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L'Ampiezza della Ragione: Unità e Pluralità del Vero da Giovani per i Giovani

Una forma tipica e diffusa di patologia consiste nella riduzione al «soggettivo» (opinione e/o sentimento) degli «interrogativi propriamente umani, quelli cioè sul "da dove" o sul "verso dove" dell'esistenza umana... [1]


L'Ampiezza della Ragione: Unità e Pluralità del Vero da Giovani per i Giovani

da GxG Magazine

del 03 novembre 2008

Riconoscere l'ampiezza della ragione

Ricorre, necessariamente, più volte in questo Forum il riferimento al tema proposto da Benedetto XVI dell'ampiezza della ragione, in controtendenza all'«autolimitazione» che la ragione moderna ha indotto nella cultura occidentale. Il papa ha affermato nel discorso di Regensburg che vi sono «patologie minacciose della religione e della ragione» [2] – ampiamente documentate nel nostro tempo - che derivano da un'erronea restrizione di campo che la ragione, nella sua autocomprensione storica, è venuta imponendo a se stessa. Una forma tipica e diffusa di patologia consiste nella riduzione al «soggettivo» (opinione e/o sentimento) degli «interrogativi propriamente umani, quelli cioè sul 'da dove' o sul 'verso dove' dell'esistenza umana, gli interrogativi cioè della religione e dell'ethos», così ridotti non perché dimostrati invalidi in se stessi, ma perché «non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla scienza», cioè in una forma della ragione che di principio non può formulare simili interrogativi.

La riduzione dell'ampiezza della ragione deriva dunque dall'avversione contro gli interrogativi fondamentali della ragione stessa. La ragione, infatti, restringe la sua interiore ampiezza, quando riduce la portata della sua capacità di ascolto, di domanda e di risposta. L'ampiezza della ragione - potremmo dire - non va innanzitutto rappresentata come un dispiegamento teatrale della ragione, come fosse un palcoscenico su cui si rappresenta tutto e di tutto; cioè come un'ampiezza quantitativa. Piuttosto, la ragione vive la sua ampiezza non sottraendosi all'esercizio della sua capacità e responsabilità di domandare, che non può essere ristretto entro i limiti di una certa metodologia come quella scientifica. La natura del logos umano, infatti, si manifesta innanzitutto come domanda e la vastità della ragione si documenta per prima cosa nell'immensità della sua domanda, che non si ferma di fronte a nulla ma riguarda ogni cosa, è cioè infinitamente aperta, e aperta all'infinito.

Questo aveva capito il logos filosofico greco, come là dove Aristotele dice che «l'anima è in qualche modo tutte le cose»[3]. L'anima razionale per Aristotele è, infatti, capacità conoscitiva, che come tale è aperta a tutto e ha interesse per tutto. Ma ci si apre a tutto in modo sensato anzitutto domandando, perché la domanda, pur sempre circostanziata, ha un'apertura di senso totale. Per questo la natura interrogativa del logos umano è il modo con cui esso è in grado di incontrare quello divino. Questo vuol dire che la vita del logos umano è una vita di domanda e risposta; che «la genesi della mente umana - come afferma, ad esempio, Ch. Taylor - non è monologica, ma dialogica». Ma questa è la stessa struttura divina trinitaria: all'origine c'è il dialogo, che è il volto del mistero e il segreto delle cose.

 

Ampiezza della ragione significa profondità

La crisi della ragione moderna è basata sul rovesciamento di questa posizione. Nel senso che è prevalsa l'idea che si dia certezza solo del particolare e che la saggezza consista invece nel dubbio sul fondamentale: è dubbio che vi sia verità delle cose, mentre vi è certezza sugli innumerevoli procedimenti particolari nei vari campi del sapere. Dunque, la condizione del sapere umano (cioè dell'esercizio del suo logos) starebbe nel possesso di certezze particolari (soprattutto tecniche e scientifiche) sullo sfondo di un dubbio fondamentale sulla verità, e quindi sul senso e sull'ordine delle certezze possedute.

Questo rovesciamento è drammatico e nefasto, perché la natura della ragione, cioè il logos creato, è invece quel «luogo» misterioso (di cui è ben difficile definire la natura) in cui la realtà «si manifesta». Questa è già idea di Tommaso: la ragione è accordo fondamentale con l'essere, perché se non ci fosse tale accordo, non esisterebbe una sola domanda sensata, non solo quella scientifica o filosofica, ma qualunque domandare sarebbe senza fondamento e senza senso; e quindi, di principio e di fatto, non vi sarebbe esercizio possibile della ragione. Non avrebbe senso un domandare qualunque, quindi non avrebbe senso l'impresa della ragione come tale, perché se fosse fondato lo scetticismo sul fatto che noi comprendiamo la realtà, che cosa mai potremmo cercare? Il mondo diventerebbe (e lo diventa per chi ammette uno scetticismo radicale) una fantasmagoria e la fantasmagoria finirebbe in delirio; la ragione sarebbe equiparabile a una forma di pazzia. Al contrario, la certezza fondamentale è e deve essere (per rendere conto dell'esercizio della ragione) che la ragione è luogo di manifestazione e quindi che noi siamo essenzialmente e inevitabilmente nella verità. Noi non siamo e non possediamo la verità, ma noi siamo originariamente nella verità, così come diciamo che, se vediamo qualcosa, è perché siamo nella luce e, proprio perché siamo nella luce, abbiamo il problema di venire a conoscere che cosa sia veramente la tal cosa.

Dunque, questa relazione originaria (perché non dedotta o prodotta da altro) e fondamentale (perché alla base di ogni ulteriore, più particolare relazione) è manifestazione e verità, nel suo significato primario e insuperabile: ogni modalità particolare di verità dipende dall'essere la ragione relazione manifestativa/veritativa della realtà. La verità sta a fondamento della conoscenza, che su questo presupposto va cercando le forme determinate del vero; la verità è la condizione di possibilità che si diano, secondo le diverse forme della conoscenza, le verità.

 

Ampiezza della ragione significa pluralità delle sue forme

L'ampiezza della ragione è comprensiva della sua interna differenziazione di forme. Non si tratta di estendere indiscriminatamente la razionalità, perché anzi questo potrebbe essere proprio il gioco della frammentazione postmoderna, ma riconoscere le molte vie alla/della verità di cui la ragione finita umana è dotata. Differenziare le forme della ragione significa recuperare la grande lezione antica che oggi si completa con la capacità di distinguere tra il teorico scientifico e il teorico speculativo, il pratico tecnico, il pratico morale e il teorico-pratico espressivo poetico, sono cinque forme della razionalità tra loro irriducibili.

Da questo punto di vista va ancora riconosciuto il merito di Kant di avere recepito l'influenza della tradizione aristotelica delle università tedesche del suo tempo quanto alla distinzione delle forme della razionalità (teorico, pratico e artistico-estetico), a fronte della predominante tradizione moderna che ha puntato invece sull'univocità, sulla riduzione ad unum della ragione, da cui provengono i peggiori riduzionismi contemporanei.

Questo sembra importante anche dal punto di vista educativo, guidare a cogliere il senso della pluralità delle forme razionali. Compito oggi importante rispetto alla tendenza scientista e tecnocratica del riduzionismo univocista; una raffinatezza barbarica (una specie della «barbarie della riflessione» di cui parlava G.B. Vico a metà del XVIII secolo) con cui si angustia e ottunde la capacità razionale. È una barbarie, infatti, pensare che sia possibile ridurre la ragione a uno solo dei suoi modi. Come abbiamo bisogno di più organi per afferrare le realtà, così siamo necessitati a disporre di più modi di pensare e di più atti di pensiero per entrare in comunicazione con la ricchezza della realtà.

Al contrario, le forme della ragione prendono senso dall'essere tutte modi diversi di apparire della verità, modi differenziati del prender forma del nostro essere nella verità, del nostro far esperienza dell'accordo dell'essere e della ragione.

Come il papa sottolinea ampiamente nel discorso di Regensburg, non vi è motivo di sospetto nei confronti della ragione, della scienza, della tecnica e la «critica della ragione moderna, dal suo interno, non include assolutamente l'opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell'illuminismo, rigettando le convinzioni dell'età moderna» e il suo «ethos della scientificità». Ma si tratta di avvertire il pericoloso condizionamento che l'«autolimitazione» della ragione porta con sé e riconoscere invece la feconda molteplicità dei modi dell'unica ragione.

II problema è piuttosto come si mantenga l'unità del sapere nella molteplicità dei suoi modi teorici, morali, artistici e tecnici che il moderno, più platonico che aristotelico, non ha saputo rispettare. Mantenere l'apertura al tutto è, a questo scopo, fondamentale. Dobbiamo rispettare tutto quello che i modi particolari della ragione, in particolare tecnici e scientifici, ci hanno fatto acquisire, come insiste a dire il papa. Però dobbiamo tener ben presente che i modi specializzati della ragione comunicano fra di loro solo in forza del loro comune riferimento al livello in cui la ragione si esercita come visione complessiva della realtà (cioè come ragione filosofica). Parole come: mondo, uomo, Dio, dal punto di vista scientifico non significano (e non devono significare) nulla. Quante volte usiamo parole come il mondo o la realtà! Eppure il mondo e la realtà non si vedono. Il mondo come totalità di ciò che esiste è invisibile. Eppure non è possibile sottrarre l'idea di mondo, senza che venga tolto lo sfondo su cui pronunciare qualunque giudizio particolare. La mente umana è spalancata alla totalità, per cui parla della realtà come totalità, ad esempio come «mondo», senza di cui ogni cosa si atomizza e perde senso.

 

Ampiezza della ragione significa amare la verità

All'esercizio della ragione è connesso un problema esistenziale di fondamentale rilevanza, soprattutto nel nostro tempo. Il problema che spesso i ragazzi testimoniano è la loro esperienza d'essere in un mondo che appare loro inintelligibile, come un tutto privo di senso di cui sono disamorati, per il quale non provano curiosità e gusto di conoscenza. Di questo il clima della scuola dà spesso testimonianza. (“è evidentemente una radice affettiva di questa situazione, che non si può trascurare perché segno di una crisi antropologica, che mette in discussione la capacità esistenziale di aprirsi all'intelligibilità elementare del mondo, di prender coscienza della fondamentale apertura al vero della ragione, che significa insieme avere fiducia nella realtà e poterla amare. In questa condizione diventa ovvio il ripiegamento soggettivistico e appare scontato il cedimento emotivistico, inoltre diventano sensibili i numerosi sostituti narcisisti o conformisti i dell'interesse intellettuale o dell'iniziativa sociale”).

Si tratta, inaspettatamente, di «rendere credibile» la realtà in oggetti segnati molto presto dalla sfiducia nei suoi confronti e, più profondamente, da una crisi affettiva che non ha maturato il senso della fiducia, non permettendo di avvertire come «affidabile» la realtà stessa; probabilmente perché non ci si è potuti fidare «prima» dei rapporti primari e importanti che decidono dell'apertura/chiusura psicologica e spirituale nei confronti della realtà.

Anche a questo proposito il magistero del papa sull'altro lato del mistero umano-divino, quello dell'amore e dell'amicizia, appare attuale e importante. Riaprire lo spazio della fiducia è solidale con il riaprirsi della mente alla verità, al senso elementare della verità, perché, in fondo, la verità è la prima, basilare e discreta, forma di amicizia della realtà nei nostri confronti. Per questo, se si ha a cuore l'«ampiezza» della ragione e il suo farne esperienza, è quanto mai urgente anche la cura per l'esperienza dell'amicizia, della famiglia, della comunità e, in generale, dei luoghi in cui sia attiva la fiducia nella relazione e, perciò, nella realtà.

 

 

 

[1] Testo dell'intervento tratto da: CEI – Servizio Nazionale per il Progetto Culturale, La ragione, le scienze e il futuro delle civiltà. Ottavo forum del Progetto Culturale, EDB, Bologna 2008, 129-134.

[2] Benedetto XVI, Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni. Discorso ai rappresentanti della scienza (Regensburg, 12 settembre 2006).

[3] Aristotele, De Anima III,8

 

 

 

 

 

Francesco Botturi

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