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Capitolo 1. - CON LA MANO NELLA MANO DEL SIGNORE

O Signore, dammi


Capitolo 1. - CON LA MANO NELLA MANO DEL SIGNORE

da L'autore

del 01 gennaio 2002

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CON LA MANO NELLA MANO DEL SIGNORE

In fondo, ciò che devo dire è sempre una piccola, semplice verità: come imparare a vivere con la mano nella mano del Signore. Se la gente richiede da me qualcosa di totalmente diverso e mi propone temi di alta speculazione che però mi sono estranei, posso usarli solo come introduzione per giungere infine al mio ceterum censeo. Forse questo è un sistema molto opinabile. Tenere conferenze è un’attività che mi è piovuta addosso d’improvviso, tanto che non ho ancora avuto il modo di rifletterci bene sopra. Forse prima o poi dovrò farlo.

Quando si è stati così spesso insieme vicino al Salvatore come noi due, allora se ne può anche parlare serenamente. Ah, se solo fossero molte le persone con cui poterlo fare, senza dover temere che qualcosa di sacro venga profanato! Concediti in chiesa tanto tempo quanto ti è necessario per trovare serenità e pace. Non servirà solo a te, ma anche al tuo lavoro e a tutti coloro con i quali hai a che fare.

Lo abbiamo visto a Monaco che è difficile su alcune questioni la comprensione tra le vecchie e le giovani generazioni. Ciò nonostante, ci si deve sforzare per mantenere una coesione. Si ha sempre da imparare quando si ascoltano e si considerano senza pregiudizio le vedute dei più anziani, soprattutto partendo dalla loro esperienza.

Dio conduce ciascuno per una via particolare: l’uno arriva più facilmente e più presto alla meta di un altro. Ciò che possiamo fare è, in paragone a quanto ci vien dato, sempre poco. Ma quel poco dobbiamo farlo: cioè pregare insistentemente affinché, quando ci verrà indicata la via, sappiamo assecondare la grazia senza resisterle. Chi va avanti così con perseveranza non potrà dire che i suoi sforzi furono vani. Però non si deve porre una scadenza al Signore.

Alla domanda se sia da preferire un istituto religioso, una libera associazione oppure una vita solitaria al servizio di Dio, non si può dare una risposta in generale, bensì ciascuno deve rispondervi personalmente. La molteplicità degli Ordini, congregazioni e libere associazioni non è puramente casuale, né è segno di disorientamento. Essa corrisponde bensì alla varietà degli scopi e degli uomini. Nessuno è adatto a fare di tutto, e così un’associazione od organizzazione di un certo tipo non può far di tutto. Uno il corpo - molte le membra. Uno lo spirito - molti i suoi doni. Il posto di ciascuno di noi dipende unicamente dalla nostra vocazione ed è il problema più importante per te dopo l’esame. La vocazione non la si trova semplicemente dopo aver riflettuto ed esaminato le varie strade: è una risposta che si ottiene con la preghiera - lo sai - e in molti casi deve essere cercata imboccando la strada dell’obbedienza. Ho già dato ad altri questo consiglio, ed hanno trovato serenità e chiarezza.

Esiste una chiamata a patire con Cristo e a collaborare così con lui alla sua opera di redenzione. Se siamo uniti al Signore, siamo membra del corpo mistico di Cristo; Cristo continua a vivere nelle sue membra e soffre in loro; e la sofferenza, portata in unione col Signore, è la sua sofferenza, innestata nella grande opera della redenzione, e per questo è feconda. Questo è il principio su cui si fonda la vita di tutti gli Ordini religiosi e in primo luogo del Carmelo: attraverso una libera e gioiosa sofferenza, intercedere per i peccatori e collaborare alla redenzione dell’umanità.

Ti auguro inoltre tanta pazienza per tutto il tempo della sofferenza e la consolazione finale, della quale ti ho già parlato altre volte: cioè che la via della sofferenza è la più sicura per giungere all’unione con Dio. Specialmente in tempi come i nostri, è così necessaria questa corredenzione attraverso il dolore portato con gioia. Ti prego anche in particolare di ricordarti dei miei cari nelle preghiere.

Immediatamente prima della mia conversione e poi ancora per un certo periodo, ho pensato che la vita religiosa significasse rinunciare ad ogni cosa terrena e vivere pensando solo al divino. A poco a poco ho imparato a capire che ci viene richiesto altro in questo mondo e che anche nella vita più contemplativa il legame con il mondo non può essere reciso; credo anzi che quanto più si è sprofondati in Dio, tanto più si debba «uscire da sé», entrare nel mondo, per portarvi la vita divina. L’essenziale è solo che ogni giorno si trovi anzitutto un angolo tranquillo in cui poter avere un contatto con Dio, come se non ci fosse nient’altro al mondo - le ore del mattino, prima che cominci il lavoro, mi sembrano il momento migliore. Inoltre si deve accogliere la propria missione, giorno per giorno, attraverso il contatto con Dio, non sceglierla; infine bisogna considerarsi davvero uno strumento e soprattutto ritenere le forze con cui si lavora (nel nostro caso l’intelletto) qualcosa che usiamo non noi, ma Dio in noi.

Ci sono situazioni in cui ci si capisce meglio senza parlare. So che nessuno a Santa Maddalena condivide le mie gioie e i miei dolori più profondamente di Lei. Non veda le sofferenze troppo grandi e le gioie troppo piccole. Il cielo non prende niente senza ripagare smisuratamente.

Penso che Lei potrà aiutare meglio gli altri se si preoccuperà il meno possibile di come farlo e sarà il più possibile semplice e gioiosa.

Naturalmente, la religione non è qualcosa da confinare in un angolo tranquillo o in alcune ore di festa, ma deve essere, come del resto Lei stessa sente, radice e fondamento di tutta la vita, e non solo per pochi eletti, ma per ogni vero cristiano.

La mia vita comincia da capo ogni mattina e termina ogni sera, non ho progetti né mire di più lunga durata; la previsione, naturalmente, può far parte del lavoro quotidiano - un’attività scolastica ad esempio è impossibile senza un piano - ma non deve mai essere una «preoccupazione» per il giorno dopo.

San Pietro in Vincoli (la festa di San Pietro in catene) è una festa molto cara anche a me, non come commemorazione ma nel senso della liberazione dalle catene da parte dell’angelo.

Quante catene sono già state sciolte e come sarà bello quando cadranno le ultime! In attesa di quell’ora, dobbiamo resistere in quelle che ci sono state assegnate - e più si resiste in silenzio, meno si sente il male. Inoltre non si deve intralciare il lavoro degli angeli.

Non uso particolari sistemi per prolungare il tempo di lavoro. Faccio quanto posso. La capacità di fare aumenta evidentemente in proporzione alla mole di ciò che devo necessariamente sbrigate. Quando non c’è nulla -di urgente, allora smetto molto prima. Certamente, il cielo sa economizzare. Perciò, evidentemente, quello che Lei fa dopo le nove non è più necessario. Che nella pratica non tutto vada secondo il buon senso, è dovuto al fatto che non siamo puri spiriti. Ribellarsi non serve.

O Signore, dammi

tutto ciò che mi conduce a te.

O Signore, prendi

tutto ciò che mi distoglie da te.

O Signore, strappa anche me da me

e dammi tutto a te.

La generazione di oggi è passata attraverso molte crisi e non ci può più capire.

Siamo noi che dobbiamo cercare di capirla, e forse allora potremo un pochino aiutarla.

La grazia di essere guidata da Dio si è fatta sentire in queste ultime settimane in modo particolare. Mi par di intravedere più distintamente qual è il mio compito. Naturalmente, comprendo sempre più a fondo la mia totale insufficienza; ma al tempo stesso, malgrado questa insufficienza, intravedo la possibilità di essere strumento.

Ciò che Lei scrive della piccola Teresa [s’intende santa Teresa di Lisieux] mi ha sorpreso. Mi sono accorta per la prima volta che si può vederla anche da questo punto di vista. L’idea che avevo di lei era quella di una persona totalmente informata dall’amore di Dio. Non conosco nulla di più grande e vorrei imparare da lei il più possibile, per me e per tutti quelli che mi stanno attorno.

Ci si può solo sforzare di vivere la vita che si è scelta con sempre maggior fedeltà e purezza rendendola sacrificio accettabile per tutti coloro ai quali si è legati. La fiducia che il mondo in noi ripone e la stima fin troppo alta che fuori così tante persone hanno della nostra vita, sono uno sprone costante.

Sono solo uno strumento del Signore. Se uno viene da me, vorrei condurlo a lui. E quando noto che non posso e che sono interessati alla mia persona, non potendo servire da strumento, prego il Signore che intervenga in un altro modo. Lui non è costretto a servirsi di un’unica persona.

Quando ottengo qualcosa per cui ho pregato a lungo e insistentemente, mi fa un effetto ancor più travolgente che non quando vengo esaudita subito.

Le mie meditazioni non raggiungono grandi altezze spirituali, sono per lo più molto semplici e modeste. La cosa migliore che contengono è il ringraziamento per aver ricevuto in dono un posto in questa patria terrena da cui salire alla patria eterna.

La fiducia che qualcosa della nostra pace e della nostra quiete trabocchi nel mondo e sostenga coloro che sono ancora in cammino, questa fiducia da sola fa sì che io mi dia pace di essere stata chiamata in questo meraviglioso, sicuro rifugio prima di tanti altri più degni di me. Lei non può immaginare come mi senta profondamente imbarazzata ogni volta che qualcuno parla della nostra «vita di sacrificio».

Fuori conducevo davvero una vita di sacrificio. Ora sono stata liberata di quasi tutti gli affanni ed ho in abbondanza ciò che fuori mi mancava. Certamente, ci sono tra di noi sorelle a cui sono richiesti ogni giorno grossi sacrifici. Anche io attendo di poter sentire un giorno la mia chiamata alla croce più di adesso, che vengo trattata ancora dal Signore come un bambino.

La sua domanda se mi sono abituata alla solitudine mi ha fatto un po’ sorridere. La maggior parte della mia vita l’ho trascorsa in maggior solitudine che non qui. Non sento la mancanza di ciò che è fuori ed ho qui tutto quello che fuori mi mancava, cosicché non mi resta che ringraziare continuamente Dio per l’immensa grazia, non meritata, della vocazione.

Quale smisurato tesoro è la Sacra Scrittura!

Da alcune settimane ho ripreso il mio lavoro filosofico: devo preparare una grande opera, per la quale mi manca moltissimo materiale. Se non avessi fiducia nell’obbedienza e nel fatto che il Signore, se vuole, può ottenere qualcosa di buono anche attraverso uno strumento debole e incapace, non tenterei nemmeno. Così, invece, faccio tutto il possibile e vado a prendere coraggio dal tabernacolo, quando mi sento scoraggiata di fronte all’erudizione di molti altri.

In genere, quando ci si vuol liberare della propria vecchia croce, capita di doverne portare una più pesante.

Ho appena ricevuto questo testo di sant’Ambrogio:

«Dio fa tutto al momento giusto. Qualunque cosa faccia, non è mai il momento sbagliato, bensì accade proprio nell’attimo favorevole A- e capita per me nel momento giusto».

Non mi è mai piaciuto pensare che la misericordia di Dio si fermi ai confini della Chiesa visibile. Dio è la verità. Chi cerca la verità cerca Dio, che lo sappia o no.

Ciò che della nostra storia crediamo a volte di capire è pur sempre un fugace riflesso di ciò che resterà un segreto di Dio fino al giorno in cui tutto sarà chiaro. La speranza in questa futura rivelazione mi dà una grande gioia. E questa fede nella storia segreta delle anime deve fortificarci quando ciò che vediamo esternamente (in noi e negli altri) ci toglierebbe il coraggio.

In ogni caso credo che una via sicura sia quella di diventare un «vaso vuoto» per la grazia divina.

Certo,

Dio è in noi, tutta la Santissima Trinità. Se nell’intimo del nostro cuore sapremo costruire una cella ben protetta in cui ritirarci il più spesso possibile, non ci mancherà mai niente dovunque ci troveremo.

Edith Stein

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