Giovani in piazza, tra partecipazione e violenza. Una sfida educativa

Una riflessione salesiana sulle manifestazioni dei giovani nelle piazze italiane

Damien Checoury Damien Checoury

Le immagini delle manifestazioni che in questi giorni attraversano le città italiane e alcune piazze del mondo ci consegnano scene molto diverse tra loro. Migliaia di giovani scendono in strada, portano cartelli, gridano slogan, chiedono di essere ascoltati. Accanto a loro, però, vediamo anche gruppi che lanciano oggetti contro le forze dell'ordine, danneggiano edifici e distruggono ciò che incontrano lungo il proprio cammino. Sono immagini che fanno discutere e che rischiano di orientare il nostro giudizio sull'intera generazione giovanile. Credo, invece, che sia importante provare a leggere quanto sta accadendo con uno sguardo educativo, capace di riconoscere la complessità delle situazioni e di interrogarsi sulle responsabilità del mondo adulto.

Un primo elemento che merita di essere sottolineato riguarda proprio la partecipazione dei giovani. Da tempo siamo abituati a descrivere le nuove generazioni come sempre più chiuse nelle proprie stanze, immerse negli schermi, poco interessate alla vita sociale e politica, quasi anestetizzate di fronte alle grandi questioni del nostro tempo. Eppure, le piazze di questi giorni ci restituiscono un'immagine differente. Sono giovani che escono di casa, si incontrano, prendono posizione, manifestano una sensibilità verso questioni che riguardano la scuola, il lavoro, la pace, l'economia e il futuro della società. Possiamo condividere o meno le loro rivendicazioni, ma dobbiamo riconoscere che questa mobilitazione esprime un desiderio di esserci, di partecipare e di far sentire la propria voce.

Naturalmente, questo fenomeno apre anche alcuni interrogativi. Chi mobilita questi giovani? Quali organizzazioni, gruppi o movimenti contribuiscono a orientarli? Quanto conoscono le questioni per le quali stanno manifestando? Sarebbe ingenuo pensare che tutti abbiano maturato una piena consapevolezza delle problematiche politiche e sociali che sostengono. Per alcuni la partecipazione potrebbe nascere da convinzioni profonde, per altri dal desiderio di stare insieme, di appartenere a un gruppo, di vivere un'esperienza fuori dall'ordinario, magari anche con una componente trasgressiva. Tutto questo appartiene ai processi di crescita degli adolescenti e dei giovani e ci ricorda quanto sia importante accompagnarli a sviluppare una coscienza critica, aiutandoli a comprendere le ragioni delle proprie scelte e le conseguenze delle proprie azioni.

Un secondo aspetto riguarda il volto pacifico e responsabile di tante manifestazioni. Le immagini più diffuse sono spesso quelle degli scontri, degli incendi e delle devastazioni, mentre ricevono meno attenzione le migliaia di persone che manifestano civilmente. Al tempo stesso, leggendo sottotraccia tra gli articoli, troviamo diversi giovani (e adulti) che hanno cercato di contenere i comportamenti violenti, persone che si sono impegnate a rimettere in ordine ciò che altri stavano distruggendo, manifestanti che hanno scelto di esprimere il proprio dissenso rispettando le persone e gli spazi pubblici. Sono gesti che raccontano una sensibilità civile e una capacità di assumersi delle responsabilità anche all'interno di situazioni difficili.

Penso che questo sia un volto della gioventù che meriti di essere maggiormente raccontato. Giovani capaci di prendere posizione e, nello stesso tempo, di prendersi cura di ciò che appartiene a tutti. Giovani che riconoscono nella manifestazione un diritto democratico e che cercano di esercitarlo con responsabilità. È un'esperienza importante anche dal punto di vista educativo, perché permette di scoprire che la partecipazione alla vita sociale richiede consapevolezza, rispetto e attenzione al bene comune.

Rimane poi il terzo aspetto, certamente il più problematico, quello dei giovani che scelgono la violenza. Di fronte a ragazzi, talvolta minorenni, che aggrediscono, distruggono e provocano scontri, è giusto riconoscere la gravità dei comportamenti e le responsabilità di chi li compie. Allo stesso tempo, come educatori, dovremmo sentire il bisogno di porci qualche domanda in più. Chi sono questi giovani? Da quali ambienti provengono? Quali esperienze hanno vissuto? Che cosa li spinge a trasformare la protesta in aggressività e distruzione? Si tratta di domande alle quali non possiamo dare risposte semplici, perché dietro comportamenti simili possono esserci motivazioni anche molto differenti, dalla radicalizzazione ideologica alla rabbia sociale, dalla ricerca di appartenenza al desiderio di provocazione.

È proprio davanti a queste situazioni che sento particolarmente attuale il Sistema Preventivo di Don Bosco. La sua intuizione educativa nasce dalla convinzione che sia fondamentale incontrare i giovani prima che il disagio si trasformi in comportamenti distruttivi, costruendo con loro relazioni significative e offrendo opportunità di crescita. Penso ai ragazzi che frequentano i nostri oratori, le scuole, i centri di formazione professionale e gli altri ambienti educativi. Quante occasioni abbiamo per ascoltare le loro inquietudini, aiutarli a leggere ciò che accade nella società, accompagnarli nella gestione della rabbia e delle frustrazioni, educarli al confronto e al rispetto delle idee altrui?

L'educazione preventiva richiede tempo, presenza e continuità. Ha bisogno di adulti disponibili ad ascoltare, di luoghi nei quali i giovani possano confrontarsi liberamente, di esperienze che permettano loro di assumere responsabilità e scoprire il valore del proprio contributo alla comunità. Anche la rabbia, quando viene riconosciuta e accompagnata, può diventare occasione per comprendere meglio sé stessi e ciò che si ritiene ingiusto, imparando a esprimere il dissenso attraverso modalità rispettose e costruttive.

Mi sembra che le piazze di questi giorni ci consegnino, dunque, una responsabilità importante. Da una parte, riconoscere e valorizzare il desiderio di partecipazione che tanti giovani stanno manifestando, aiutandoli a maturare una maggiore consapevolezza sociale e politica. Dall'altra, prestare particolare attenzione a coloro che esprimono il proprio disagio attraverso la violenza, cercando di intercettare prima le loro difficoltà e offrendo percorsi educativi capaci di accompagnarli nella crescita.

Don Bosco desiderava formare «buoni cristiani e onesti cittadini». È una prospettiva che conserva tutta la sua attualità e che ci ricorda come l'educazione abbia anche una profonda dimensione sociale e civile. Le manifestazioni di questi giorni possono diventare per noi educatori un'occasione per interrogarci su quanto stiamo facendo per aiutare i giovani a essere protagonisti responsabili della società. Perché il desiderio di cambiare il mondo, che in tanti di loro continua a essere vivo, possa trovare nell'educazione, nel dialogo e nell'impegno per il bene comune le strade attraverso le quali esprimersi.

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