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Capitolo 5. - CROCE RESURREZIONE - TESTAMENTO

Si giunge a possedere una scientia crucis solo quando si sperimenta fino in fondo la croce. Di questo ero convinta fin dal primo istante, perciò ho detto di cuore: «ave crux, spes unica!»


Capitolo 5. - CROCE RESURREZIONE - TESTAMENTO

da L'autore

del 01 gennaio 2002

CROCE RESURREZIONE

Si giunge a possedere una scientia crucis solo quando si sperimenta fino in fondo la croce. Di questo ero convinta fin dal primo istante, perciò ho detto di cuore: «ave crux, spes unica!»

Molto più efficace della mortificazione che ci si impone di propria scelta è la croce esteriore o interiore che Dio stesso ci carica sulle spalle.

La fede presenta Cristo allo sguardo dell’anima: povero, annientato, crocifisso, abbandonato dallo stesso Padre celeste nell’istante cruciale del supplizio. Nella sua povertà e nel suo abbandono, essa ritrova la propria miseria. Aridità, disgusto e afflizione formano ora la «croce spirituale pura» che le viene offerta. Accettandola, essa constata per esperienza come si tratti di un giogo soave e d’un peso leggero. La croce le serve da bastone che le facilita la marcia verso la vetta.

Quando si rende conto che il Cristo ha effettuato la sua opera più eccelsa nell’avvilimento supremo, nell’annientamento della croce, realizzando così la riconciliazione e l’unione dell’umanità a Dio, allora si ridesta anche in lei la convinzione che «la morte di croce subita da vivi, sia nel corpo che nello spirito», sia l’unica via che porta all’unione con Dio. Come Gesù, nell’abbandono prima della morte, si consegnò nelle mani dell’invisibile e incomprensibile Iddio, così dovrà fare anche l’anima, gettandosi a capofitto nel buio pesto della fede, che è l’unica via verso l’incomprensibile Iddio.

Nella passione e morte di Cristo i nostri peccati sono stati consumati dal fuoco. Se accogliamo con fede questa verità, accettando fedelmente e senza riserve il Cristo tutto intero in modo da scegliere e percorrere la via dell’imitazione di Cristo, allora «attraverso la sua passione e la sua croce, egli ci condurrà alla gloria della resurrezione». È appunto ciò che si prova nella contemplazione: attraverso il fuoco dell’espiazione si giunge alla beata unione d’amore. Alla luce di questa realtà si spiega anche il suo carattere contraddittorio. È morte e resurrezione. Dopo la «notte oscura» splende la «viva fiamma d’amore.

Il mondo che percepiamo coi nostri sensi è - su un piano puramente naturale - il saldo terreno che ci sostiene, la casa in cui ci sentiamo a nostro agio, che ci alimenta e ci fornisce tutto il necessario, la fonte delle nostre gioie e dei nostri piaceri! Se ci viene tolta o ci vediamo costretti a sloggiare, abbiamo veramente l’impressione che ci manchi il terreno sotto i piedi, che la notte ci avviluppi da ogni lato; ci sembra di affondare, di essere finiti. Ma non è così. In realtà stiamo per essere sistemati su una via più sicura, benché si tratti di una strada buia, immersa nella notte: la via della fede. È senz’altro una via, perché conduce al traguardo dell’unione. Ma è però una via notturna, perché - paragonata alla chiara visuale della ragione naturale - la fede è una conoscenza oscura: ci fa conoscere qualcosa che non riusciamo a vedere. Ecco perché si deve dire che il fine da raggiungere sulla via della fede è anch’esso una notte: sulla terra, anche nell’unione dell’estasi, Dio ci resta nascosto. L’occhio del nostro spirito non è in grado di sostenere la sua luce sfolgorante e si guarda intorno come nel buio notturno. Tuttavia, come la notte cosmica non è sempre oscura allo stesso modo per tutta la sua durata, così anche la notte mistica ha i suoi segmenti temporali e le corrispettive gradazioni. Il progressivo sommergersi del mondo dei sensi assomiglia al cadere della notte, quando della chiarezza del giorno resiste ancora una luce crepuscolare. La fede invece è il buio della mezzanotte, perché allora non solo è eliminata ogni attività dei sensi, ma persino ogni conoscenza intellettiva naturale. Quando però l’anima incontra Dio, sorge già nella sua notte la luce dell’alba, preludio al nuovo giorno dell’eternità.

Come Gesù, nel suo abbandono di morte, si consegnò nelle mani dell’invisibile e incomprensibile Iddio, così l’anima si dovrà gettare a capofitto nel buio pesto della fede, che è l’unica via verso l’incomprensibile Iddio. Allora le verrà concessa la contemplazione mistica, il «raggio di tenebra», la misteriosa sapienza di Dio, la conoscenza oscura e vaga: solo questa è adatta all’incomprensibile Iddio, che acceca l’intelletto e gli si presenta sotto forma di tenebra. Essa dilaga nell’anima e lo fa con tanto maggior trasparenza quanto più l’anima è depurata da ogni altra impressione. È qualcosa di molto più puro, delicato, spirituale e intimo nei confronti di tutto ciò che è noto alla conoscenza della vita spirituale naturale; e per di più, elevata com’è al di là di ogni ordine di tempo, risulta un vero principio della vita eterna in noi. Non è una mera accettazione del messaggio della fede, da noi udito, né un semplice volgersi a Dio - conosciuto solo per sentito dire - ma un intimo contatto e un’esperienza di Dio che ha la forza di staccare l’anima da tutte le cose create, sollevandola in alto e sommergendola al tempo stesso in un amore che non conosce il suo oggetto.

Si conosce Dio solo se egli si rivela; e gli spiriti ai quali si rivela trasmettono la sua parola. Chi conosce la buona novella la annuncia. Ma quanto più profonda è la conoscenza, tanto più essa è oscura e misteriosa, e tanto meno è possibile esprimerla a parole.

Più l’anima si innalza verso Dio, più si sprofonda in se stessa: l’unione avviene nell’intimo dell’anima, nel suo fondo estremo.

Credere vuol dire anche occuparsi di quella realtà di cui tutte le verità della fede parlano: Dio. Allorché l’anima, in questo suo abbandono totale, sperimenta l’abbraccio dell’oscuro e incomprensibile Iddio, abbiamo la contemplazione oscura, che Dio stesso partecipa all’anima sotto forma di luce e di amore al tempo stesso.

Sicché la propria perfezione personale, l’unione con Dio e l’azione che mira a perfezionare gli altri e ad unirli a Dio, vengono a formare un solo complesso indivisibile. Ma il passaggio obbligato è la croce. E predicare la croce sarebbe cosa vana, se non fosse in realtà espressione d’una vita vissuta in unione con il Crocifisso.

Il progressivo sgretolamento della natura apre sempre maggiore spazio alla luce soprannaturale e alla vita divina. Quest’ultima si impadronisce delle energie naturali, trasformandole in energie divinizzate e spiritualizzate. Così ha luogo nel cristiano una nuova incarnazione di Cristo, che equivale ad una resurrezione dalla morte in croce. L’uomo nuovo porta anche lui nel proprio corpo le stigmate di Cristo: sono un ricordo della miseria del peccato da cui egli è sorto a nuova vita, ma anche del caro prezzo con cui questa è stata pagata. Gli resta inoltre il dolore e la nostalgia di una vita piena e completa, fino a quando non potrà entrare nella luce senza ombre, passando attraverso la porta della effettiva morte corporale.

L’unione nuziale dell’anima con Dio è il fine per cui essa fu creata, pagato con la croce, consumato sulla croce e sigillato con la croce per tutta l’eternità “.

È ben diverso essere uno strumento, quanto si voglia eletto, e possedere la grazia. Non dobbiamo giudicare e dobbiamo aver fiducia nella imperscrutabile misericordia di Dio. Non dobbiamo neppure perdere di vista gli ultimi eventi. Dopo ogni incontro, in cui sento sempre più l’impotenza di ogni azione diretta, si acuisce in me un desiderio ardente di essere holocaustum, che si definisce sempre più in un hic Rhodus, hic salta.

Può anche darsi che la forma di vita attuale non ci sembri la più adeguata, in fondo che cosa ne sappiamo? Ma una cosa è certa, che noi viviamo qui ed ora per ottenere la nostra salvezza e quella di coloro che ci sono affidati. E allora vogliamo aiutarci, pregando l’uno per l’altro in questo tempo santo, affinchè impariamo sempre più, ogni giorno, ogni ora, a costruire nell’eternità, non è vero?

Nel 1917, allorché Edith Stein era assistente di Edmund Husserl, giunse a Friburgo una notizia dolorosa. Adolf Reinach, anche lui assistente di Husserl, era morto sul campo di battaglia delle Fiandre. Il dolore di Edith Stein fu grande; pensò alla moglie di Reinach. Da Gottinga, la pregarono di ordinare il lascito di Reinach. Edith Stein temeva di rivedere la vedova. Il suo animo era sconvolto: Reinach, che insieme con Husserl costituiva il fulcro del circolo di Gottinga, non viveva più. Attraverso la sua bontà, aveva potuto gettare uno sguardo in quel mondo che le sembrava sbarrato. Il ricordo non la aiutava. Che cosa avrebbe potuto dire alla moglie, certamente in preda alla disperazione? Edith Stein non poteva credere ad una vita eterna. L’atteggiamento rassegnato della signora Reinach la colpì come un raggio di luce che proveniva da quel regno nascosto. La vedova non era abbattuta dal dolore. Nonostante il lutto, era piena di una speranza che la consolava e le dava pace.

Di fronte a questa esperienza, andarono in frantumi gli argomenti razionali di Edith Stein.

Non la conoscenza chiara e distinta, ma il contatto con l’essenza della verità trasformò Edith Stein. La fede risplendette a lei - nel mistero della croce. Era necessario ancora un lungo cammino prima che riuscisse a trarre tutte le conseguenze da questa esperienza. Per una pensatrice come Edith Stein, non era facile tagliare tutti i ponti e osare il salto nella nuova vita. Ma il colpo fu così forte che ancora poco prima della sua morte, così parlava di questa sua esperienza al gesuita padre Hirschmann:

Fu il mio primo incontro con la croce e con la forza divina che essa comunica a chi la porta. Vidi per la prima volta, tangibile davanti a me, la Chiesa, nata dal dolore del Redentore, nella sua vittoria sul pungolo della morte. Fu il momento in cui andò in frantumi la mia incredulità e risplendette la luce di Cristo, Cristo nel mistero della croce.

Inizio della persecuzione degli ebrei

L’uomo incominciò a parlarmi e raccontò ciò che riferivano i giornali americani sulle atrocità di cui erano vittime gli ebrei. Erano notizie non confermate, che non voglio nemmeno ripetere.

Voglio ricordare solo l’impressione che provai quella sera. Avevo già sentito parlare in precedenza di crudeli provvedimenti contro gli ebrei. Ma solo allora mi apparve chiaro all’improvviso che Dio metteva di nuovo duramente alla prova il suo popolo e che il destino di questo popolo era anche il mio destino. Non feci notare all’uomo che mi sedeva di fronte quello che sentivo dentro di me. Evidentemente, non sapeva nulla delle mie origini. In genere, in casi simili, ne parlavo. Quella volta non lo feci. Mi sarebbe sembrata una violazione del diritto di ospitalità se gli avessi turbato il riposo notturno con una tale rivelazione.

Enciclica contro la persecuzione degli ebrei

Informandomi a Roma, seppi che non avevo alcuna speranza di poter avere un’udienza privata (con Pio XI) a causa dei troppi impegni del Papa. Si sarebbe potuta ottenere per me solo una «udienza particolare» (ossia, in un piccolo gruppo). Ma non era quello che desideravo. Così rinunciai al viaggio e misi per iscritto la mia richiesta. So che la mia lettera fu consegnata sigillata al Papa; qualche tempo dopo, ricevetti anche la sua benedizione per me e per i miei cari. Ma non ci fu nient’altro.

In seguito, mi sono spesso chiesta se qualche volta quella lettera non gli sia tornata in mente. Infatti negli anni successivi si è realizzato punto per punto ciò che allora avevo previsto sul futuro dei cattolici in Germania.

Provai quasi un senso di sollievo al pensiero di essere veramente coinvolta nella sorte generale, ma dovevo naturalmente riflettere su ciò che avrei dovuto fare in seguito.

Circa dieci giorni dopo il mio ritorno da Beuron, pensai se non fosse ormai tempo di entrare nel Carmelo. Da circa dodici anni, il Carmelo era la mia aspirazione. Da quando mi era capitata tra le mani, nell’estate del 1921, la vita della nostra santa madre Teresa, ed aveva posto fine alla mia lunga ricerca della vera fede. Quando ricevetti il battesimo, il giorno di Capodanno del 1922, pensai che era solo una preparazione al mio ingresso nell’Ordine. Quando però alcuni mesi dopo mi trovai di fronte alla mia cara mamma per la prima volta dopo il battesimo, mi apparve chiaro che non era ancora pronta a questo secondo colpo. Non ne sarebbe morta, ma si sarebbe riempita di amarezza, e non potevo rendermene responsabile. Dovevo attendere pazientemente. Così mi fu consigliato anche dal mio direttore spirituale. Alla fine l’attesa era diventata per me molto dura. Ero divenuta estranea al mondo.

Prima di iniziare l’attività a Mùnster e dopo il primo semestre, avevo chiesto insistentemente il permesso di entrare nell’Ordine. Mi fu rifiutato, considerando l’opposizione di mia madre e l’attività che svolgevo da alcuni anni nel mondo cattolico. Avevo obbedito. Ma ora tutti gli impedimenti erano crollati. La mia attività era finita. E mia madre non mi avrebbe preferita in un monastero in Germania piuttosto che in una scuola in Sudamerica? Il 30 aprile - era la domenica del Buon Pastore - nella chiesa di San Ludgerio si festeggiava il santo pregando per tredici ore di seguito. Ci andai nel tardo pomeriggio e mi dissi: non esco prima di sapere se posso entrare adesso nel Carmelo. Quando fu data la benedizione finale, avevo il consenso del Buon Pastore “.

Consideravo Beuron come l’anticamera del cielo, ma non avevo mai pensato di farmi benedettina; ero sempre stata convinta che il Signore mi avesse tenuto in serbo nel Carmelo qualcosa che avrei potuto trovare solo là.

La fede nel Messia è quasi sparita negli ebrei di oggi, anche nei credenti. E quasi altrettanto la fede in una vita eterna. Per questo, non sono mai riuscita a far capire a mia madre né la mia conversione né la mia scelta di entrare nell’Ordine. Ed è proprio per questo che soffre ancora molto per la nostra separazione, senza che io possa dirle una parola di conforto.

Devo scriverle, ma non posso dirle niente di essenziale. La mia speranza è solo nel fatto che per tutta la vita ha creduto in Dio con la fiducia di un bambino e che la sua è stata una vita di sacrifici. E chissà che non sia proprio la separazione dalla figlia più piccola, che amava in modo particolare, e qualche piccolo accenno che talvolta mi sono permessa di fare a provocare nella sua anima delle riflessioni di cui nulla traspare all’esterno. «Spem suam Deo committere», diceva san Benedetto.

Che cosa mi si potrebbe dire per consolarmi? Umanamente, c’è poco da consolarsi, ma colui che ci da la croce sa anche renderci il peso dolce e leggero.

Ci fa bene pensare che abbiamo la cittadinanza delparadiso e che i santi in cielo sono i nostri concittadini e coinquilini. Questo ci fa sopportare più facilmente le cose quae sunt super terram.

Scimus quoniam diligenti bus Deum... (Rm 8, 28: a chi ama Dio, tutto volge per il meglio) varrà anche per mia madre, perché ha veramente amato il «suo» Dio (come spesso diceva con vigore) e con questa fede ha sopportato molte dure prove e ha fatto molto del bene.

Quella frase della Lettera ai Romani mi ha dato grande conforto e gioia nell’estate del 1933 a Mùnster, quando il mio futuro era ancora molto incerto. Mai ho letto così di cuore come allora l’Ufficio dei Martiri del tempo pasquale, in cui la si ripete tante volte. Anche adesso deve essere il mio sostegno. Da quattro generazioni mia madre era il perno che teneva unita la famiglia. Adesso è il dolore che tiene tutti uniti intorno a lei, anche i nipoti che sono in terra straniera. Ciò che seguirà sarà ancora più doloroso per chi resta. D’ora in poi, per tutta la mia vita dovrò prendere io il suo posto, insieme con mia sorella Rosa, che è unita a me nella fede.

Le mie lettere fanno dei lunghi giri ed hanno bisogno di molto tempo per arrivare a destinazione. Ma una volta arrivate, trovano subito risposta. Naturalmente, anche in questi casi molto resta non detto. Sono solo segni che non si può essere divisi da una separazione spaziale quando si è uniti in Dio. E questo resta valido anche se questi segni dovessero venire a mancare.

Grazie infinite per la sua cara lettera del 23 novembre. Devo dirle che ho portato il mio nome da religiosa già quando ero postulante. Mi è stato dato così come l’ho chiesto.

Sotto la croce ho capito il destino del popolo di Dio, che fin da allora cominciava a preannunciarsi. Ho pensato che chi comprende come tutto questo sia la croce di Cristo dovrebbe prenderla su di sé in nome di tutti gli altri. Oggi so un po’ più di allora che cosa vuol dire essere sposa del Signore nel segno della croce. Certamente, non lo si capirà mai per intero, perché è un mistero.

Cara madre, mi permetta di offrire me stessa al cuore di Gesù quale vittima d’espiazione per la vera pace: affinchè cessi il dominio dell’anticristo, possibilmente senza una Seconda Guerra mondiale, e possa venire instaurato un nuovo ordine. Vorrei farlo ancor oggi, perché è mezzanotte. So di essere un nulla, ma Gesù lo vuole, ed egli chiamerà certamente molti altri in questi giorni “.

Non è l’attività umana che ci può salvare, ma soltanto la passione di Cristo. Esserne partecipe, questa è la mia aspirazione.

mia vita e la mia morte a suo onore e lode, secondo le intenzioni della Chiesa, e affinchè il Signore sia accolto dal suo popolo e il suo regno venga con gloria, per la salvezza della Germania e la pace del mondo, infine per i miei cari, vivi e defunti, e per tutti coloro che Dio mi ha affidato: che nessuno di loro si perda.

Testamento

Fin da ora accetto con gioia la morte che Dio mi ha riservato, sottomettendomi pienamente alla sua sacra volontà. Prego il Signore che voglia accettare la mia vita e la mia morte a suo onore e lode, secondo le intenzioni della Chiesa, e affinchè il Signore sia accolto dal suo popolo e il suo regno venga con gloria, per la salvezza della Germania e la pace del mondo, infine per i miei cari, vivi e defunti, e per tutti coloro che Dio mi ha affidato: che nessuno di loro si perda.

Fine libro.

Edith Stein

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