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8. Il padre accoglie a casa.


8. Il padre accoglie a casa.

da L'autore

del 01 gennaio 2002

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8. Il padre accoglie a casa.

Quando era ancora lontano, il padre lo vide [il figlio più giovane] e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.

...Il padre allora uscì a pregarlo [il figlio maggiore].

Padre e madre.

Spesso ho chiesto ad amici di dirmi quale figura li colpisca di più nel Figlio prodigo di Rembrandt. Inevitabilmente indicano il vecchio saggio che perdona il figlio: il patriarca benevolo.

Guardando a lungo "il patriarca" ho capito sempre meglio che Rembrandt aveva fatto qualcosa di assolutamente diverso che far posare Dio come un vecchio saggio capofamiglia. Tutto prende ispirazione dalle sue mani. Esse sono molto diverse tra loro. La mano sinistra, posata sulla schiena del figlio, è forte e muscolosa. Le dita sono aperte e coprono gran parte della spalla destra del figlio prodigo. Posso intuire una certa pressione, specialmente del pollice. Quella mano sembra non soltanto toccare, ma anche, con la sua forza, sorreggere. Anche se la mano sinistra del padre si posa sul figlio con una certa delicatezza, è una mano che stringe con energia.

Come è diversa invece la mano destra! Essa non sorregge né afferra. E una mano raffinata, delicata e molto tenera. Le dita sono ravvicinate e hanno un aspetto elegante. La mano è posata dolcemente sulla spalla del figlio. Vuole accarezzare, calmare, offrire conforto e consolazione. E una mano di madre.

Alcuni commentatori hanno ipotizzato che la mano sinistra, maschile, sia la mano stessa di Rembrandt, mentre la destra, femminile, sia simile alla mano destra de La sposa ebrea dipinta nello stesso periodo. Mi piace credere che sia vero.

Appena mi sono reso conto della differenza tra le due mani del padre, mi si è dischiuso un nuovo mondo di significati. Il Padre non è semplicemente un grande patriarca. E sia una madre che un padre. Tocca il figlio con una mano maschile e con una femminile. Lui sorregge, lei accarezza. Lui rafforza e lei consola. È dunque Dio, nel quale sono pienamente presenti l'esser uomo e l'esser-donna, la paternità e la maternità. Quella mano destra delicata che accarezza, evoca, secondo me, le parole del profeta Isaia: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani».

Il mio amico Richard White mi ha fatto notare che la mano femminile e carezzevole del padre è in corrispondenza con il piede nudo e ferito del figlio, mentre la forte mano maschile è in corrispondenza con il piede che calza il sandalo. E troppo pensare che una mano protegge il lato vulnerabile del figlio, mentre l'altra rinvigorisce la sua forza e il suo desiderio di migliorare la propria vita?

C'è poi il grande mantello rosso. Col suo colore caldo e la sua forma avvolgente, offre un luogo ospitale dove è bello stare. All'inizio, il mantello che copre il corpo ricurvo del padre mi sembrava come una tenda che invita il viandante stanco a trovare un po' di riposo. Ma, fissandolo meglio, mi è venuta un'altra immagine, più forte di quella della tenda: quella delle ali protettive di una madre-uccello. Mi hanno rammentato le parole di Gesù sull'amore materno di Dio: «Gerusalemme, Gerusalemme... quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le all, e voi non avete voluto!».

Giorno e notte Dio mi tiene al sicuro, come una chioccia tiene al sicuro i suoi pulcini sotto le all. Ancor più di quella della tenda, l'immagine delle ali di una vigile madre-uccello esprime la sicurezza che Dio offre ai suoi figli. Esse esprimono cura, protezione, un luogo in cui riposare e sentirsi al sicuro.

Ogni volta che nel dipinto di Rembrandt guardo il mantello simile a una tenda e a delle ali, intuisco la qualità materna dell'amore di Dio e il mio cuore comincia a cantare con le parole ispirate dal salmista:

 

Tu che abiti al riparo dell'Altissimo

e dimori all'ombra dell'Onnipotente,

dì' al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza,

mio Dio, in cui confido».

 

Ti coprirà con le sue penne,

sotto le sue ali troverai rifugio.

E così, sotto le sembianze di un vecchio patriarca ebreo, emerge anche un Dio materno che accoglie a casa il proprio figlio.

Quando guardo di nuovo quel vecchio che si curva sul figlio che fa ritorno e tocca con le mani le sue spalle, comincio a scorgere nei suoi tratti non solo un padre che «si getta al collo del figlio», ma anche una madre che accarezza il proprio figlio, lo circonda col calore del suo corpo e lo tiene contro il grembo da cui è nato. Il "ritorno del figlio prodigo" diventa così il ritorno al grembo di Dio, il ritorno alle vere origini dell'essere, e di nuovo echeggia l'esortazione di Gesù a Nicodemo a rinascere dall'alto.

Ora capisco anche meglio la straordinaria immobilità di questo ritratto di Dio. Qui non si indulge ad alcun sentimentalismo o romanticismo, né abbiamo a che fare con un semplicistico racconto a lieto fine. Qui ciò che vedo è un Dio presentato come madre, che riaccoglie nel suo grembo colui che ha fatto a sua immagine. Gli occhi quasi ciechi, le mani, il mantello, il corpo ricurvo, tutti questi elementi richiamano l'amore materno di Dio, segnato dal dolore, desiderio, speranza e attesa senza fine.

Il mistero, in verità, è che Dio-madre nella sua infinita misericordia ha legato se stesso alla vita dei suoi figli per l'eternità. Ha scelto liberamente di diventare dipendente dalle sue creature, che ha dotato di libertà. Questa scelta gli causa dolore quando se ne partono; questa stessa scelta gli dà felicità quando ritornano. Ma la sua gioia non sarà completa finché tutti coloro che hanno ricevuto da lui la vita non saranno tornati a casa e non si troveranno insieme attorno alla mensa preparata per loro.

E questo include anche il figlio maggiore. Rembrandt lo pone a distanza, lontano dall'ampio avvolgente mantello, al margine del cerchio di luce. Il dilemma del figlio maggiore è se accettare o rifiutare che l'amore del padre si spinga al di là di ogni confronto; se avere il coraggio di essere amato come suo padre desidera amarlo o insistere nel voler essere amato come lui si sente di dover essere amato. Il padre sa che la scelta deve essere del figlio, anche quando attende con le mani tese. Il figlio maggiore vorrà inginocchiarsi ed essere toccato dalle stesse mani che toccano il fratello più giovane? Vorrà essere perdonato e sperimentare la presenza risanatrice del padre che lo ama di un amore incomparabile? Il racconto di Luca fa capire molto chiaramente che il padre va incontro a entrambi i figli. Non corre fuori solo per abbracciare il giovane figlio ribelle, ma esce anche per accogliere il figlio maggiore obbediente, che ritorna dai campi chiedendosi il perché della musica e delle danze, e per pregarlo di entrare.

Né più né meno.

E molto importante per me capire il pieno significato di ciò che sta avvenendo. Mentre il padre è veramente colmo di gioia per il ritorno del figlio più giovane, non ha dimenticato il maggiore. Non dà per scontata la sua presenza. La sua gioia è così grande che non può aspettare per dar inizio ai festeggiamenti, ma appena si rende conto dell'arrivo del figlio maggiore, lascia la festa, esce, gli va incontro e lo supplica di unirsi a loro.

Nella sua gelosia e amarezza, il figlio maggiore riesce a vedere soltanto che il suo irresponsabile fratello sta ricevendo più attenzioni di lui e conclude di essere il meno amato dei due. La risposta libera e spontanea del padre al ritorno del figlio più giovane non implica alcun confronto con il figlio maggiore. Al contrario, desidera ardentemente farlo partecipe della sua gioia.

Per me questo non è facile da afferrare. In un mondo che pone continuamente a confronto le persone, classificandole come più o meno intelligenti, più o meno attraenti, più o meno di successo, non è facile credere veramente in un amore che non faccia altrettanto. Quando sento elogiare qualcuno, è difficile che io non pensi a me come a una persona meno degna di lode; quando leggo della bontà e generosità di altra gente, mi rimane difficile non chiedermi se io stesso sono buono e generoso come loro, e quando vedo che trofei, premi e ricompense vengono assegnati a certe persone, non posso fare a meno di chiedermi perché ciò non sia capitato a me.

Il mondo in cui sono cresciuto è un mondo talmente dominato dalle classifiche, dai punteggi e dalle statistiche che, consciamente o inconsciamente, cerco sempre di misurarmi con gli altri. Molta tristezza e gioia nella mia vita derivano direttamente dal fatto che persisto nel fare confronti e che la maggior parte di questi confronti, se non tutti, sono inutili e costituiscono una terribile perdita di tempo e di energia.

Il nostro Dio, che è un Dio sia Padre che Madre per noi, non fa paragoni. Mai. Anche se razionalmente so che ciò è vero, è ancora molto difficile accettarlo completamente con tutto il mio essere. Quando sento che qualcuno è chiamato figlio prediletto, o figlia prediletta, la mia reazione immediata è che gli altri figli devono essere meno apprezzati o meno amati. Non riesco a spiegarmi che tutti i figli di Dio possano essere prediletti. E tuttavia lo sono. Quando guardo al Regno di Dio dal mio posto nel mondo, subito mi vien da pensare a Dio come a qualcuno che segna i punti su un qualche grande tabellone celeste: personalmente avrò sempre paura di non fare punti. Ma non appena guardo dalla casa accogliente di Dio verso il mondo, scopro che Dio ama con un amore divino, un amore che riconosce a tutte le donne e a tutti gli uomini la loro unicità senza mai fare paragoni.

Il fratello maggiore si confronta con il fratello più giovane e diventa geloso. Ma il padre li ama entrambi così tanto che non ha sentito il bisogno di rinviare la festa perché il figlio maggiore non si sentisse rifiutato. Sono convinto che molti dei miei problemi psicologici si scioglierebbero come neve al sole se lasciassi che la verità dell'amore materno di Dio che non fa confronti permeasse il mio cuore.

Quanto ciò sia difficile è chiaro quando rifletto sul la parabola dei vignaioli. Ogni volta che leggo questa parabola in cui il padrone della vigna dà tanto agli operai che hanno lavorato solo un'ora quanto a quelli che hanno sopportato «il peso della giornata e il caldo», dentro di me scatta ancora un sentimento di irritazione.

Perché il padrone della vigna non ha pagato prima coloro che hanno lavorato molte lunghe ore per poi sorprendere gli ultimi con la sua generosità? Perché invece paga prima gli operai dell'undicesima ora, nutrendo così false aspettative negli altri e creando amarezze e gelosie inutili? Queste domande, ora me ne rendo conto, derivano da una prospettiva troppo incline a imporre l'economia del temporale all'ordine unico del divino.

Mai prima mi è venuto in mente che il padrone della vigna possa aver voluto che gli operai delle prime ore si rallegrassero per la sua generosità verso gli ultimi. Mai mi è passato per la mente che possa aver agito immaginando che coloro che avevano faticato nella vigna tutto il giorno sarebbero stati profondamente grati per aver avuto l'opportunità di lavorare per il loro padrone, e più ancora nel constatare quanto fosse generoso. Accettare un tale modo di pensare che non fa paragoni esige una profonda conversione interiore. Questo comunque è il modo di pensare di Dio. Dio guarda al suo popolo come ai figli di una famiglia che sono contenti se quelli che hanno fatto poco sono amati alla stessa maniera di quelli che fanno molto.

Dio è talmente senza malizia da pensare che ci sarebbe stata grande gioia quando a tutti coloro che avevano lavorato nella sua vigna, sia per lungo che per breve tempo, sarebbe stata riservata la stessa attenzione. In realtà è stato molto ingenuo da aspettarsi che tutti fossero così contenti di essere alla sua presenza che non sarebbe loro venuto in mente di confrontarsi l'un l'altro. Ecco perché dice con lo smarrimento di un innamorato frainteso: «Perché sei invidioso se sono generoso?». Avrebbe potuto dire: «Sei stato con me tutto il giorno, e ti ho dato tutto quello che hai chiesto! Perché sei così risentito?». E la stessa perplessità che nasce dal cuore del padre quando dice al figlio geloso: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo».

Qui sta il segreto della grande chiamata alla conversione: guardare non con gli occhi della poca considerazione che si ha di se stessi, ma con gli occhi dell'amore di Dio. Finché continuo a guardare Dio come a un padrone di casa, come a un padre che vuole ottenere da me il massimo al minor costo, non posso che diventare geloso, ed essere pieno di amarezza e risentimento verso i miei compagni di lavoro o i miei fratelli e sorelle. Ma se sono capace di guardare il mondo con gli occhi dell'amore di Dio e di scoprire che la sua visione non è quella di uno stereotipato padrone di casa o di un anonimo patriarca quanto piuttosto quella di un padre che tutto dona e perdona senza misurare il suo amore per i figli col metro della loro buona condotta, allora presto mi accorgerò che la mia vera risposta non può che essere una profonda gratitudine.

Il cuore di Dio.

Nel dipinto di Rembrandt il figlio maggiore osserva semplicemente. E difficile immaginare cosa stia passando nel suo cuore. Proprio come con la parabola, così anche con il dipinto rimango con lo stesso interrogativo: come risponderà all'invito di unirsi ai festeggiamenti?

Non c'è alcun motivo per dubitare - sia nella parabola che nel dipinto - dell'amore del padre. Il suo cuore va incontro ai due figli; li ama entrambi; spera di vederli insieme come fratelli intorno alla stessa tavola; vuole che sentano che, per quanto diversi, appartengono alla stessa casa e sono figli dello stesso padre.

Appena mi lascio assorbire da queste idee, vedo che la storia del padre e dei suoi figli perduti attesta con forza che non sono stato io a scegliere Dio, ma è stato Dio per primo a scegliere me. Questo è il grande mistero della nostra fede. Noi non scegliamo Dio, Dio sceglie noi. Dall'eternità siamo nascosti «all'ombra della mano di Dio» e «disegnati sulle palme delle sue mani». Prima che qualsiasi essere umano ci tocchi, Dio «ci forma nel segreto» e «ci intesse» nelle profondità della terra, e prima che qualsiasi essere umano decida di noi, Dio «ci tesse nel seno di nostra madre». Dio ci ama prima che qualunque essere umano possa mostrarci amore. Egli ci ama con un «primo» amore, un amore illimitato, senza riserve; vuole che siamo i suoi figli prediletti e ci dice di provare ad amare come ama lui.

Per quasi tutta la vita ho lottato per trovare Dio, per conoscere Dio, per amare Dio. Ho cercato insistentemente di seguire le direttive della vita spirituale - pregare sempre, lavorare per gli altri, leggere le Scritture - e di evitare le molte tentazioni che portano alla sregolatezza. Ho fallito tante volte, ma ho sempre provato di nuovo, anche quando ero vicino alla disperazione.

Ora mi chiedo se mi sono sufficientemente reso conto che durante tutto questo tempo Dio ha cercato di trovarmi, conoscermi e amarmi. La domanda non è «Come posso trovare Dio?», ma «Come posso farmi trovare da lui?». La domanda non è «Come posso conoscere Dio?», ma «Come posso farmi conoscere da Dio?». E, infine, la domanda non è «Come posso amare Dio?», ma «Come posso lasciarmi amare da Dio?». Dio mi cerca da lontano, prova a trovarmi e desidera portarmi a casa. In tutte e tre le parabole che Gesù racconta per rispondere alla domanda del perché egli mangi con i peccatori, pone l'accento sull'iniziativa di Dio. Dio è il pastore che va alla ricerca della pecorella smarrita. Dio è la donna che accende la lucerna, spazza la casa e cerca ovunque la dramma perduta finché non la ritrova. Dio è il padre che veglia e aspetta i suoi figli, corre loro incontro, li abbraccia, li supplica, li implora e li scongiura di tornare a casa.

Può suonare strano, ma Dio vuole trovare me, se non di più, perlomeno quanto io voglio trovare lui. Sì, Dio ha bisogno di me quanto io ho bisogno di lui. Dio non è il patriarca che se ne sta a casa, non si muove e aspetta che i suoi figli vadano a lui, si scusino per il loro comportamento, chiedano perdono e promettano di essere migliori. Al contrario, lascia la casa, corre verso di loro incurante della propria dignità, non bada a scuse e a promesse di cambiamento, e li porta alla tavola riccamente imbandita per loro.

Comincio a capire ora come possa cambiare radicalmente la qualità del mio itinerario spirituale se non penso più che Dio si nasconda e frapponga ogni sorta di difficoltà perché non possa trovarlo, ma se penso invece a lui come a chi mi sta cercando mentre sono io a nascondermi. Se guardo attraverso gli occhi di Dio il mio Io di figlio perduto e scopro la gioia di Dio quando torno a casa, allora la mia vita può diventare meno angosciata e più fiduciosa.

Non sarebbe bello aumentare la gioia di Dio lasciandomi trovare e portare a casa da lui e celebrare con gli angeli il mio ritorno? Non sarebbe meraviglioso far sorridere Dio dandogli la possibilità di trovarmi e amarmi prodigalmente? Domande come queste sollevano una questione sostanziale: quella dell'idea che ho di me stesso. So accettare che sono degno di essere cercato? Credo che Dio desideri davvero stare soltanto con me?

Qui sta il nocciolo della mia lotta spirituale: la lotta contro il rifiuto, il disprezzo e il disgusto di sé. E una battaglia assai spietata perché il mondo e i suoi demoni cospirano per farmi pensare che sono un essere indegno, inutile e insignificante. Molti sistemi economici governati dal consumismo, stanno a galla perché manipolano la poca stima di sé dei loro utenti e creano aspettative spirituali con mezzi materiali. Finché qualcuno mi mantiene in uno stato di inferiorità, posso essere facilmente indotto a comprare cose, incontrare persone o frequentare luoghi che promettono uri cambiamento radicale nell'idea che ci si fa di se stessi, anche se poi sono del tutto incapaci di realizzare tale cambiamento. Ma ogni volta che mi lascerò manipolare o sedurre in questo modo, avrò ulteriori motivi per abbattermi e considerarmi come un figlio indesiderato.

Un primo ed eterno amore.

Per molto tempo ho considerato la poca stima che uno ha di sé come una sorta di virtù. Tante volte sono stato messo in guardia contro l'orgoglio e la presunzione da considerare cosa buona il disprezzo di me stesso. Ma ora mi rendo conto che il vero peccato è negare il primo amore di Dio per me, ignorare la mia bontà originale. Se infatti non rivendico nei miei confronti quel primo amore e quella bontà originale, perdo il contatto con il mio vero Io e mi predispongo alla ricerca distruttiva, tra gente sbagliata e in posti sbagliati, di ciò che può essere trovato soltanto nella casa di mio Padre.

Non penso di essere solo in questa lotta per rivendicare il primo amore di Dio e la mia bontà originale. Sotto tanta umana alterigia, competitività e rivalità; sotto tanta sicurezza di sé e persino arroganza, c'è spesso un cuore molto insicuro, molto meno sicuro di quanto il comportamento esteriore porterebbe a credere. Spesso sono rimasto molto scosso nello scoprire che uomini e donne di evidente talento e con molti riconoscimenti per la loro opera abbiano tanti dubbi sulla loro bontà. Invece di assaporare i loro successi esteriori come un segno della propria bellezza interiore, li vivono come una copertura per nascondere il loro senso di inutilità personale. Non pochi mi hanno detto: «Se solo la gente sapesse cosa passa nel più profondo di me stesso, smetterebbe di applaudire ed elogiare».

Ricordo come fosse oggi il dialogo con un giovane amato e ammirato da tutti quelli che lo conoscevano. Mi disse come una piccola critica da parte di uno dei suoi amici lo avesse gettato in un abisso di depressione. Mentre parlava, le lacrime scorrevano dai suoi occhi e il suo corpo si torceva nell'angoscia. Sentiva che l'amico aveva sfondato il suo muro di difesa e lo aveva visto come realmente era: uno spregevole ipocrita, un uomo meschino sotto una corazza luccicante. Come ho sentito il suo racconto, mi sono reso conto di quanto infelice fosse stata la sua vita, anche se la gente intorno a lui lo invidiava per le sue doti. Per anni si era portato dentro queste domande: «C'è qualcuno che mi ama veramente? C'è qualcuno che si cura veramente di me?». E ogni volta che era salito un po' più in alto sulla scala del successo, aveva pensato: «Questi in realtà non sono io; un giorno crollerà tutto e allora la gente vedrà che non sono buono».

Questo incontro illustra come molte persone vivano la propria esistenza - mai completamente sicure di essere amate per quello che sono. Molti hanno storie dolorose che spiegano con ragioni molto plausibili la poca considerazione che hanno di se stessi: storie con genitori che non hanno dato loro ciò di cui avevano bisogno, con insegnanti che li hanno trattati male, con amici che li hanno traditi e con una Chiesa che li ha trascurati in un momento critico della loro vita.

La parabola del figlio prodigo è un racconto che parla di un amore che è esistito prima ancora che fosse possibile qualsiasi rifiuto e starà ancora li dopo che tutti i rifiuti si saranno consumati. È il primo ed eterno amore di un Dio che è allo stesso tempo Padre e Madre. È la sorgente di ogni vero amore umano, anche del più limitato. Tutta la vita e la predicazione di Gesù hanno avuto un solo scopo: rivelare questo inesauribile e illimitato amore materno e paterno del suo Dio e indicare la via che consente a quell'amore di guidare ogni istante della nostra vita quotidiana. Nel dipinto del padre, Rembrandt mi offre un barlume di quell'amore. E l'amore che sempre accoglie a casa e sempre vuole festeggiare.

Henri. J.M. Nouwen.

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