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Ciò che il fidanzamento NON è

Il fidanzamento non è uno spazio in cui c'è posto per la logica possesso...


Ciò che il fidanzamento NON è

del 30 maggio 2016

 

 

Rannicchiata sul divano a singhiozzare, trent’anni odiati in ogni goccia che scende e riga il viso. Per giorni ho assistito a questa scena, davanti ai miei occhi increduli quelli gonfi di lacrime di una mia amica. Dopo cinque anni di “fidanzamento”, una sera qualunque e durante uno fra tanti discorsi, il suo ragazzo l’aveva lasciata. Così. Un ritornello che aveva già sentito in passato: «Non sento più quello che provavo all’inizio». E lei distrutta, l’anima lacerata, il corpo debole e quei capelli nero corvino belli e lucidi appassiti intorno al volto triste. Contava le promesse infrante e i sogni calpestati. Quella data delle nozze che a più riprese provava a stabilire con lui e sempre rimandata, le case da comprare viste insieme e mai giuste. L’abito bianco immaginato sgualcito dal dolore. Era tutto chiaro: solo scuse per non accettare quel passaggio dall’io al noi.

 

Perché inaugurare un spazio dedicato al fidanzamento con una storia di rottura?

 

Avete mai preso tra le mani un codice civile? I giuristi sono furbi come poche persone al mondo, quando non sanno definire un istituto o un reato, lo descrivono in negativo. Dicono ciò che quell’articolo di legge non è. Ci provo anche io, definendo dal principio ciò che il fidanzamento non è.

 

Il fidanzamento non è uno spazio in cui c’è posto per la logica possesso-inerzia. Succede a volte che in una coppia l’uno assolutizzi la relazione e copra le mancanze dell’altro. Il partner diventa tutto il nostro mondo, le sue passioni diventano le nostre, desideriamo modellare la nostra identità sulla sua. Siamo attaccati a noi stessi e impauriti e nell’altro che ci sfugge cerchiamo rifugio e sicurezza. Ma l’amore oppone al possesso la ricerca, il cammino esigente di due persone legate da una scintilla iniziale che desiderano spogliarsi delle fragilità, delle debolezze, dei limiti individuali per imparare a vivere la sfida del noi, ciascuno con il proprio modo di essere. “Che cosa è infatti alla fine dei conti l’amore? È il permettere all’altro di essere altro, concedendo a noi di essere noi stessi. Senza finzioni, senza maschere, senza assoggettamenti alle altrui richieste o alle richieste che inconsapevolmente imponiamo agli altri. Puoi essere te stesso. Posso essere me stesso. Possiamo finalmente incontrarci nella verità di noi stessi” (A. Matteo).

 

Il fidanzamento non è un impegno a tempo perso. Non è una comodità in attesa che nella vita mi arrivi altro o altri. È un tempo orientato, ha la sua stella polare da inseguire e conquistare, quell’America che lavori precari e instabilità economiche fanno sembrare lontanissima. Un cammino verso il matrimonio, durante il quale conoscere meglio se stessi con gli occhiali dell’altro e scoprire il ritmo di un passo a due nella danza della vita. Non ci sono istruzioni per l’uso, abbiamo solo un comandamento antico e sempre nuovo, quello dell’amore “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Non è un ordine: “Se la legge delimita lo spazio oltre il quale non si può andare, il comandamento apre lo spazio di un compito che è anche un’offerta, è un ordine che mette ordine, indica qualcosa da costruire o da custodire ma che ti rende appunto costruttore e custode” (Ibidem).

 

Il fidanzamento non è una lavatrice con la garanzia. Quando ci mettiamo in cammino, accettiamo ogni giorno il rischio che comporta quella relazione. Non abbiamo dall’inizio la certezza che tutto filerà liscio. Ci saranno ostacoli e incomprensioni, litigi e discussioni, barriere e difficoltà. Non si cresce che nella prova. Non possiamo rinascere se non anneghiamo quel qualcosa di noi di troppo. E in questa scommessa abbiamo solo due luci. Lo scintillio degli occhi della persona di cui ci siamo innamorati, e una di benedizione, che viene da più in alto e dice-bene di noi, della nostra coppia. Solo così “Amato, posso amarmi e amare”.

 

 

Mariarosaria Petti

http://www.puntofamiglia.net

 

 

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