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Il sorriso più bello

Domenica scorsa Padre Pino Locati, Missionario d'Africa (Padre Bianco) ha celebrato la prima messa della festa di Cristo Re a Ngangi. "Il piazzale si riempie poco a poco. In genere ci sono circa 800-1000 persone del quartiere per la Messa, oggi sono almeno 2.000 con gli sfollati presenti, senza contare i bambini, a centinaia..."


Il sorriso più bello

 

Domenica 25 novembre, festa solenne di Cristo Re per noi cattolici. Prendo la prima moto-taxi, discuto il prezzo del trasporto come si fa nei sook (mercati) arabi, e via per recarmi a Ngangi! A metà strada, la foratura della ruota posteriore! Le strade sono talmente accidentate, non mi meraviglio che le forature siano frequenti! Chiamo un'altra moto-taxi e arrivo a Ngangi per la Messa delle 7. Sono appena le 6.30, entro nella grande sala sportiva, è impossibile svolgere la celebrazione, troppa gente, mamme e bambini stanno ancora riposando, senza contare i sacchi e il bailamme generale. Mi chiamano fuori e mi dicono che la Messa sarà celebrata all’aperto nel piazzale della scuola. Ok, vado! Nell’attesa mi aggiro a vedere il campo degli sfollati di Ngangi per la terza volta, trovo i bambini che giocano con una corda funzionante come liana, vi si aggrappano e si slanciano come Tarzan nella giungla. Vedo i teli sotto i quali molte famiglie hanno trascorso la notte, alcuni sono forati, dei focherelli sono ancora accesi, le mamme mi chiedono una foto souvenir del loro bambino, eccomi! In questi ultimi tre giorni, la PAM ha fornito da mangiare a tutti i presenti, meno male!

Il piazzale si riempie poco a poco. In genere ci sono circa 800-1000 persone del quartiere Ngangi per la Messa, oggi secondo il padre Piero Gavioli, sono almeno 2.000 con gli sfollati presenti, senza contare i bambini, a centinaia. Tutto è ben disposto, ordinato, pulito. Complimenti agli organizzatori! Mi vesto da celebrante e mi “lancio all’attacco” di questa celebrazione. Una processione danzante per l’netrata, il canto del Kyrie eleison con 4000 braccia alzate, l’intercessione e le letture. Di domenica, quando sono chiamato nelle parrocchie, non riesco più a leggere il Vangelo, lo racconto a memoria in swahili. Era previsto un brano di Giovanni, il colloquio tra il vero Re e un prefetto romano, ma anziché soffermarmi su un dibattito arduo per gli ascoltatori (il potere di Cesare e il potere del Figlio dell’uomo), scelgo il brano di Matteo: il giudizio universale. Lo conosco a memoria, l’ho raccontato parecchie volte, anche nel mio paese natio all’occasione della festa di S. Rocco. Sul palco cammino e racconto il Vangelo come si faceva una volta nelle piazze del medioevo quando la gente non conosceva le Sacre Scritture. Tutti sono seduti, ascoltano, nessuno sbadiglia, attenuo o alzo la voce a seconda che il Re si rivolga ai giusti o agli ingiusti, le mie mani accompagnano la mia voce. Mi ricordo che a mio padre piaceva “fare del teatro” quando andava in giro con la carretta a vendere qualche cesta di frutta e verdura per il paese. Io non vendo ma annuncio la Parola, utilizzo però la stessa arte di mio padre per richiamare l'attenzione della gente.

Due messaggi: beati coloro che danno da mangiare a voi presenti ma beati anche voi che soffrite perché Dio è in voi; a voi appartiene il Regno mentre agli empi la tenebra eterna. Poche parole, alla gente stanca e scoraggiata non occorrono dire molte cose, bastano uno o due messaggi, chiari, forti e possibilmente incisivi. Ho cantato il prefazio in modo solenne, volevo rincuorare tutta quella gente con un canto melodioso e partecipativo con tanto di ritornello alla fine di ogni strofa del prefazio secondo il rito congolese. C’è stata una buona reazione e poi l’esplosione è avvenuta al momento del Sanctus. Finalmente ho visto la folla sorridere! Il sorriso! Quanto fa bene al cuore e all’anima quel sorriso spontaneo, sincero, limpido come l'acqua di montagna! Il cuore si libera, la gola si scioglie dai nodi dell’angoscia, le mani vibrano, le braccia sono alzate e piedi ritmano al suono dei tamburi, della pianola e delle chitarre elettriche! Tutto il corpo diventa un’espressione di festa e di lode a Dio Creatore!

Al canto del Padre Nostro, ci siamo dati la mano e abbiamo eseguito il canto come se fossimo sulle onde del lago Kivu, dondolando leggermente come una barca di pescatore, spinta dal vento. Probabilmente è l’ultima volta che vedo questa gente, nei prossimi giorni ritorneranno tutti a casa loro, forse già da domani se sono reperiti camion per trasportarli. Volevo che alla fine di una settimana terribile, vissuta nel terrore, nella fame, nella privazione di ogni conforto materiale, queste persone potessero tornare con un sorriso ai loro villaggi, ricordando che ancora possiamo cantare al Dio misericordioso che non si scorda di noi, è attento alle nostre vicende e ci accompagna per non soccombere all’ansia dovuta alla paura.

Alla fine della Messa, una benedizione cantata in latino come il Papa dal balcone della basilica di S. Pietro, e perché no? Per dare un sapore di altezza, grandezza, maestosità alla celebrazione e la gente parta con un gran sorriso nel cuore. Quel sorriso, l’ho visto nelle donne del coro, partite danzando e sorridendo alla vita! Sempre mi ripropongo la domanda: com'è possibile che questa gente, martoriata dagli avvenimenti, riesca ancora a glorificare e a sorridere a Dio? Anche nell’anfiteatro di Nerone, come facevano i cristiani a lodare il Signore poco prima di essere sbranati dai leoni?

Pino

 

Padre Pino Locati

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