Spiritualità e quotidiano

La sindrome del riccio

Se l'esistenza viene sentita come una sequenza di attentati è normale che ci si senta in dovere di innalzare muri...


Siamo afflitti dalla «sindrome del riccio» a tutti i livelli: al minimo sfioro di un pericolo o presunto tale, scatta l'appallottolamento su se stessi, la chiusura difensiva. Temiamo la crisi economica: sconfessiamo l'Europa e torniamo alla lira! Abbiamo paura degli immigrati: chiudiamo le frontiere! Ci sentiamo insicuri: rinserriamoci dietro la porta blindata e spariamo a vista ai ladri!

 

Il fenomeno è stato tante volte notato da apparire ormai banale nei suoi sviluppi: da sempre la reazione alle minacce esterne è stata l'erezione di barriere, fisiche e no. Ciò che però è stato meno studiato, invece, è il possibile legame tra tale ripiegamento difensivo, che la società dimostra oggi in tanti suoi aspetti, e l'analogo «ritorno» di tanti alla religiosità tradizionale, anzi addirittura rigidamente tradizionalista. C'è un nesso - chiediamoci ad esempio - tra la paura per i migranti e il «no» ai matrimoni gay (in fondo gli uni e gli altri sono dei «corpi estranei» in una società chiusa), tra la difesa a oltranza dei «valori cattolici» e la rivendicazione del localismo nelle sue varie espressioni?

 

Parlo del clima generale, beninteso, non delle singole persone che assumono l'una o l'altra posizione. Ci dev'essere - io credo - un travaso di umori tra chi strilla «prima aiutiamo quelli di casa nostra!» e quanti paventano l'invasione islamica nell'Europa cristiana; né escluderei una partecipazione di consonanze tra il rifugio popolare nel miracolismo religioso e la ricerca in tutti i settori dell'«uomo forte» capace di risolvere i problemi con un sol tocco. Sociale e religioso s'incontrano, anzi inevitabilmente si compenetrano; pensiamo al vecchio motto «Dio, patria, famiglia», cardine di storiche commistioni tra sacro e profano, e alle aberrazioni totalitarie che ha permesso...

 

Non vorrei fare un discorso di parte: in molti degli atteggiamenti citati sussiste senz'altro una percentuale di ragioni ­- tanto meno desidero discuterne la retta intenzione. Mi limito a osservare un parallelismo di clima culturale, questo: viviamo sotto una cappa di timori sociali, in grande misura irrazionali, che sono anche l'humus preferito per lo sviluppo di un certo tipo di religiosità «rassicurante», quella delle devozioni, della fede cieca, della sottomissione, del dogma «sicuro» ed eterno, del legalismo e della formalità, degli anatemi e delle condanne apocalittiche, eccetera. Teniamone conto, quando valutiamo con ottimismo forse eccessivo la risorgenza della «vera fede» sul secolarismo.

 

Il rinserrarsi negli steccati di una religione o di una morale si sposa infatti ottimamente con l'istinto di autotutela dei propri privilegi, che informa ormai molto sentire comune come una priorità assoluta, anche di ideali. Si crede come si vive. E se l'esistenza viene sentita con apprensione, come una sequenza di attentati al proprio benessere (la crisi), alla propria sicurezza (gli immigrati), alla propria libertà (le regole, le leggi, il fisco...), è piuttosto normale che - trasferendosi nel settore religioso - ci si senta in dovere di innalzare muraglie anche lì: per esempio contro le «invasioni» del nuovo in liturgia, o in difesa della famiglia «di sempre», o a rifiuto di tutto quanto nella Chiesa suona cambiamento, dalla comunione per i divorziati risposati alla lavanda dei piedi per le donne.

 

Ma si vive come si crede, anche. E proprio qui infatti si sviluppa il problema maggiore, a mio parere: una fede che mira soprattutto a restituire certezze appaganti per sé e verità indiscutibili ed escludenti verso i diversamente pensanti, scaturirà con ogni probabilità comportamenti piuttosto lontani da quelli evangelici. L'amore per il prossimo verrà quanto meno sottoposto alla preventiva verifica dei metal detector, come all'aeroporto, («Si prega di deporre tutti i pensieri potenzialmente diversi dal nostro»), o - chissà - la prossima porta santa dovrà essere blindata... Per difendere i valori, ovviamente.


Di Roberto Beretta

Tratto da http://www.vinonuovo.it

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