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"Catania 2016, un'esperienza che mi ha cambiato"

Gian Luca ci racconta come ha vissuto l'esperienza estiva con la Scuola di Mondialità


"Catania 2016, un'esperienza che mi ha cambiato"

del 07 settembre 2016

 

Quanto segue è il resoconto dell’esperienza svolta da alcuni giovani appartenenti all’Ispettoria del Triveneto ITV-INE, divisi in due gruppi ospitati nel centro “Colonia don Bosco” di Catania, gestita dall’Associazione Don Bosco 2000. Entrambi i gruppi hanno vissuto un campo lavoro in una comunità di prima accoglienza per minori non accompagnati, della durata di due settimane: dal primo agosto al quattordici per il primo, accompagnati da due giovani dell’equipe di Scuola di Mondialità e dal sedici al trentuno per il secondo, accompagnati da sr Stefania.

 

Prima di raccontare la nostra missione in Sicilia è doveroso fare delle premesse. Il cammino che ci ha portati a vivere tale esperienza non è stato breve: come gruppo di “Scuola di mondialità” ci siamo conosciuti mesi prima, ci siamo trovati in svariati momenti dell’anno per affinare la nostra coesione e per prendere coscienza di ciò che avremmo trovato. Con quest’ottica un giorno ci siamo recati a Treviso in un centro di seconda accoglienza mentre altre volte abbiamo incontrato delle persone che sarebbero state le nostre “guide” per la preparazione e che, potendo vantare altre missioni in passato, ci hanno fornito i loro esempi di vita. Tutte esperienze finalizzate a quella di Catania: un lungo cammino che aveva come meta quelle due settimane in Sicilia.

 

L’esperienza si è svolta in un centro a Catania, non lontano dall’aeroporto, affacciato sul mare. Un luogo gradevole che si presenta ai nuovi arrivati semplice ma non per questo banale: presenta un edificio adibito a dormitorio con una sala ricreativa, una cucina di modeste dimensioni e degli spazi aperti dedicati alle attività sportive e non.  In questo spazio, per la stragrande maggioranza del tempo, si è svolta la nostra esperienza. Ma questa in che cosa consiste? Innanzitutto dobbiamo affermare che è totalmente adibito a centro di prima accoglienza: ora, al momento della sua massima capacità, è in grado di accogliere in modo dignitoso 60 persone ed è proprio con loro che si è svolta la nostra esperienza. Questa realtà ha una composizione molto eterogena: potevamo confrontarci con gruppi di egiziani, nigeriani, senegalesi, gambiani, eritrei … e perfino bengalesi. Ognuna di queste persone ha un passato pesante alle spalle che fino a quando resta isolato nel mondo delle parole e delle idee poteva muovere, a noi volontari, un sentimento di sincera vicinanza umana, di commozione. Ma quando arrivavano a mostrare le ferite e le cicatrici sui loro corpi quel sentimento di vicinanza svaniva e diveniva qualcosa di più forte; qualcosa che le parole difficilmente possono trasmettere ma che io ho interpretato come amore verso il prossimo che in queste condizioni si svela più sofferente che mai e che quindi necessità più che in ogni altra circostanza delle nostre attenzioni. Tale bellissimo panorama però presenta le sue ombre. Ci siamo accorti che questi sentimenti non sempre erano condivisi dalle “altre” persone. Abbiamo avuto la possibilità di fare una gita con i ragazzi a Taormina e abbiamo sentito sulla nostra pelle la diffidenza di turisti e non.

 

Verrebbe naturale affermare che le giornate erano “strutturate” o “organizzate” in un determinato modo ma ogni giorno aveva i suoi imprevisti.

Le giornate, quindi, se vogliamo presentare un modello generale trascorrevano in questo modo. Al mattino una parte di noi volontari teneva un corso di italiano e un’altra parte si dedicava ad uno scambio interculturale dove, anche rinfrescando il francese o l’inglese, era possibile avere conversazioni anche molto interessanti e coinvolgenti. E’ stato bello perché i ragazzi che avevamo davanti a noi dopo aver imparato in italiano la parola “sole” o “montagna” la ripetevano nella loro lingua e questo portava noi italiani ad apprendere un qualcosa della loro. Da qui, diverse volte, si scivolava a condivisioni di fatiche vissute nel loro paese, del viaggio intrapreso, la loro famiglia, i sogni... E così passavano le mattinate. Nei pomeriggi ci dedicavamo ai laboratori: ognuno di noi volontari metteva a disposizione le proprie competenze per creare dei gruppi dove venivano svolte determinate attività: c’era chi faceva origami, chi danzava, chi suonava, chi faceva braccialetti, chi giocoleria, cucina o altro ancora. Poi alcune volte si passavano serate che coinvolgevano tutto il centro: dalla musica africana ai balli di gruppo o giochi di animazione.

 

Per noi volontari le giornate erano scandite da due importantissimi momenti: le lodi e la messa al mattino e i vespri e condivisione alla sera. Momenti davvero forti poiché in giornate che trascorrevano intense e veloci ci davano la possibilità di fermarci, di renderci consapevoli e coscienti non solo del trascorrere del tempo, ma anche di cosa si stava vivendo. La condivisione partiva da una parola chiave consegnataci al mattino, oppure potevamo esporre i nostri vissuti durante la giornata. Questa idea di iniziare la giornata con un termine che poi la chiudeva rafforzava ancora di più la bellezza e la ricchezza di quei momenti.

 

I ricordi di questa esperienza, per quanto intimamente possa essere stata colta ed elaborata, sono destinati a sfumare e sbiadire a causa dell’incessante trascorrere del tempo. Ma mai potrò dire o affermare, restando sincero con me stesso, che la potrò dimenticare: personalmente, ma sono sicuro di portare con me anche il pensiero di tutti gli altri volontari, mi sento cambiato. Sono una persona che è abituata, per fragilità o pigrizia o per entrambe, a muoversi su binari già prestabiliti, su quadri già disegnati. Il nuovo, o meglio, l’imprevisto mi è spesso ostile ma questa esperienza mi ha insegnato, e questa volta utilizzo tale parola nella totalità del suo significato, ad accettarlo. Le giornate erano piene di imprevisti, dello schema originario che doveva regolare lo svolgimento delle ore, restava molto poco: l’essenziale appunto. Ancora, mi sono scoperto a gioire nell’incontrare l’altro in una forma nuova e davvero coinvolgente. Qui le parole non possono aiutare a capire il disegno nella sua totalità ma ora, adesso che sono tornato a Schio, sento di provare una diversa felicità nell’incontrare le persone, e le persone a me care: una felicità che già esisteva prima ma ora è più sincera e profonda. Dunque conscio del progressivo sfumare dei ricordi mi aggrappo a queste due consapevolezze per continuare qui, oggi in terra veneta domani chissà, questa missione.

 

 

Gian Luca Gonzato

 

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