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“Innalzato da terra attirerò tutti a me”

I decenni passano e mi chiedo in che modo accettare l'inevitabile declino in attesa dell'ultimo crepuscolo. I capelli grigi ed il volto segnato dal tempo inducono a pensare che il più è fatto, e si accetta la corsa col tempo aspettando finisca. Il corpo martoriato dai troppi interventi chirurgici e quando il cuore non chiede più si precipita nel buio dell'apatia.V DOMENICA DI QUARESIMA


“Innalzato da terra attirerò tutti a me”

da Teologo Borèl

del 28 marzo 2009

ANNUNCIARE

 

“Innalzato da terra attirerò tutti a me” Gv 12,20-33

 

Siamo a Gerusalemme, in prossimità della festa di Pasqua. Gesù è entrato trionfalmente nella città e il motivo di questo ingresso solenne viene condensato dall’evangelista nell’ultima frase del brano: “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”. Il verbo “elevare” ha una duplice valenza: da un lato richiama l’innalzamento del corpo di Gesù sulla croce, dall’altro l’esaltazione che il Padre riserva al Figlio per la sua obbediente accettazione della passione. Con la morte di croce, Gesù, attirando tutti a sé, riunisce i figli di Dio che erano dispersi (cfr. Gv 11,51-52) e diviene così causa di salvezza per tutti. La presenza dei Greci – pagani “simpatizzanti” della religione giudaica – sta ad indicare che i benefici della morte di Gesù abbracciano tutto il mondo e che l’inconsapevole profezia pronunciata in precedenza dai farisei (“Tutto il mondo gli va dietro”: Gv 12,19) si sta già realizzando. I Greci vogliono “vedere” Gesù, cioè muovono i primi passi per poter credere in lui.

Essi si rivolgono a Filippo, che ne parla ad Andrea. Questi due apostoli, dai nomi greci ed originari della Galilea (una terra abitata anche dai pagani), sono gli intermediari tra Gesù e gli stranieri. Il messaggio sottostante a questa scena, per noi lettori non Giudei di oggi, è che a Gesù si giunge attraverso la mediazione apostolica, la mediazione della Chiesa. Con l’arrivo dei Greci, il “buon pastore” che deve dare la vita per le pecore, anche per quelle di “altri ovili”, per radunarle in un unico gregge (cfr. Gv 10,15-16), annuncia che è giunta l’ora di dare la vita. Questo, in fondo, è il senso di ciò che Gesù dice in risposta a Filippo e ad Andrea: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo”. E dopo aver detto questo, i Greci e i due apostoli scompaiono dalla scena; la loro presenza ha dato a Gesù lo spunto e ora, attraverso la parabola del seme, lascia spazio ad un discorso che esplicita il significato della glorificazione del Figlio e indica quali frutti di salvezza produrrà per l’umanità. Il sacrificio di Gesù è produttivo di per sé, dà vita, ma anche l’uomo deve fare la sua parte. Riprendendo i detti dei sinottici sulle esigenze della sequela (cfr. Mc 8,34-35 e par.), Gesù traccia per il discepolo un cammino che sostanzialmente segue le orme del maestro: si deve passare attraverso la morte per avere la vita. Seguire e servire Gesù si concretizza nel preferire (in termini semitici “amare”) la vita eterna alla vita “in questo mondo” (da “odiare” secondo la medesima terminologia). La stessa drammatica esperienza che il Maestro visse al Getsemani (cfr. Mc 14,32-42) è riservata anche al suo discepolo. Giovanni non la riporta nel suo Vangelo, ma se ne può sentire l’eco ora, nelle parole di Gesù che esprime “turbamento” nell’anima e desiderio di essere “salvato da quest’ora”. Ma come nei sinottici la richiesta di non bere il calice della passione lasciava spazio subito all’accettazione della volontà del Padre, così in Giovanni Gesù si rimette totalmente a questa volontà. E la conferma del Padre non si fa attendere: “Confermo il tuo operato e ne sono compiaciuto” – sembra dire il Padre dal cielo – “e lo confermerò fino a che tutto sia compiuto (cfr. Gv 19,30)”. La glorificazione del Figlio è condanna del principe del mondo, vittoria su Satana e sulle potenze ostili al bene. Sappiamo che questa vittoria, già realizzata in Gesù, si sta compiendo lentamente, nello spazio e nel tempo, nei suoi discepoli.

 

CELEBRARE

L’Amen di Dio

La preghiera eucaristica, si conclude con la dossologia finale: «Per Cristo, con Cristo e in Cristo a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito santo ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen».

La radice della parola ebraica Amen, infatti, significa: stabilità, verità, fermezza e può essere tradotta come: è così, è vero, quanto il sacerdote ha detto, lo affermiamo anche noi. Proclamare l’Amen, equivale dunque a fare proprio, senza riserve, quanto è stato pronunciato dal presbitero nell’intera preghiera eucaristica. Di conseguenza, è privo di ogni senso far recitare da tutto il popolo anche la parte dossologica che, provocherebbe solo un indebolimento della risposta.

Questa conclusione dossologica, esaltata dalla forza del gesto del presbitero, (che in questo momento è chiamato ad elevare solennemente i doni eucaristici), chiude l’intera preghiera e la spalanca verso i riti di comunione. Infatti, questo si, sancisce il patto di alleanza tra Dio e il suo popolo che si consumerà , successivamente, nei riti di comunione.

Ricevendo il Corpo di Cristo tra le proprie mani, il fedele risponde dicendo: Amen. Ora si compie il prodigio della Pasqua: nutrendosi del Corpo stesso di Cristo, il cristiano viene trasformato in Colui che ha accolto nella fede.

Il vostro “Amen” voi lo dite non per confermare quanto è stato detto, ma per esprimere la realtà profonda che siete diventati (S. Agostino).

Il nostro Amen è il volto del Signore Gesù, in Lui, per Lui e con Lui sale a Dio il nostro canto: «Tutte le promesse di Dio in Lui solo “si”. Per questo attraverso di lui sale a Dio il nostro “amen”, per la gloria di Dio (2 Cor 1,19).

Nelle nostre assemblee liturgiche questa breve ma intensa parola, andrebbe maggiormente valorizzata. Il canto, resta certamente una delle vie più efficaci per comprenderne l’importanza ed esaltarne la forza. Così infatti ci testimonia anche san Girolamo elogiando la fede della comunità di Roma: «Dov’è mai che con tanto desiderio e tanta assiduità si corre alle chiese e ai sepolcri dei martiri così come a Roma? Dov’è mai che l’Amen rimbomba simile a un tuono dal cielo e si scuotono i vani templi degli idoli così come a Roma?».

 

 

TESTIMONIARE

 

Incontri lungo il cammino...

I decenni passano e mi chiedo in che modo accettare l’inevitabile declino in attesa dell’ultimo crepuscolo. I capelli grigi ed il volto segnato dal tempo inducono a pensare che il più è fatto, e si accetta la corsa col tempo aspettando finisca. Il corpo martoriato dai troppi interventi chirurgici e quando il cuore non chiede più si precipita nel buio dell’apatia.

Non rinuncio a vivere, ed ora ritrovo valori dimenticati tra polvere e depressione scoprendo la realtà della Caritas. Vivo in un ambiente dove l’incoraggiamento si respira e torno a dare valore e senso ad emozioni dimenticate. Partecipo al corso del Laboratorio Artigianale della Caritas Diocesana Teramo-Atri con amici dalla genuina semplicità; maestre e volontarie rendono possibile la realizzazione di manufatti che ci rendono felici e realizzati. Il vuoto si arrende tra simpatici scherzi unendoci in solidarietà che arricchisce giorno per giorno. Al mattino mi sveglio sapendo che darò valore al tempo che generosamente mi viene concesso, e la sera mi lascio andare al sonno, appagato e sereno per il giorno vissuto.

Esperienza che dona fiducia nuova, e sapore che toglie povertà all’anima e che rinverdisce il calore dell’affetto umano. Spero che altre persone possano frequentare ambienti ove si ricrei gioia di vivere ed umanità.

 

Un ospite di un centro Caritas

... verso una vita nuova

Non ci sono situazioni impossibili o irrecuperabili. Occorre credere, a volte contro quella che sembra un’evidenza, che ogni persona può essere toccata dall’amore e portata a voler cambiare la propria situazione.

Questo ci viene insegnato dall’ospite del centro Caritas che ci ha donato la sua esperienza.

Creare occasioni per incontrarsi può essere un primo passo per raggiungere chi sembra “lontano”. Proviamo, in gruppo o in parrocchia, a progettare un’iniziativa in merito.

 

PREGHIERA INTORNO ALLA MENSA

Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me. (Gv 24.32).

Signore Gesù, la tua vita, donata sulla croce, è diventata feconda per tutti gli uomini: ci ha dato la certezza che il Padre ci ama, che non ci respinge per le nostre debolezze ma ci accoglie nella sua misericordia e ci perdona. La contemplazione della tua croce doni a molti uomini la certezza che l’amore vince l’egoismo e che la vita ha l’ultima parola sulla morte.

 

Conferenza Episcopale Italiana

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