Una rubrica estiva per vivere al meglio l’essere animatori.
D’estate il telefono sembra ancora più presente. Sta sul comodino quando ti svegli, nella tasca dei pantaloncini, sul tavolo mentre mangi, accanto al telo mare, nello zaino dell’animatore, in mano durante le pause. Serve per tutto: messaggi, foto, musica, mappe, gruppi WhatsApp, orari del Grest, stories, video, chiamate, playlist.
Il problema, forse, non è il telefono. Il problema è quando è lui a decidere il ritmo delle giornate.
Succede piano piano. Ti svegli e guardi subito le notifiche. Hai cinque minuti liberi e li riempi scorrendo. Sei con gli amici, ma controlli chi ti ha scritto. Sei a un campo, in oratorio, in vacanza, e una parte di te resta sempre altrove. Il corpo è lì, ma l’attenzione continua a saltare da una parte all’altra.
Non si tratta di demonizzare il digitale. Sarebbe poco serio e anche poco utile. Il telefono può aiutare a comunicare, organizzare, ricordare, condividere cose belle. Anche nelle attività estive, spesso, è uno strumento necessario. Ma uno strumento resta buono quando rimane al suo posto. Quando invece comincia a comandare, qualcosa si perde.
Si perde la capacità di stare davvero in un luogo. Si perde il gusto di una conversazione senza interruzioni. Si perde la pazienza dell’attesa. Si perde perfino la possibilità di annoiarsi, che a volte è il primo spazio in cui nasce una domanda vera.
Don Bosco non aveva smartphone da gestire, ma aveva chiarissimo il valore della presenza. Il suo modo di educare passava dallo stare in mezzo ai ragazzi con attenzione, occhio vivo, cuore disponibile. Non una presenza distratta, non a metà, non sempre in fuga verso altro.
Una presenza capace di accorgersi.
Forse questa è una delle sfide educative dell’estate: recuperare attenzione. Non per vivere fuori dal mondo, ma per vivere meglio dentro la realtà. Guardare un volto senza controllare lo schermo. Ascoltare una storia fino in fondo. Accorgersi di chi resta solo in cortile. Pregare due minuti senza sentire subito il bisogno di fare altro. Camminare senza riempire ogni passo di rumore.
La libertà non consiste nel buttare via il telefono. Consiste nel poter scegliere. Decidere quando usarlo e quando lasciarlo da parte. Capire quali contenuti ti fanno bene e quali ti svuotano. Accorgerti se dopo mezz’ora online sei più sereno o più nervoso, più grato o più in confronto, più presente o più disperso.
Un piccolo gesto può cambiare molto. Tenere il telefono lontano durante un pasto. Lasciarlo nello zaino mentre giochi con i bambini.
Spegnerlo durante un momento di preghiera. Non controllarlo appena sveglio. Non fotografare tutto, per vivere qualcosa fino in fondo.
Sono scelte semplici, ma educano il cuore.
Perché la domanda non è solo quanto tempo passi al telefono. La domanda è: chi sta guidando la tua attenzione? Chi decide il ritmo delle tue giornate? Tu, o l’ultima notifica?
L’estate può diventare un tempo buono per riprendere in mano il timone. Non per essere meno connessi agli altri, ma per essere più connessi alla vita. Quella vera, concreta, imperfetta, fatta di volti, cortili, silenzi, parole, giochi, fatica e incontri.
Il telefono può restare in tasca. Ma il cuore no. Il cuore è fatto per esserci.
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