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Allevi: «Dopo la mia crisi un inno alla vita»

Ho passato due anni senza riu¬≠scire più a comporre. Buio to¬≠tale, mi sentivo finito. Ho pregato Dio, ma non perché facesse pas¬≠sare quel brutto momento, ma affinché mi aiutasse ad accettare quello che stava acca¬≠dendo. È una lezione che ho imparato dalle persone che soffrono, dagli incontri che ho a¬≠vuto durante i concerti.


Allevi: «Dopo la mia crisi un inno alla vita»

da Quaderni Cannibali

del 31 ottobre 2012 

 

«Ho passato due anni senza riu­scire più a comporre. Buio to­tale, mi sentivo finito. Ora la musica mi è tornata a trovare e sento che è nato un nuovo giorno». Giovanni Allevi è se­duto alla scrivania e accarezza a due mani gli spartiti delle sue nuove composizioni, come se toccare le note d’inchiostro gli desse sicu­rezza.

Nello stereo intanto, gira il cd Sunrise («un’alba interiore che spero inizi per tutti» dice) il suo nuovo album in uscita oggi, regi­strato con l’Orchestra del Teatro Carlo Felice di Genova da lui diretta. Il compositore de­butterà in concerto col prestigioso ensemble il 14 novembre nel teatro genovese. A seguire il 15 novembre sarà a Firenze, il 18 a Bologna, il 19 a Milano (agli Arcimboldi), il 28 a Roma (Auditorium della Conciliazione). Ritrovandotelo davanti sorridente, l’aria da e­terno ragazzo un po’ gigione (eppure gli anni sono ormai 43) che tanto piace ai giovani, ma­glietta nera e jeans, non diresti che il pianista italiano che ha venduto milioni di copie dei suoi cd in tutto il mondo, sia appena uscito da un periodo di crisi totale, umana e artistica.          

Tutto cominciò nel 2008 quando in una in­tervista il violinista Uto Ughi lo attaccò di­cendosi «offeso dal successo di Allevi». «Quel­le critiche mi hanno distrutto, soprattutto per­ché furono seguite da una valanga di attacchi da tutte le parti, musicisti e critici musicali. Mi sono sentito solo», racconta l’autore mar­chigiano. E, quindi, comincia a spiegarci bra­no per brano, muovendo a tempo le mani per aria («dirigere, questo è il Paradiso» esclama) come ne è uscito aggrappandosi alla musica. Il risultato sono 70 minuti di energia divisi in due parti. Nella Fantasia concertante per pia­noforte e orchestra Allevi al piano dialoga con gli altri strumenti, mentre ne La danza della strega - Concerto per violino e orchestra in fa minore il compositore dirige l’orchestra nella sua prima opera per violino con il giovane so­lista polacco Mariusz Patyra, vincitore a Ge­nova del premio Paganini. Allevi, questa composizione è anche una sfi­da?            

Veramente è la mia rinascita. Dopo l’incer­tezza, l’artista ha il dovere di scorgere il cielo oltre le nuvole. Direi però che un momento di difficoltà è quasi necessario perché da lì pos­sono scaturire idee nuove. Insomma, i vecchi meccanismi si inceppano, occorre rimboc­carsi le maniche Lei però è sempre stato consapevole che il mondo accademico non l’ha mai troppo a­mata.            

Guardi, sono stato attaccato verbalmente per­sino dagli studenti del Conservatorio di Mila­no che ho frequentato. È stato uno choc do­loroso, ho sentito minata la mia stessa perso­nalità. Ho pensato «Deve esserci un errore». Mi sono sentito un reietto perché esco fuori dagli schemi di certe lobby. Quelle con lo sguardo rivolto al passato, che santifica il mi­to. Mozart, Bach sono dei pilastri, delle certezze. Ma hanno un limite: non hanno un col­legamento col presente. Io sto semplicemen­te cercando di comporre una musica classi­ca contemporanea che abbia a che fare con la realtà di oggi». In qualche modo il successo le si è ritorto con­tro.            

So solo che la conseguenza è stato un blocco completo della creatività. Avevo la sensazio­ne che il compositore in me fosse finito, men­tre nel frattempo il successo come pianista continuava impetuoso. Nel 2010 ero in tour in Giappone, teatri tutti esauriti, fans che mi chiedevano l’autografo e io li osservavo de­presso pensando: «guardate che quel Gio­vanni lì non c’è più». Poi, mentre dormivo in aereo verso Osaka ho avuto un incubo. Ho a­vuto una collutazione fisica con una strega, mentre in sottofondo sentivo una melodia di violini. Quella melodia è diventata il nucleo della nuova composizione. Sembra incredi­bile? Beh, diciamo che l’inconscio lavora per conto suo. In quei momenti di vuoto, cosa l’ha aiutata nel profondo?            

Ho pregato Dio, ma non perché facesse pas­sare quel brutto momento, ma affinché mi aiutasse ad accettare quello che stava acca­dendo. È una lezione che ho imparato dalle persone che soffrono, dagli incontri che ho a­vuto durante i concerti. Ci sono i genitori di certi ragazzi disabili che esprimo una im­mensa gioia di vivere, nonostante tutto. Ecco, in quei momenti tristi ho pensato a loro. E come ha espresso questi sentimenti in mu­sica?            

Sunrise è la mia Divina Commedia persona­le. Nel senso che affronto i labirinti dell’in­conscio dell’uomo. Con la vibrazione dei vio­lini affondo nelle passioni umane, la definisco la parte rossa del disco. Mentre il timbro del pianoforte mi porta naturalmente all’eleva­zione spirituale, quella è la parte azzurra. Nel concerto, al contrario dell’album, si inizia dal­la parte più tormentata e umana per passare poi a quella più elevata e rarefatta, fino a una chiusura che ci riporta alla realtà, ma nuovi e rigenerati. In questo mi è stata di grandissimo aiuto l’Orchestra del Carlo Felice, composta da maestri eccezionali. L’impressione generale della sua composi­zione non è, comunque, di tristezza.            

Nonostante il fa minore sia una tonalità che esprime tristezza, seguendo l’esempio di Mo­zart tento di dare una sensazione di positività e di vitalità. C’è anche un momento oscuro nella partitura, ma se l’oscurità fosse fine a se stessa non avrebbe senso. È necessario che dall’oscurità emerga la luce. Poi c’è lei di nuovo al pianoforte.            

Dopo tanto tormento, infatti ecco Sunrise , l’al­ba. Segue Mandela, un brano fortemente rit­mico, ispirato all’Africa come terra di movi­mento e di vita, e intitolato al leader sudafri­cano, un grande uomo che ha voluto il cam­biamento, ma con metodi pacifici. Di segui­to Symphony of life che è un inno alla quoti­dianità dell’individuo, perché non esiste la persona comune: tu sei il meglio anche quan­do vai a fare la spesa. La quotidianità non è mai banale, dipende da come la affronti. Si passa poi a Elevazione dove le note diventano rare­fatte, si vola nell’infinito osservando dall’alto le nostre passioni. E poi si ridiscende quieta­mente nella vita reale con il romantico Hearth of snow, dove passione e razionalità si fondo­no in un equilibrio vicino al cuore dell’uomo. Lei l’equilibrio l’ha trovato?  

Io sono sempre squinternato per natura. Ma pochi giorni fa è nato il mio secondo figlio, Giorgio. Il mio equilibrio lo ritrovo lì.

Angela Calvini

http://www.avvenire.it

 

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