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Il bisogno di raccontarsi, di mostrarsi

Una vita non raccontata non esiste davvero, è un mucchio di avvenimenti senza ordine alcuno. Solo riflesso nello sguardo di chi mi ama potrò trovare il senso della mia vita, solo scoprendo che lui/lei è affascinato dalla sua bellezza potrò scoprire che la mia vita è bella e degna di essere vissuta. Non è forse questa l'amicizia?


Il bisogno di raccontarsi, di mostrarsi

da Quaderni Cannibali

del 19 novembre 2012 

 

Uno degli aspetti più singolari del nostro tempo, enormemente potenziato dalla Rete, è il bisogno di raccontarsi, di mostrarsi. Bisogno che ha creato i social network (è infatti la domanda che genera l’offerta, come ci assicurano i nostri amici economisti).

Generalmente questo fenomeno è associato a un giudizio negativo, viene bollato infatti con il marchio di infamia di vanità, esibizionismo, narcisismo. Ma è proprio così? Non c’è al fondo di questo fenomeno apparentemente inarrestabile, di questo vero segno dei tempi, un valore, un segno positivo, un’esigenza legittima?

Io credo che sia così in realtà. Credo che la vita, come nel bellissimo romanzo di M. Ende “La storia infinita”, non è stata davvero vissuta finché non è stata narrata. E’ raccontandola che diamo un senso alla vita, imparando a distinguere le bagatelle dall’essenziale, a scavare nel significato degli eventi così da scoprire il diamante scintillante nel centro della volgarità e della banalità quotidiana. Narrando la vita le diamo il giusto valore, ridimensionando dolori atroci ed esaltando la bellezza, perché nella condivisione il dolore si divide e la gioia si moltiplica, come ognuno sa.

Una delle teorie più interessanti della moderna fisica delle particelle è la “teoria dell’osservatore” che dice che un fenomeno non esiste davero finché non è stato osservato (è il famoso paradosso del gatto di Schroedinger) non capisco un accidente di fisica, ma so che esistenzialmente questa è una grande verità. Una vita non raccontata non esiste davvero, è un mucchio di avvenimenti senza ordine alcuno, perché è lo sguardo dell’osservatore (o in questo caso dell’ascoltatore) che trasforma l’evento in storia, dandogli così senso e identità.

Il problema però è che questo nostro tempo ha un deficit terribile di ascoltatori, perfino quello che dovrebbe essere il luogo naturale della condivisione e del racconto della vita, cioè la famiglia è diventato un posto in cui ci si ascolta pochissimo, stretti come siamo nella morsa di una vita frettolosa e superficiale. Ecco spiegato il motivo del travolgente sucesso di social network e blog, perché vanno a riempire un vuoto di ascolto, permettendoci di narrare la nostra vita.

Il problema è che è la qualità dell’ascolto a fare la qualità del racconto e se sostituisco l’ascolto amante di un amico (o moglie o marito, o entrambe le cose) con quello anonimo e impersonale della rete perderò il gusto di rendere bello il mio narrare, cioè la mia vita. Andrà a finire che invece di cercare l’approvazione di chi mi ama cercherò l’applauso di un generico pubblico, il che porterà inevitabilmente ad involgarire il racconto, a farlo scendere dal livello della condivisione amante a quello del pettegolezzo o peggio dell’esibizione.

Solo riflesso nello sguardo di chi mi ama potrò trovare il senso della mia vita, solo scoprendo che lui/lei è affascinato dalla sua bellezza potrò scoprire che la mia vita è bella e degna di essere vissuta. Non è forse questa l’amicizia? Avere cioè qualcuno che ci ascolta senza giudicarci, permettendoci così di dire la nostra verità, ed essere davvero noi stessi?

Se è così allora gli ascoltatori sono oggi i veri samaritani, quelli che sanno farsi accanto all’uomo smarrito aiutandolo a ritrovare il senso della vita che gli è stato rubato. Ascoltare, ascoltare disinteressatamente, ascoltare amando e partecipando è restituire agli uomini la loro bellezza, è l’atto più radicalmente eversivo e più compiutamente cristiano che possiamo compiere.

Don Fabio

http://lafontanadelvillaggio2.wordpress.com

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