Una rubrica estiva per vivere al meglio l’essere animatori.
C’è un momento, a giugno, in cui l’estate smette di essere un’idea e diventa realtà. Lo capisci dal caldo che entra nelle stanze, dagli zaini lasciati in un angolo, dai gruppi WhatsApp che si riaccendono, dagli oratori che si preparano, dagli animatori con la maglietta nuova e un po’ di paura negli occhi.
L’estate arriva così: piena di promesse. Uscite, viaggi, Grest, campi, mare, serate, playlist, foto, amici, tempo libero. Tutto bello. Ma c’è una domanda da non perdere: un’estate piena è per forza un’estate vissuta?
Forse no.
Si può riempire l’agenda e restare distratti. Si può essere sempre in mezzo agli altri e sentirsi soli. Si può partire lontano e non incontrare davvero nessuno. Si può vivere un campo bellissimo e lasciarlo scivolare via come una foto archiviata nel telefono.
Abitare l’estate è un’altra cosa. Significa starci dentro con presenza. Non da spettatori, non da consumatori, non da turisti della propria vita. Significa chiedersi: che cosa mi sta dicendo questo tempo? Chi sto incontrando davvero? Che cosa sto imparando di me? Che cosa posso donare?
Don Bosco lo aveva capito bene. Il suo cortile non era semplicemente uno spazio da riempire di attività. Era un luogo da abitare. Lì i ragazzi giocavano, ridevano, litigavano, facevano pace, ascoltavano una buona parola, scoprivano di essere voluti bene. Il cortile salesiano non era tempo libero buttato lì: era vita accompagnata.
Anche l’estate può diventare così. Non una parentesi, ma un cortile aperto. Un tempo in cui Dio può passare attraverso un servizio fatto bene, una chiacchierata sincera, una fatica condivisa, un’amicizia che nasce, un momento di silenzio, una preghiera povera ma vera.
Abitare l’estate significa anche non pretendere che sia perfetta. Ci saranno giornate storte, momenti di noia, programmi che saltano, confronti con gli altri, stanchezze, domande. Va bene così. La vita vera non è sempre luminosa come una foto al tramonto. Ma proprio dentro un’estate reale può nascere qualcosa di buono.
Forse questa estate non ti chiede anzitutto di fare di più. Forse ti chiede di esserci di più. Di non scappare sempre nel rumore. Di non consegnare ogni emozione allo schermo. Di ascoltare meglio. Di accorgerti di qualcuno. Di lasciare spazio a una domanda che durante l’anno hai tenuto in sospeso.
Che cosa cerchi davvero? Riposo? Relazioni più vere? Un senso? Un posto in cui sentirti a casa? Una fede meno teorica e più concreta?
Non serve avere subito tutte le risposte. Basta cominciare vivendo quello che c’è, senza consumarlo troppo in fretta: un Grest, un campo, una settimana in famiglia, un pomeriggio in oratorio, una giornata di lavoro, una sera con gli amici.
Tutto può diventare luogo di vita, se ci sei davvero.
Forse è questo il primo invito dell’estate: non riempirla soltanto. Abitala. Perché alla fine non conterà solo quante cose avrai fatto, ma quanto ti sarai lasciato incontrare dalla vita. E magari, senza accorgertene subito, anche da Dio.
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