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Gli effetti del peccato mortale

L'anima in peccato mortale perde i meriti e non ha la capacità di acquistarne di nuovi. I meriti sono i frutti delle opere buone compiute in grazia di Dio, che ci fanno conseguire la Felicità e il Premio eterno. Sono mortali anche quei peccati che offendono gravemente le persone che Dio ama, cioè noi stessi e i nostri fratelli...


Gli effetti del peccato mortale

da Teologo Borèl

del 16 luglio 2012  (function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/it_IT/all.js#xfbml=1"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs); }(document, 'script', 'facebook-jssdk'));  

 

          Il peccato mortale provoca la morte dell’anima, ossia la priva della grazia divina, le toglie i meriti e la capacità di acquistare altri meriti, e la rende degna della pena eterna dell’inferno (cf CCC, n. 1861).

          L’uomo, in grazia di Dio, ha la vita naturale, per cui è intelligente e libero, e la vita soprannaturale della grazia, mediante la quale partecipa alla vita di Dio, diviene suo figlio adottivo, amico ed erede del Paradiso. Il peccato mortale tronca questo legame di amicizia, spegne la vita della grazia e quindi causa la morte spirituale.

          L’anima in peccato mortale perde i meriti e non ha la capacità di acquistarne di nuovi. I meriti sono i frutti delle opere buone compiute in grazia di Dio, che ci fanno conseguire la Felicità e il Premio eterno. Se si toglie dall’albero un ramo carico di frutti prima che sia maturo, li vedremo appassire e poi morire. Così vengono mortificati i meriti di chi cade in peccato mortale. I meriti non sono più imputabili a chi li ha fatti finché resta in peccato. Inoltre chi è privo della grazia di Dio, anche se compie opere buone, non ha la capacità di meritare soprannaturalmente. Il tralcio separato dalla vite non serve a nulla, se non a essere gettato nel fuoco (cf Gv 15,6). Senza Dio non siamo capaci di compiere una sola opera a Lui gradita. San Paolo afferma che a chi è privo della carità o grazia non giovano a nulla le opere più grandi e meravigliose, fosse pure il parlare le lingue degli angeli e degli uomini, il dare i propri beni ai poveri, l’immolarsi gettandosi nel fuoco (cf 1Cor 13,1-14).

          Il peccato mortale rende l’anima degna dell’inferno. Se il peccato, infatti, ci separa da Dio e ci priva della sua grazia, di conseguenza ci fa schiavi del demonio, soggetti all’impero del demonio, senza diritto ad altra eredità che quella del demonio stesso, cioè l’eterna dannazione. Non è inutile, comunque, che il peccatore faccia opere buone. Deve farne, sia per non divenire peggiore omettendole e cadendo in nuovi peccati (ripetendo i peccati, aumentano le colpe, e si rafforzano le cattive abitudini, che, a loro volta, sono causa di nuovi peccati, sempre più numerosi); sia per disporsi con esse in qualche modo, alla conversione e al riacquisto della grazia di Dio (non negata da Dio a chi è ben disposto).

          La Bibbia ci racconta che Raab, peccatrice e pagana, compì un’opera buona nascondendo nella sua casa i due esploratori ebrei, mandati a esplorare la terra promessa da Dio e cercati a morte dagli abitanti di Gerico. In premio di quest’opera buona, quando la città fu conquistata dagli ebrei, Raab ebbe salva la vita (cf Gs 2,1-22; 6,21-26).

          La grazia di Dio perduta con il peccato mortale si riacquista con una buona Confessione sacramentale (cf CCC, nn. 1456, 1856), o col dolore perfetto (il vivo dispiacere dei peccati commessi, perché sono offesa di Dio nostro Padre infinitamente buono e amabile, e sono causa della Passione e Morte di Gesù), che libera dai peccati, sebbene resti l’obbligo di confessarli appena possibile (cf CCC, n. 1452). Insieme alla grazia, per somma misericordia di Dio, si riacquistano anche i meriti perduti con il peccato mortale.

          Il re Davide si era reso gravemente colpevole di omicidio e di adulterio. Ma quando ebbe pianto, confessato il peccato e ne fece penitenza, ottenne il perdono di Dio (cf 2Re 12,1-15). San Pietro, nonostante la triplice negazione, ottenuto il perdono della colpa, fu riammesso nella sua dignità di Vicario di Cristo e Pastore universale della Chiesa. Cristo volle da lui una triplice attestazione di amore, in riparazione della triplice negazione, e ad ogni dichiarazione di amore e fedeltà seguì il conferimento della dignità su gli agnelli e su le pecorelle della Chiesa (cf Gv 21,15-19).

          Riportiamo ora un elenco sintetico di peccati mortali. Vi sono quelli che offendono direttamente Dio, per esempio: l’incredulità; la bestemmia; la pratica della magia e il ricorso ad essa; l’omissione della partecipazione alla Santa Messa festiva senza un grave motivo; tacere volontariamente un peccato mortale in confessione (è necessario ripetere la Confessione malfatta e le altre eventuali Confessioni fatte dopo quella circostanza, se si vuole riacquistare la grazia di Dio).

          Ma sono mortali anche quei peccati che offendono gravemente le persone che Dio ama, cioè noi stessi e i nostri fratelli, per esempio: il suicidio, i maltrattamenti o le trascuratezze gravi nei confronti di figli, genitori e autorità; l’uccisione o il ferimento grave di persone che non stanno attentando alla nostra vita; l’aborto; il piacere sessuale procurato in qualsiasi modo contro la Legge di Dio, quando è ricercato fuori del matrimonio, anche se si tratta di atto solitario oppure durante il matrimonio, ma compiuto in modo da evitare la procreazione; il furto di cose importanti o di somme consistenti, il che accade anche quando non si compie coscienziosamente il proprio lavoro o si pratica l’usura; diffamare in modo grave il prossimo o calunniarlo.

Padre Francecso Pio M. Pompa

http://www.settimanaleppio.it

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