Confermare i fratelli

Capitolo 5

In questa seconda parte, composta da 4 capitoli, vi sono i grandi orientamenti in vista dell'azione educativa e pastorale nelle nostre realtà salesiane a partire dalla fede e dallo spirito missionario. Oggi vediamo il quinto capitolo: Confermare i fratelli.

Kateryna Hliznitsova Kateryna Hliznitsova

«Una qualità di primaria importanza negli accompagnatori è il riconoscimento della propria umanità, ovvero che sono esseri umani e che quindi sbagliano: non persone perfette, ma peccatori perdonati» (FRANCESCO, Christus vivit, n. 246)

Camminare insieme: l’arte dell’accompagnamento

C’è una parola che in questi anni sta tornando spesso nel linguaggio della Chiesa e nella vita dei nostri ambienti salesiani: accompagnamento. Non è una parola astratta o lontana, ma qualcosa che ci tocca da vicino, perché parla di relazioni, di cammino, di crescita insieme.

Accompagnare non significa solo “guidare gli altri sulla retta via”, ma camminare insieme con loro. La parola stessa lo dice: viene dal latino cum pane, cioè “condividere il pane”. È un invito alla convivialità, alla comunione, alla sinodalità: vivere la fede non da soli, ma come fratelli che si siedono alla stessa tavola.

Dio ci accompagna per primo

Prima ancora di imparare ad accompagnare gli altri, siamo noi ad essere accompagnati. Dio non ci lascia mai soli. È un Padre e una Madre che ci tiene per mano anche quando inciampiamo, che non si stanca di camminare al nostro passo.

Nel Vangelo vediamo Gesù che accompagna Pietro, proprio nel momento della sua fragilità. A lui dice: «Ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno» (Lc 22,32). Pietro cade, rinnega, sbaglia… ma non è abbandonato. Gesù continua a credere in lui e lo invita a fare lo stesso con gli altri: «E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli».

Questo è il cuore dell’accompagnamento: lasciarsi amare e sostenere da Dio, per poi diventare capaci di fare altrettanto. Nessuno può accompagnare se prima non si è sentito accompagnato. Nessuno può sostenere se non ha fatto esperienza della misericordia.

Un’autorità che fa crescere

Accompagnare significa anche avere un ruolo di guida. Ma l’autorità cristiana non è dominio, è servizio. È “alzare” l’altro, non tenerlo sotto. Come ricorda il Sinodo sui giovani, «la auctoritas indica la capacità di far crescere; non esprime l’idea di un potere direttivo, ma di una vera forza generativa».

Gesù stesso, incontrando i giovani, diceva loro: «Alzati! Cresci!» — e la sua parola faceva ciò che diceva. Questa è la sua autorità: liberare, non possedere.

E i giovani, nel Sinodo, hanno descritto così chi vorrebbero accanto: «Un accompagnatore dovrebbe essere un cristiano fedele, un confidente che non giudica, capace di ascoltare, consapevole dei propri limiti… non una persona perfetta, ma un peccatore perdonato».

Accompagnare, allora, è un atto di umiltà. È mettersi accanto, non davanti; aiutare a discernere, non a comandare; coltivare i semi della fede, anche quando non si vedono ancora i frutti.

Tre livelli di accompagnamento

La tradizione salesiana ci ricorda che l’accompagnamento si vive su tre livelli collegati tra loro.

1. L’ambiente.
Un oratorio, una scuola, una comunità diventano luoghi di accompagnamento quando respirano un clima di fiducia, di alleanza tra educatori e giovani. È l’atmosfera che si percepisce subito: quella di una casa dove ci si sente accolti e voluti bene.

2. Il gruppo.
Nei gruppi si cresce insieme, si condivide un cammino, ci si aiuta a maturare nella fede e nella vita. I gruppi possono essere di servizio, di amicizia, di interesse… ma l’importante è che diventino spazi dove si impara a vivere per gli altri.

3. L’accompagnamento personale.
Infine, c’è il bisogno più profondo: quello di qualcuno che ti ascolti, che cammini accanto a te, che ti chiami per nome. «Vanno chiamati per nome e accompagnati per mano», dice il testo. È l’accompagnamento “artigianale”, fatto di tempo, ascolto e fiducia reciproca.

Lasciarsi accompagnare per accompagnare

Alla fine, tutto si riassume in un doppio movimento: lasciarsi accompagnare e imparare ad accompagnare. Nessuno nasce accompagnatore: lo si diventa, giorno dopo giorno, lavorando su sé stessi, come il giovane Giovanni Bosco del sogno dei nove anni, invitato a diventare umile, forte e robusto.

Anche noi, come lui, siamo chiamati a lasciarci plasmare, a farci accompagnare da chi ci vuole bene, per diventare a nostra volta compagni di viaggio di altri.

Accompagnare non è un mestiere: è un modo di amare. E come ogni amore vero, nasce solo da un cuore che sa farsi vicino, che sa condividere il pane, che sa camminare — passo dopo passo — con chi la vita ci affida.


SOGNI MISSIONARI E PRESENZA DIVINA
Leggi il terzo sogno missionario (cfr. Memorie Biografiche di don Bosco, volume XVII, pagg. 299-305)

«Mi parve di accompagnare i Missionari nel loro viaggio. Ci siamo parlati per un breve momento prima di partire dall’Oratorio. Essi mi stavano attorno e mi chiedevano consigli; e mi pareva di dire loro: “Non colla scienza, non colla sanità, non colle ricchezze, ma collo zelo e colla pietà, farete del gran bene, promovendo la gloria di Dio e la salute delle anime».

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