Una rubrica estiva per vivere al meglio l’essere animatori.
Ci sono sere d’estate in cui arrivi a casa distrutto. Hai cantato troppo, corso troppo, parlato troppo. Hai ripetuto le stesse indicazioni dieci volte, hai separato bambini che litigavano, hai sorriso anche quando non ne avevi voglia, hai sistemato sedie, raccolto cartacce, preparato giochi, improvvisato soluzioni.
E magari, mentre ti butti sul letto, ti chiedi: “Ma chi me l’ha fatto fare?”.
È una domanda vera. E non bisogna avere paura di farsela. Il servizio non è sempre romantico. Non è sempre entusiasmo, foto di gruppo e abbracci finali. A volte è caldo, fatica, pazienza consumata, riunioni lunghe, incomprensioni, responsabilità. A volte servire significa fare bene cose che nessuno vedrà.
Eppure, proprio lì, qualcosa cambia.
Servire ti cambia perché ti sposta dal centro. Ti ricorda che il mondo non finisce nei tuoi programmi, nei tuoi gusti, nelle tue stanchezze. Ti fa accorgere che c’è qualcuno che ha bisogno di te: un bambino che non riesce a inserirsi, un compagno animatore che sta facendo fatica, un adulto che conta sulla tua affidabilità, un gruppo che ha bisogno della tua presenza.
Servire ti cambia perché ti educa alla realtà. Ti insegna che non tutto va come previsto, che le persone non sono sempre facili, che la pazienza non nasce sui libri ma nei cortili, nelle mense, nei campi da gioco, nelle giornate storte. Ti fa scoprire che crescere non significa avere tutto sotto controllo, ma imparare a restare dentro le cose con cuore buono.
Don Bosco lo sapeva bene. L’oratorio non era un posto dove alcuni facevano servizio e altri ricevevano soltanto. Era una casa in cui i più grandi imparavano a prendersi cura dei più piccoli, e proprio così diventavano più grandi davvero. Il servizio, nello stile salesiano, non è manovalanza: è una scuola di vita.
Certo, la stanchezza va ascoltata. Non bisogna trasformarla in medaglia o in gara a chi resiste di più. Un animatore stanco ha bisogno di riposo, confronto, preghiera, amicizia, adulti che lo accompagnino. Ma non tutta la fatica è nemica. C’è una fatica che svuota e va fermata.
E c’è una fatica che forma, perché nasce dall’amore e porta frutto.
Forse lo capirai più avanti. Magari non durante la giornata più caotica, ma alla fine di un campo, quando un bambino ti saluterà con gli occhi lucidi. O quando ti accorgerai di essere diventato più paziente. O quando scoprirai che hai imparato a lavorare con altri, a chiedere scusa, a non mollare subito, a pregare anche senza grandi emozioni.
Il servizio lascia segni. Non sempre visibili, non subito. Ma ti allena a una vita meno chiusa, meno comoda, meno centrata su di te.
E allora sì, servire stanca. Ma non tutta la stanchezza è vuota. C’è una stanchezza che racconta che hai amato, che ti sei speso, che hai abitato davvero l’estate.
E quando ti spendi per il bene, qualcosa di te cambia. Anche se te ne accorgi solo dopo.
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