Dopo il campo: come non perdere quello che hai vissuto

Una rubrica estiva per vivere al meglio l’essere animatori.

C’è un momento strano, alla fine di un campo, di un Grest, di un viaggio o di un’esperienza estiva. Si torna a casa, si svuota lo zaino, si mettono a lavare le magliette, si riguardano le foto, si riascoltano le canzoni, si mandano gli ultimi messaggi nel gruppo. Per qualche giorno sembra ancora di essere lì.

Poi, piano piano, tutto riprende il suo posto. La casa, gli amici di sempre, la famiglia, il telefono, le abitudini. E nasce una domanda: come faccio a non perdere quello che ho vissuto?

Perché il rischio c’è. Un’esperienza bella può diventare subito nostalgia. Una specie di album interiore da riaprire ogni tanto, con un po’ di malinconia. “Ti ricordi quella sera?”. “Ti ricordi quel gioco?”. “Ti ricordi quella preghiera?”. Tutto vero, tutto prezioso. Ma se resta solo ricordo, prima o poi si sbiadisce.

Il punto non è trattenere l’emozione. Le emozioni passano, ed è normale. Il punto è custodire il frutto.

Dopo un’esperienza forte, non chiederti soltanto se ti sei divertito. Chiediti che cosa hai scoperto. Di te, degli altri, di Dio. Forse hai scoperto di essere più capace di servire di quanto pensavi. Forse hai capito che alcune amicizie ti fanno crescere e altre ti svuotano. Forse hai sentito che pregare non è così lontano dalla tua vita. Forse ti sei accorto che quando ti spendi per qualcuno sei più felice.

Don Bosco non voleva esperienze che accendessero i ragazzi per qualche giorno e poi basta. Voleva cammini. L’oratorio era fatto di momenti belli, feste, giochi, confessioni, incontri, musica, ma tutto serviva a far crescere una vita buona nel quotidiano. Il bene non era un fuoco d’artificio: doveva diventare strada.

Per questo, dopo il campo, serve un piccolo passo concreto. Non dieci promesse impossibili. Una scelta reale. Scrivere a una persona che ti ha fatto bene. Riprendere un momento di preghiera semplice. Dare una mano in oratorio anche quando non c’è più l’entusiasmo del gruppo. Chiedere scusa a qualcuno. Continuare un servizio. Parlare con un adulto di una domanda che è nata dentro.

Le esperienze non si perdono quando diventano decisioni.

È bello riguardare le foto, ma non basta. È bello sentire nostalgia, ma non basta. È bello dire “vorrei tornare lì”, ma forse la vera sfida è portare qualcosa di lì nella vita di tutti i giorni.

Perché il campo non finisce davvero quando si chiude il cancello o quando il pullman rientra. Finisce, o meglio si compie, quando quello che hai ricevuto comincia a cambiare il tuo modo di vivere.

Allora non avere paura se l’emozione cala. Non significa che era tutto finto. Significa che ora inizia la parte più vera: trasformare ciò che hai vissuto in qualcosa che resta.

Dopo il campo, non devi vivere di ricordi. Puoi vivere di frutti. E ogni frutto, se custodito, può diventare seme per il cammino che viene.

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