Una rubrica estiva per vivere al meglio l’essere animatori.
In ogni estate ci sono ragazzi che si vedono subito. Quelli pieni di energia, che entrano in cortile e fanno rumore, che trovano facilmente posto in un gruppo, che sanno stare al centro senza sforzo. Sono preziosi, portano vita, movimento, entusiasmo.
Ma ci sono anche altri ragazzi. Quelli che arrivano piano. Quelli che restano vicino al muro. Quelli che sorridono poco, che non vengono scelti per primi, che non sanno bene dove mettersi. Quelli che partecipano, ma sembrano sempre un passo fuori. Quelli che nessuno esclude apertamente, ma che nessuno cerca davvero.
Accorgersi di loro è una delle forme più concrete di pastorale giovanile.
Non servono grandi discorsi per capire se una comunità è salesiana. Basta guardare chi viene visto. Don Bosco aveva un istinto educativo speciale per i ragazzi lasciati ai margini: poveri, soli, spaesati, senza riferimenti. Non aspettava che fossero loro a chiedere aiuto. Andava incontro, chiamava per nome, apriva casa, offriva fiducia.
Anche nei nostri cortili estivi questa attenzione è decisiva. Un Grest, un campo, una vacanza, un’esperienza di servizio possono essere bellissimi per molti e faticosi per qualcuno. Perché non basta aprire le porte perché tutti si sentano accolti. L’accoglienza va costruita ogni giorno, con sguardo, presenza e cura.
A volte chi resta ai margini non fa rumore. Non disturba, non crea problemi, non attira l’attenzione. Proprio per questo rischia di sparire.
L’educatore, l’animatore, il responsabile devono allenare l’occhio a intercettare questi silenzi. Chi non viene mai chiamato? Chi cambia gruppo continuamente? Chi evita i giochi? Chi resta sempre con il telefono in mano? Chi sembra sollevato quando nessuno gli chiede nulla?
Accorgersi non significa etichettare. Non significa trasformare ogni timidezza in problema. Significa creare possibilità. Un invito semplice.
Una squadra pensata meglio. Un compagno affidabile accanto. Un ruolo piccolo ma vero. Una parola detta senza invadere: “Sono contento che tu ci sia”.
Lo stile salesiano vive di queste attenzioni concrete. La presenza in cortile non è sorveglianza generica. È uno sguardo educativo che cerca chi rischia di restare fuori. È la scelta di non lasciare che il gruppo funzioni solo per i più forti, i più simpatici, i più abituati.
Perché l’oratorio non è casa se accoglie solo chi sa già stare dentro. Diventa casa quando fa spazio anche a chi arriva con fatica, a chi non conosce nessuno, a chi non ha parole, a chi teme di non essere abbastanza interessante per essere scelto.
Alla fine, spesso, sono piccoli gesti a cambiare tutto. Un animatore che chiama per nome. Un adulto che ascolta. Un gruppo che impara ad aspettare. Un posto lasciato libero. Un gioco in cui ciascuno può riuscire. Una comunità che non si rassegna all’invisibilità di nessuno.
Accorgersi di chi resta ai margini non è un’aggiunta al programma. È Vangelo vissuto. È Don Bosco oggi. È il modo più semplice e più serio per dire a un giovane: tu non sei un problema da gestire, sei una vita da incontrare.
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