Avvenire e Iusve (Istituto universitario salesiano di Venezia) lanciano un percorso di formazione all’informazione responsabile in collaborazione con l’Ufficio per le comunicazioni sociali della Cei e con il supporto di Generali
C’è una domanda che attraversa le scuole, gli oratori, le famiglie e perfino le chat dei gruppi amici: nell’epoca dell’intelligenza artificiale, stiamo ancora scegliendo davvero? O ci stiamo semplicemente lasciando trascinare dagli algoritmi?
È da questa provocazione che nasce “Ci sto! Umani per scelta nell’era dell’IA”, il nuovo progetto promosso da Avvenire e Iusve – l’Istituto universitario salesiano di Venezia – insieme al giornalista Gigio Rancilio, con la collaborazione dell’Ufficio per le comunicazioni sociali della Cei e il supporto di Generali. Un percorso di formazione che parla soprattutto ai giovani, ma anche agli adulti che ogni giorno li accompagnano: educatori, insegnanti, genitori, animatori.
Il titolo colpisce subito: “Ci sto!”. È l’espressione di chi decide di esserci, di non restare spettatore. In un tempo in cui tutto sembra automatizzato – dalle playlist che ascoltiamo ai video che scorriamo fino alle notizie che leggiamo – il rischio è diventare consumatori passivi di contenuti costruiti da altri. O peggio: costruiti da macchine che ci conoscono meglio di quanto noi conosciamo noi stessi.
E allora la scelta di partire dal corpo umano non è casuale. Testa, occhi, orecchie, voce, cuore, piedi: otto tappe per ricordare che informarsi non è un gesto freddo o tecnico, ma qualcosa che coinvolge tutta la persona. Perché una notizia falsa non inganna solo la mente: cambia il modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo il mondo, reagiamo emotivamente.
Da giovedì 14 maggio, settimana dopo settimana, il progetto metterà online gratuitamente sul sito di Avvenire contenuti multimediali pensati per essere semplici ma profondi: testi, podcast, video e infografiche. Un linguaggio vicino alle nuove generazioni, senza rinunciare alla qualità.
Si parlerà di fake news e algoritmi, ma anche di emozioni, complessità e responsabilità. Ci sarà spazio per capire perché i social spesso ci mostrano soltanto ciò che conferma le nostre idee, ma anche per riscoprire il valore del giornalismo sul campo, quello fatto “con le scarpe sporche”, andando nei luoghi reali e incontrando persone vere.
In fondo è la stessa intuizione educativa che don Bosco aveva nell’Ottocento. Lui aveva capito che i giovani non si educano stando lontani dal loro mondo, ma entrando dentro le loro piazze. Oggi quelle piazze hanno nomi diversi: TikTok, Instagram, YouTube, ChatGPT. Eppure la domanda educativa resta identica: chi stai diventando mentre abiti questi spazi?
Il progetto “Ci sto!” sembra voler dire proprio questo: non demonizzare la tecnologia, ma imparare ad abitarla da esseri umani. Papa Leone XIV, a cui il percorso si ispira attraverso il messaggio per la prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, parla infatti della necessità di custodire “voci e volti umani” dentro la rivoluzione digitale. Una frase semplice, ma potentissima.
Perché il problema non è l’intelligenza artificiale in sé. Il problema arriva quando smettiamo di pensare, discernere, verificare. Quando deleghiamo tutto. Un po’ come accade in certi episodi di Black Mirror, dove la tecnologia non distrugge l’uomo: semplicemente amplifica le sue fragilità e il suo bisogno disperato di conferme immediate.
Marco Girardo, direttore di Avvenire, lo sintetizza bene: oggi non basta usare gli strumenti digitali, bisogna imparare ad abitarli con senso critico e umanità. È una sfida educativa enorme. E forse anche spirituale.
Perché restare umani richiede fatica. Richiede lentezza in un mondo velocissimo. Richiede il coraggio di verificare una notizia prima di condividerla. Richiede la capacità di ascoltare anche chi la pensa diversamente da noi. Richiede cuore.
E forse è proprio questo il messaggio più bello di “Ci sto!”: nell’era delle macchine intelligenti, la vera rivoluzione sarà continuare a scegliere di essere persone.
Versione app: 3.55.7 (158d4900)