Maria nella vita di don Bosco


 

Sappiamo come la presenza della mamma nella vita del bambino è fondamentale per lo sviluppo sereno della sua esistenza. Il Natale ci ricorda che Dio stesso, facendosi uomo, ha avuto bisogno di una mamma che lo accompagnasse nella sua crescita. Così è stato per Don Bosco, e noi abbiamo notato il ruolo straordinario di Mamma Margherita, anche per quanto riguarda la sua vocazione, ma non possiamo dimenticare quello decisivo che ha avuto Maria Santissima nella sua vita. È Gesù stesso a dirlo nel sogno dei 9 anni a Giovannino: «Io ti darò la Maestra sotto la cui disciplina (cioè una guida forte e robusta), potrai diventare sapiente. Giovannino chiede il nome a quell’Uomo Venerando e si sente rispondere: «Io sono il Figlio di Colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno». Queste parole ci svelano per la prima volta un’abitudine costante di Giovanni: al mattino, a mezzogiorno e a sera, esortato dalla mamma, egli è solito salutare la Madonna con la preghiera dell’Angelus. Una preghiera tradizionale in quel tempo soprattutto tra la gente di campagna, che trasformava così il lavoro in preghiera.

 

Maria la mamma dei giorni feriali

Questa abitudine è talmente radicata in lui, che non la dimentica anche quando va garzone a 12 anni nella cascina Moglia. Giovanni sente Maria come mamma che tutti i giorni gli è accanto mentre lavora, mentre prega. È la madre che pensa a lui nelle pene e nelle gioie di tutti i giorni e, nei momenti difficili, lo prende per mano. È questa la devozione che Don Bosco trasmetterà ai suoi ragazzi: un incontro consueto, domestico, familiare con la «madre di tutti i giorni».

 

Maria la maestra dei piccoli 

Ma Maria è anche diventata la sua Maestra a cui Gesù lo ha affidato per indicargli, nel sogno, la missione che lo attende: «Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Renditi umile, forte, robusto; e ciò che in questo momento vedrai succedere di questi animali, tu dovrai farlo per i miei figli». Così Giovanni identificherà Maria come la mamma dei giovani più poveri, abbandonati e in pericolo. Quelli che, alla fine del sogno, si trasformano da animali selvaggi, in mansueti agnelli, «che saltellando correvano attorno belando come per far festa a quell’Uomo e a quella Signora». Non solo riceve l’indicazione del campo di azione, ma anche il modo con cui portare avanti la sua missione, ossia con quella amorevolezza che sola potrà conquistarli. «Non con le percosse, ma colla mansuetudine e colla carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Mettiti dunque immediatamente a fare loro una istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità del virtù». Maria insegna a Giovannino l’arte di educare. Lo sosterrà nel crescere nella virtù della umiltà, nella forza e robustezza per operare la trasformazione dei ragazzi selvatici e violenti, in agnellini, figli di Dio, e più ancora a intrepidi pastorelli. Per tutta la vita durerà questo insegnamento. E Don Bosco gli sarà fedele, anche quando gli costerà molto. Così alla fine della sua vita potrà confidare ai suoi giovani e ai suoi Salesiani: «Non abbiamo mai fatto un passo che non ci fosse stato tracciato dalla Madonna» (MB 13,169; 18,436.531).

Giovanni adolescente continua a sentire Maria vicino a sé a Chieri, sia nelle scuole pubbliche sia in seminario. La Madonna delle Grazie, davanti alla quale si inginocchia nel Duomo di Chieri, è Colei a cui lui si rivolge per la sua vocazione.  Novello sacerdote, l’Immacolata gli prepara le primizie del suo ministero attraverso l’incontro con Bartolomeo Garelli, che avviene nella mattinata dell’8 dicembre 1841, festa dell’Immacolata Concezione. In quella occasione Don Bosco, dopo essere riuscito a fare sorridere Bartolomeo, s’inginocchia e recita un’Ave Maria. 45 anni dopo, a due soli anni dalla sua morte, sul treno che lo riporta a Torino dall’ultimo trionfale viaggio in Spagna, dice: «Tutto è opera della Madonna. Tutto viene da quell’Ave Maria recitata con un ragazzo, con fervore e con retta intenzione». Sarà ancora Maria ad ascoltare le preghiere angosciate dei suoi giovani e a restituirgli la salute, quando a 31 anni è già in punto di morte, per aver donato tutta la vita ai suoi giovani.

 

Una Pastorella e tanti pastorelli

Tre anni dopo l’incontro con Bartolomeo Garelli, il 12 ottobre 1844, Don Bosco ha il famoso sogno nel quale vede le tappe del suo Oratorio e le Chiese che edificherà. Vede un branco di lupi. Impaurito vuole fuggire. Ma una Pastorella lo invita per tre volte a continuare. I lupi si trasformano prima in agnelli, gli agnelli si trasformano in pastorelli... e vede un ampio campo su cui sorge una grande chiesa. Sarà infatti la Basilica di Maria Ausiliatrice. 26 gennaio 1854: ai primi ragazzi che gli sono cresciuti accanto e sono diventati i suoi primi collaboratori Don Bosco dice: «La Madonna vuole che iniziamo una società. Ci chiameremo Salesiani». A Don Giovanni Cagliero dirà: «Maria SS. è la fondatrice e la sostenitrice delle nostre opere». Questa convinzione assoluta di Don Bosco non appare all’improvviso, ma nella sua vita cresce man mano che si verificano avvenimenti ordinari e straordinari in cui tocca con mano l’intervento della Madonna. Don Bosco conclude: «Ci credevo poco. Ma capii le cose man mano che si verificarono... Ognuno di noi abbia la sicurezza che è la Madonna che vuole la nostra Congregazione... Animiamoci sempre più a lavorare per la maggior gloria di Dio». E stato detto che le mani di Don Bosco, nel dare la benedizione di Maria Ausiliatrice, erano miracolose come l’acqua della grotta di Lourdes. Bastava che dicesse confidenzialmente a Maria: «Su, adesso cominciamo», e i miracoli fiorivano. «A suo tempo tutto comprenderai» gli era stato detto nel sogno dei 9 anni. Ormai alla conclusione della sua vita, durante la celebrazione della messa nella Basilica del Sacro Cuore a Roma, appena consacrata (16 maggio 1887), si commuove fino alle lacrime e confessa: «Adesso capisco tutto». Rivive tutta la sua vita: Maria lo ha sempre sostenuto, rinvigorendo la sua volontà per essere «forte e robusto», altrimenti non avrebbe potuto sopportare tutte le prove, il peso e la durezza di quella missione.

 

Strano monumento a una Mamma

La riconoscenza a Maria per averla sempre avuta accanto, Don Bosco la manifesterà edificandole un monumento vivo, fondando con Maria Domenica Mazzarello, l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Questa stupenda ragazza di Mornese, che vive intimamente la sua devozione all’Immacolata, è attirata come una calamita da Don Bosco. La sua devozione a Maria diventa la base della sua missione verso le ragazze e le giovani e anche per lei si ripeteranno i miracoli già visti dai ragazzi di Valdocco. In mezzo alle Figlie di Maria Ausiliatrice, a Nizza Monferrato (Asti), Don Bosco, ormai a conclusione della sua vita dirà con un filo di voce: «La Madonna è veramente qui, in mezzo a voi! La Madonna passeggia in questa casa e la copre con il suo manto». Ripensando alla nostra vita, proviamo a pensare a come Maria ci ha accompagnati e forse già salvati da tanti pericoli. Ascoltiamo Don Bosco che dice anche a noi: «Se avrete una forte e tenera devozione a Maria vedrete cosa sono i miracoli». Il primo che imploriamo è quello di sentirla sempre vicina come mamma, maestra e guida, ausiliatrice nei momenti della lotta per crescere nella nostra fede.

Dopo il felice superamento della gravissima malattia, Don Bosco, ritornato all’Oratorio di Valdocco, riprende, senza altre gravi interruzioni, una instancabile attività per i suoi ragazzi che aumentavano di giorno in giorno.

 

Una mamma per tanti ragazzi       

Accanto alla casa Pinardi c’era anche una casa di divertimento poco affidabile. Starci da solo non sarebbe stato prudente. Parlò a sua madre che viveva nella serenità della sua terra ai Becchi, circondata dai suoi nipotini. Sapeva che chiedeva un grande sacrificio: lasciare una terra dove era amata, benvoluta da tutti, per andare ad affrontare un ambiente urbano così diverso per le sue abitudini. Scrive Don Bosco nelle Memorie: «Ella capì la forza delle mie parole e soggiunse tosto: “Se ti pare tal cosa piacere al Signore, io sono pronta a partire in sul momento”»! E così fu. Dopo aver raccolto alcune cose maggiormente necessarie, partirono a piedi per Torino dove arrivarono il 3 novembre 1846. Rimarrà accanto al figlio come mamma di una moltitudine di ragazzi in gran parte orfani, per dieci anni: donando tempo, fatica e tanto amore, nei difficili e impegnativi tempi della prima essenziale organizzazione dell’Oratorio. Morì infatti il 25 novembre 1856.

 

La compagnia dei coraggiosi      

Scrive Don Bosco: «Stabilita regolare dimora in Valdocco, mi sono messo con tutto l’animo a promuovere le cose che potevano contribuire e conservare l’unità di spirito, di disciplina e di amministrazione». A questo scopo, compila un semplice Regolamento «il cui vantaggio fu assai notabile: ognuno sapeva quello che aveva da fare, e siccome io soleva lasciare ciascuno responsabile del suo uffizio, così ognuno si dava sollecitudine per conoscere e compiere la parte sua». Pensò poi a qualche pia pratica che potesse essere di stimolo alla vita religiosa dei suoi ragazzi. Fu allora che nacque la Compagnia di San Luigi, con regole proprie che si riducevano, praticamente, a poche condizioni per associarsi: buon esempio in chiesa e fuori di chiesa; evitare i cattivi discorsi e frequentare i santi sacramenti. Don Bosco presentò il progetto al Vescovo Mons. Fransoni che lo lodò, lo approvò concedendo particolari indulgenze, la possibilità di preparare e dare la cresima nella loro piccola chiesetta, a tanti giovani forestieri che non l’avevano ancora ricevuta. Scrive: «Grande entusiasmo cagionò tra i nostri giovanetti la Compagnia di San Luigi: tutti si volevano iscrivere». In una nota di un suo manoscritto afferma che tra i soci che si iscrsissero compaiono anche nomi illustri come l’Abate Rosmini e lo stesso Pio IX. Ovviamente per dare un segno grande di approvazione e incoraggiamento. Fu in occasione della celebrazione della prima festa in onore di San Luigi che il Vescovo andò all’Oratorio, per la prima volta, ed entrando nella piccola e bassa chiesetta, non abituato ad ambienti così umili, con la mitria, urtò nel soffitto, il che provocò grande ilarità tra gli astanti. Scrive Don Bosco, pure lui divertito, che l’Arcivescovo ricorderà sovente e con piacere quell’episodio...

 

Nasce nella povertà la «casa salesiana»  

Scrive nelle Memorie: «Apparve altro bisogno assai grande cui era urgente un provvedimento. Molti giovanetti torinesi e forestieri erano pieni di buon volere di darsi a una vita morale e laboriosa; ma invitati a cominciarla solevano rispondere di non aver né pane, né vestito, né alloggio ove ricoverarsi almeno per qualche tempo. Per alloggiarne almeno alcuni, che alla sera non sapevano più dove ricoverarsi, aveva preparato un fienile, dove si poteva passare la notte sopra un po’ di paglia. Ma gli uni ripetutamente portarono via le lenzuola, altri le coperte, e infine la stessa paglia fu involata e venduta. Ora avvenne che una piovosa sera di maggio, sul tardi, si presentò un giovanetto sui quindici anni tutto inzuppato dall’acqua. Egli domandava pane e ricovero. Mia madre l’accolse in cucina, l’avvicinò al fuoco e mentre si riscaldava e si asciugava gli abiti, gli diede minestra e pane per ristorarsi». Don Bosco intanto gli chiede se avesse frequentato qualche scuola, se avesse un mestiere, dove volesse andare. Rispose: «Io sono un povero orfano venuto dalla Valsesia (zona di Varallo, provincia di Vercelli), per cercare lavoro. Avevo con me tre franchi, i quali ho tutti consumati prima di poterne guadagnare altri e adesso non ho più niente e sono di nessuno… Non so dove andare, dimando per carità di poter passare la notte in qualche angolo di questa casa...».

Tacque e si mise a piangere, e con lui Mamma Margherita e Don Bosco... Dopo qualche perplessità, ma incoraggiati dalle parole del giovanetto: «Stia tranquillo: io sono povero ma non ho mai rubato niente», si attivarono per preparagli un posto dove riposare. Scrive Don Bosco: «Mia madre, aiutata dall’orfanello, uscì fuori, raccolse alcuni mattoni e con essi fece in cucina quattro pilastrini, sopra cui adagiò alcune assi, e vi soprapose un saccone, preparando così il primo letto dell’Oratorio. La buona mia madre fecegli, di poi, un sermoncino sulla necessità del lavoro, della fedeltà e della religione. Infine lo invitò a recitare le preghiere» che, non sapendole, le ripeté con Don Bosco e la Mamma. Nacque così la tradizionale “buona notte” ancora in uso e sempre attesa nelle case salesiane. Un delicato augurio serale nato dal cuore di una mamma, e continuato dal figlio sacerdote, a indicare lo spirito di famiglia tanto caro a Don Bosco. Era l’anno 1847. Da allora i ragazzi che bussarono alla porta di Don Bosco e ne furono accolti, non si contano, tanto che dovette attivarsi per affittare, comperare, costruire altri ambienti, aprire nuove case nella città per ospitarli con dignità, come minutamente descrive nelle Memorie.

 

La mano della Provvidenza

Ma tutto ciò costò a Don Bosco preoccupazioni per le spese alle quali da solo non poteva far fronte, se non in un filiale abbandono nelle mani della Divina Provvidenza che, come già aveva sperimentato e continuerà a sperimentare, nella sua vita non lo lascerà mai solo. Un fatto, in queste circostanze dell’inizio dell’espansione della sua Opera, che vale per tutti. Si trattava di acquistare la casa Pinardi. Un accordo, senza scritti, ma a sola stretta di mano (come era possibile allora!): franchi 30.000, pagabili in contanti entro quindici giorni. Scrive Don Bosco nelle Memorie: «Ma dove prendere una tal somma in così breve tempo? Cominciò allora un bel tratto della Divina Provvidenza.

Quella stessa sera Don Cafasso, cosa insolita nei giorni festivi, mi viene a fare visita, e mi dice che una pia persona, la contessa Casazza-Riccardi, l’aveva incaricato di darmi dieci mila franchi da spendersi in quello che avrei giudicato della maggior gloria di Dio. Il giorno dopo giunge un religioso rosminiano che veniva in Torino per mettere a frutto franchi 20.000, e me ne chiedeva consiglio. Proposi di prenderli a mutuo per il contratto Pinardi, e così fu messa insieme la somma ricercata. I tre mila franchi di spese accessorie furono aggiunti dal Cav. Cotta nella cui banca venne stipulato il sospirato contratto». La storia di Don Bosco e della sua Opera sarà tutta costellata di straordinari segni materni della Divina Provvidenza. D’altra parte non si spiegherebbe umanamente una espansione così rapida dalla sua Opera. 

 

 

Don Gianni Asti

 

 

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