala greca. Qui mi siedo un'ora dinanzi a questi due volti stupefacenti, poi esco dal museo senza voltare il capo né a destra né a sinistra per non contaminare questa bellezza divina con un'altra bellezza.

Lunedì mattina, 30 maggio 1921.

O Mary, o Mary, amica mia,

mi sono svegliato proprio ora da un sogno strano durante il quale ti ho sentito pronunciare parole dolci, però con voce sofferta. E la cosa che mi ha più infastidito e mi ha disturbato è stata la minuscola ferita sanguinante che ho scorto sulla tua fronte.

Nella nostra vita non c'è nulla che ci spinga a pensare e a contemplare più dei sogni. E io sono tra coloro che sognano molto. Però dimentico i miei sogni, tranne quelli che hanno rapporto con coloro che amo. Non ricordo di aver mai fatto un sogno più chiaro di questo. Perciò mi sento confuso, tremante e preoccupato, questa mattina. Cosa significano la sofferenza con cui hai pronunciato le tue belle parole, e la ferita sulla tua fronte?

E quale essere umano può spiegarmi il significato della mia mestizia e del mio ripiegamento?

Spenderò tutta la giornata a pregare. Pregherò per te nel silenzio del mio cuore, e pregherò per noi due. Che Dio ti benedica, o Mary, e ti protegga.

1923.

Mayy,

Nota: a volte la chiama Mayy, altre Mary. Fine nota.

tu, Mayy, sei un grande popolo di giganti conquistatori. E allo stesso tempo sei una bimba piccola che nei suoi sette anni sorride alla luce del Sole, corre dietro una farfalla, raccoglie i fiori e saltella sopra i ruscelli.

Nella vita non esiste una cosa più bella ed entusiasmante di correre dietro a questa piccola, catturarla, portarla sulle ginocchia e poi sulle spalle e infine tornare a casa con lei per narrarle racconti strani e meravigliosi finché i suoi occhi mascherati dal sonno la faranno dormire in una culla avvolta da un sonno celeste.

New York, 1925.

Mia diletta Mayy,

che ti devo dire delle mie vicissitudini? La mia vita, uno o due anni fa, era avvolta nella quiete, mentre oggi si è tramutata in fracasso e fragore e la mia pace è velata dalla lotta. Gli uomini divorano i miei giorni e le mie notti e inondano la mia vita con i loro assurdi conflitti e le loro diaspore.

Quante volte sono fuggito da questa orribile città in un luogo appartato per liberarmi dalla gente e dai fantasmi della mia anima! Il popolo americano è un gigante forte che non molla, né si stanca, né dorme, né sogna.

Se questo popolo odia un uomo, lo ammazza con l'indifferenza e se ama una persona, l'uccide con l'affetto.

Chi desidera vivere a New York, deve essere un brando tagliente riposto in un fodero traboccante di nettare. La spada serve a respingere coloro che sono bramosi di uccidere il tempo, e il miele serve per accontentare coloro che sono affamati.

Verrà l'alba di un nuovo dì nel quale fuggirò in Oriente. La nostalgia verso la mia patria mi sta facendo sciogliere. Magari non esistesse questa angusta gabbia le cui sbarre ho tessuto con le mie stesse mani! Sarei salpato a bordo del primo bastimento diretto verso l'Oriente, terra dei sogni e dell'amore.

Però quale uomo può lasciare una costruzione per scolpire le cui pietre e per accatastarle con cura ed amore ha perso la vita, anche se quella dimora si è tramutata in una cupa prigione? Egli non desidera né vuole liberarsi di essa un solo dì.

Desideri vedermi sorridere e perdonare. Sto sorridendo dai primordi di questa mattina, sorrido a lungo dal cuore, sorrido come se fossi venuto alla luce della vita solo per sorridere.

Ma la parola perdono è un vocabolo orribile che mi rende immobile per la vergogna e la paura. Infatti, quando lo spirito è umile fino a questo punto, è più vicino agli angeli che agli esseri umani.

L'unico da biasimare sono io, che ho sbagliato nel mio silenzio e nella mia rassegnazione. Perciò ti imploro di perdonarmi se ho proferito parole sbagliate.

New York 1926.

Mia diletta Mayy,

mi dici che sono un artista e un poeta e che dovrò accontentarmi di essere poeta e al contempo artista. Mayy, io non sono un artista né un poeta. Ho speso i giorni della mia vita a poetare, disegnare e scrivere, però non mi sento in armonia con i miei giorni e le mie notti. Mia diletta, io sono la nebbia. Io sono la nebbia che avvolge tutte le cose, però non si fonde con queste.

Io sono la nebbia e nella nebbia è la mia solitudine: in essa trovo il mio esilio e la mia desolazione, la mia fame e la mia sete. E la mia disgrazia è che la nebbia è la mia verità che desidera sentire qualcuno dire: «Non sei solo, noi siamo due, io conosco chi sei».

Raccontami, Mayy, c'è un'altra persona dalle tue parti che possa e desideri dirmi: «Io sono un'altra nebbia. O nebbia, vieni per stenderti sulle montagne e sulle vallate. Vieni per entrare nei cuori delle creature e nelle loro cellule. Vieni per navigare su quei luoghi appartati, fortificati e sconosciuti»?

Dimmi, Mayy, dalle tue parti c'è chi desidera proferire almeno una di queste parole?

Khalil Gibran

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