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6. Il ritorno del figlio maggiore.


6. Il ritorno del figlio maggiore.

da L'autore

del 01 gennaio 2002

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6. Il ritorno del figlio maggiore.

Il figlio maggiore... si indignò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo...

Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo, ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Una conversione possibile.

Il padre rivuole non solo il figlio minore, ma anche il figlio maggiore. Anche il figlio maggiore ha bisogno di essere ritrovato e ricondotto alla casa della gioia. Risponderà alla richiesta di suo padre o rimarrà ancorato alla sua amarezza? Anche Rembrandt lascia in sospeso la decisione finale del fratello maggiore. Barbara Joan Haeger scrive: «Rembrandt non rivela se egli veda la luce. Siccome non condanna espressamente il fratello maggiore, Rembrandt induce a sperare che anche lui si sentirà prima o poi un peccatore... l'interpretazione della reazione del fratello maggiore viene lasciata a chi osserva il quadro».

La conclusione aperta ad ogni soluzione della storia stessa e la descrizione che ne fa Rembrandt, mi portano ad approfondire la mia ricerca spirituale. Quando guardo il viso illuminato del figlio maggiore e poi le sue mani che restano nel buio, percepisco non solo la sua schiavitù, ma anche la possibilità di liberazione. Questo non è un racconto che distingue i due fratelli in uno buono e in uno cattivo. Solo il padre è buono. Ama entrambi i figli. Corre fuori per andare incontro a tutti e due. Vuole che sia l'uno che l'altro siedano alla sua mensa e condividano la sua gioia. Il fratello più giovane si lascia stringere in un abbraccio misericordioso. Il fratello maggiore rimane indietro, osserva questo gesto del padre e tuttavia non riesce a vincere il proprio sdegno e lasciare che il padre guarisca anche lui.

L'amore del Padre non è un atto di costrizione. Sebbene il Padre voglia guarirci da tutte le nostre tenebre interiori, siamo sempre liberi di fare la nostra scelta, di rimanere nelle tenebre o di entrare nella luce dell'amore di Dio. Dio è là. La luce di Dio è là. Il perdono di Dio è là. L'amore sconfinato di Dio è là. Ciò che è sicuro è che Dio è sempre là, sempre pronto a donare e perdonare, in modo assolutamente indipendente dalla nostra risposta. L'amore di Dio non dipende dal nostro pentimento o dai nostri cambiamenti interiori o esteriori.

Che io sia il figlio minore o il figlio maggiore, l'unico desiderio di Dio è di portarmi a casa. Arthur Freeman scrive:

l padre ama ogni figlio e dà ad ognuno la libertà di essere ciò che vuole, ma non può dar loro la libertà che non si sentiranno di assumere o che non comprenderanno adeguatamente. Il padre sembra rendersi conto, al di là dei costumi della società in cui vive, del bisogno dei propri figli di essere se stessi. Ma egli sa anche che hanno bisogno del suo amore e di una "casa". Come si concluderà la storia dipende da loro. Il fatto che la parabola non abbia un finale garantisce che l'amore del padre non dipende da una conclusione appropriata del racconto. L'amore del padre dipende solo da lui e fa esclusivamente parte del suo carattere. Come dice Shakespeare in uno dei suoi sonetti: «L'amore non è amore se muta quando trova mutamenti».

Per me, personalmente, la possibile conversione del figlio maggiore è di importanza vitale. Trovo di avere molte affinità con quel gruppo di persone nei confronti del quale Gesù è tanto critico: i farisei e gli scribi. Ho meditato sui libri, ho frequentato le leggi e spesso mi sono presentato come un'autorità su questioni religiose. La gente mi ha dimostrato grande rispetto e mi ha persino chiamato "reverendo". Sono stato ricompensato con complimenti ed elogi, con denaro e premi, e ho goduto di una certa fama. Sono stato critico verso molti tipi di comportamento e spesso ho pronunciato giudizi sugli altri.

Perciò, quando Gesù narra la parabola del figlio prodigo, devo ascoltare con la consapevolezza di essere più vicino a coloro che l'hanno provocato a inventare quel racconto quando si sono permessi di osservare: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». Ho qualche possibilità di tornare al Padre e sentirmi accolto nella sua casa? o sono così irretito nei miei lamenti farisaici da essere condannato, contro il mio desiderio, a rimanere fuori casa, macerandomi nel mio sdegno e risentimento?

Gesù dice: «Beati voi poveri... beati voi che ora avete fame... beati voi che ora piangete... », ma io non sono né povero, né affamato, né sto piangendo. Gesù prega: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose [del regno] ai dotti e ai sapienti». E a questi, i dotti e i sapienti, che io evidentemente appartengo. Gesù mostra una spiccata preferenza per coloro che vivono ai margini della società - i poveri, gli ammalati e i peccatori -, ma io di certo non vivo ai margini. La tormentosa domanda che viene a me dal Vangelo è: «Ho già avuto la mia ricompensa?». Gesù è molto critico nei confronti di coloro che «amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini». Di essi dice: «In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa». Con tutti i miei scritti e i miei discorsi sulla preghiera e con tutta la notorietà di cui godo, non posso fare a meno di chiedermi se queste parole non siano rivolte a me.

In verità lo sono. Ma il racconto del figlio maggiore pone tutte queste tormentose domande sotto una nuova luce, facendo capire molto chiaramente che Dio non ama il figlio minore più del maggiore. Nel racconto il padre va incontro al figlio maggiore proprio come ha fatto con quello più giovane, lo esorta a entrare e dice: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo».

Queste sono le parole a cui devo porre attenzione e che devo lasciar penetrare fino al centro di me stesso. Dio mi chiama "figlio". La parola greca per "figlio", che Luca usa qui, è téknon, «un modo affettuoso per rivolgersi a qualcuno», come dice Joseph A. Fitzmyer. Tradotto letteralmente, sulle labbra del padre significa "bambino".

Questo approccio affettuoso diventa ancora più evidente nelle parole che seguono. I rimproveri duri e amari del figlio non si scontrano con giudizi o sentenze. Non ci sono recriminazioni né accuse. Il padre non si difende né commenta il comportamento del figlio maggiore. Va direttamente al di là di tutte le valutazioni per sottolineare la sua intima relazione con il figlio quando dice: «Tu sei sempre con me». La dichiarazione di amore incondizionato da parte del padre elimina ogni possibilità che il figlio più giovane sia più amato del maggiore. Questi non ha mai lasciato la casa. Il padre ha condiviso ogni cosa con lui. Lo ha reso partecipe della sua vita quotidiana, senza escluderlo da nulla. «Tutto ciò che è mio è tuo», dice. Non potrebbe esserci affermazione più chiara dell'amore illimitato del padre per il proprio figlio maggiore. Perciò l'amore sconfinato e senza riserve del padre viene offerto totalmente ed equamente a entrambi i figli.

Abbandonare la rivalità.

La gioia per il drammatico ritorno del figlio più giovane non significa assolutamente che il figlio maggiore fosse meno amato, meno apprezzato, meno favorito. Il padre non stabilisce confronti tra i due figli. Li ama entrambi di un amore totale ed esprime quell'amore in sintonia coi loro itinerari individuali. Li conosce entrambi intimamente. E consapevole delle loro peculiari qualità e dei loro difetti. Vede con amore la passione del figlio più giovane, anche quando non è regolata dall'obbedienza. Con lo stesso amore vede l'obbedienza del figlio maggiore, anche quando non è vivificata dalla passione. Con il figlio più giovane non ha pensieri che stabiliscono apprezzamenti di migliore o peggiore, di più o di meno, proprio come non si concede valutazioni di giudizio con il figlio maggiore. Il padre risponde a entrambi rispettando la loro personalità. Il ritorno del figlio più giovane lo porta a sollecitare festeggiamenti gioiosi. Il ritorno del figlio maggiore lo induce ad estendere l'invito ad una piena partecipazione a quella gioia.

«Nella casa del Padre mio vi sono molti posti», dice Gesù. In essa ogni figlio di Dio ha il suo posto unico, tutti posti di Dio. Devo abbandonare tutti i paragoni, tutte le rivalità e le competizioni e arrendermi all'amore del Padre. Ciò richiede un salto di fede perché ho poca esperienza di un amore che non si abbandoni a paragoni e non conosco il potere salutare di un tale amore. Finché me ne sto fuori al buio, posso soltanto rimanere col mio lamento risentito, frutto dei miei confronti. Fuori della luce, mio fratello più giovane sembra essere più amato di me dal Padre; in realtà, fuori dalla luce, non riesco nemmeno a vederlo come fratello.

Dio mi spinge a raggiungere la sua casa, a entrare nella sua luce e a scoprire che lì, in Dio, tutte le persone sono amate in modo unico e totale. Nella luce di Dio posso finalmente vedere il mio vicino come mio fratello, come colui che appartiene a Dio quanto appartengo io. Ma fuori della casa di Dio, fratelli e sorelle, mariti e mogli, innamorati e amici diventano rivali e persino nemici; ognuno continuamente afflitto da gelosie, sospetti e risentimenti.

Non sorprende che, nel suo sdegno, il figlio maggiore si lamenti del padre: «... tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i mei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Queste parole rivelano quanto questo uomo debba sentirsi profondamente ferito. Il suo amor proprio è dolorosamente offeso dalla gioia del padre e lo sdegno gli impedisce di accettare come fratello questo scioperato che ritorna. Con le parole «questo tuo figlio», prende le distanze dal fratello come pure dal padre.

Guarda ai due come a estranei che hanno perso il senso della realtà e si impegnano in una relazione del tutto inadeguata, considerate le vicende della vita del prodigo. Il figlio maggiore non ha più un fratello. Né, ormai, tanto meno un padre. Entrambi gli sono divenuti estranei. Guarda dall'alto in basso con disprezzo suo fratello, un peccatore; guarda suo padre, un proprietario di schiavi, alzando gli occhi con timore.

Qui tocco con mano come si sia perduto anche il figlio maggiore. E diventato un forestiero in casa sua. Non c'è più autentica comunione. In ogni relazione si è insinuata l'oscurità. Aver paura o mostrare disprezzo, subire la sottomissione o rafforzare il controllo, essere un oppressore o una vittima: queste sono diventate le scelte per chi è fuori della luce. I peccati non si possono confessare, il perdono non si può ricevere, la reciprocità dell'amore non può esistere. La vera comunione è diventata impossibile.

Conosco il dolore di questa situazione. In essa ogni cosa perde la sua spontaneità. Ogni cosa diventa sospetta, preoccupante, calcolata e ci si abbandona a mille congetture. Non c'è più alcuna fiducia. Ogni piccola mossa esige una contromossa; ogni piccola osservazione richiede un'analisi; il minimo gesto deve essere valutato. Siamo alla patologia dell'oscurità.

C'è un'uscita? Non credo ci sia - almeno non da parte mia. Ho spesso l'impressione che più provo a liberarmi dall'oscurità, più il buio aumenti. Ho bisogno di luce, ma quella luce deve vincere le mie tenebre e non posso darmela da solo. Non posso perdonarmi. Non posso farmi sentire amato. Da solo non riesco a lasciare il mondo del mio sdegno. Non posso recarmi a casa da solo né posso fare comunione per conto mio. Posso desiderare, sperare, aspettare tutto questo, sì, e pregare per ottenerlo. Ma la mia vera libertà non posso fabbricarmela. Mi deve essere data. Sono un uomo perduto. Devo essere ritrovato e condotto a casa dal pastore che mi viene incontro.

La storia del figlio prodigo è la storia di un Dio che viene a cercarmi e non si dà pace finché non mi ha ritrovato. Egli sprona e supplica. Mi chiede di non aggrapparmi più alle forze della morte e di lasciarmi accogliere dalle braccia che mi condurranno dove troverò la vita che più desidero.

Di recente ho vissuto molto concretamente, sulla mia pelle, il ritorno del figlio maggiore. Mentre facevo l'autostop, sono stato investito da un'auto e mi sono ritrovato in ospedale a un passo dalla morte. Qui ho avuto subito l'intuizione folgorante che non sarei stato libero di morire finché avessi continuato a lamentarmi di non essere stato amato abbastanza da colui di cui sono figlio. Mi sono reso conto di non essere cresciuto del tutto. Ho sentito forte l'appello a smetterla con le mie lamentele da adolescente e a finirla di mentire dicendo a me stesso che sono meno amato dei miei fratelli più giovani. Una sorta di incubo, ma un'autentica liberazione. Quando mio padre, molto più in là con gli anni, venne a trovarmi in aereo dall'Olanda, capii che era il momento di rivendicare la mia condizione di figlio datami da Dio. Per la prima volta nella mia vita, dissi esplicitamente a mio padre che lo amavo e che ero grato del suo amore per me. Dissi molte cose che non avevo mai detto prima e fui sorpreso nel constatare quanto tempo mi ci era voluto per dirle. Mio padre era in qualche modo sorpreso e perfino confuso da tutto ciò, ma accolse le mie parole con comprensione e con un sorriso. Se ripenso a quell'evento spirituale, lo considero come un vero ritorno, il ritorno da una falsa dipendenza da un padre umano, che non può darmi tutto ciò di cui ho bisogno, verso una vera dipendenza dal Padre divino che dice: «Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo»; il ritorno anche dal mio lamentarmi, dal fare confronti, dal mio Io risentito al mio vero Io che è libero di dare e ricevere amore. E anche se ci sono state, e indubbiamente continueranno a esserci, molte ricadute, questo mi ha ricondotto alla originaria libertà di vivere la mia vita e di morire la mia morte. Il ritorno al «Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome» fa si che mio padre sia l'essere umano buono e amorevole che è, ma limitato, mentre fa si che il mio Padre celeste sia il Dio il cui immenso e incondizionato amore scioglie, come neve al sole, tutti i risentimenti e gli sdegni e mi rende libero di amare al di là del bisogno di risultare gradito o di trovare approvazione.

Con fiducia e gratitudine.

Questa esperienza personale del ritorno del figlio maggiore in me può offrire qualche speranza alle persone tormentate dal risentimento, che è il frutto amaro del loro bisogno di riuscire graditi. Presumo che tutti noi un giorno o l'altro dovremo fare i conti con il figlio o la figlia maggiore che sono in noi. La domanda che ci sta davanti è semplice: cosa possiamo fare per rendere possibile il ritorno? Sebbene Dio stesso ci venga incontro per ritrovarci e portarci a casa, dobbiamo non solo riconoscere che siamo creature perdute, ma trovarci anche preparati ad essere ritrovati e portati a casa. Come? Di certo non semplicemente aspettando o rimanendo passivi. Anche se siamo incapaci di liberarci dal nostro sdegno inveterato, possiamo lasciarci ritrovare da Dio, e guarire col suo amore, attraverso la pratica concreta e quotidiana della fiducia e della gratitudine. Fiducia e gratitudine sono le discipline per la conversione del figlio maggiore. E sono arrivato a conoscerle attraverso la mia stessa esperienza.

Senza la fiducia, non posso lasciarmi trovare. La fiducia è quella profonda convinzione interiore che il Padre mi vuole a casa. Finché dubito se sono degno di essere ritrovato e mi butto giù considerandomi meno amato dei miei fratelli e delle mie sorelle più giovani, non potrò essere ritrovato. Devo dire continuamente a me stesso: «Dio ti sta cercando. Andrà dovunque a cercarti. Ti ama, ti vuole a casa, non può aver pace finché non ti abbia con sé».

C'è una voce molto forte e oscura in me che dice l'opposto: «Dio non è veramente interessato a me, preferisce il peccatore pentito che torna a casa dopo le sue dissolutezze. Non fa attenzione a me che non ho mai lasciato la casa. Mi dà per scontato. Non sono il suo figlio prediletto. Non mi aspetto che mi dia ciò che voglio veramente».

A volte questa voce oscura è così forte che ho bisogno di un'enorme energia spirituale per credere che il padre mi voglia a casa quanto il figlio più giovane. Superare il mio cronico lamento e pensare, parlare e agire con la convinzione che qualcuno mi sta cercando e che sarò ritrovato esige un'autentica disciplina. Senza tale disciplina, divento preda di una disperazione che si riproduce senza fine.

Dicendo a me stesso che non sono abbastanza importante per essere ritrovato, esaspero la mia autocommiserazione al punto da diventare totalmente sordo alla voce che mi chiama. A un certo punto, devo ripudiare completamente la voce che mi porta a rifiutarmi e affermare la verità che Dio vuole davvero abbracciarmi come fa con i miei fratelli e le mie sorelle ribelli. Per aver la meglio, questa fiducia deve essere ancora più profonda del senso di smarrimento. Gesù ne esprime la radicalità quando dice: «Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato». Vivere in questa fiducia radicale aprirà la via a Dio per realizzare il mio desiderio più profondo.

Insieme alla fiducia deve esserci la gratitudine - l'opposto del risentimento. Risentimento e gratitudine non possono coesistere, poiché il risentimento impedisce di percepire e sperimentare la vita come dono. Il mio risentimento mi dice che non ricevo ciò che merito. Si manifesta sempre con l'invidia.

La gratitudine, comunque, va oltre il "mio" e il "tuo" e afferma la verità che tutta la vita è puro dono. In passato ho sempre pensato alla gratitudine come a una risposta spontanea alla consapevolezza dei doni ricevuti, ma ora mi rendo conto che la gratitudine può essere vissuta anche come una disciplina. La disciplina della gratitudine è lo sforzo esplicito di riconoscere che tutto ciò che sono e che possiedo mi è dato come dono d'amore, dono da celebrare nella gioia.

La gratitudine come disciplina implica una scelta cosciente. Posso scegliere di essere grato anche quando le mie emozioni e i miei sentimenti sono ancora impregnati di dolore e di risentimento. E sorprendente la quantità di occasioni in cui posso scegliere la gratitudine invece di lamentarmi. Posso scegliere di essere grato quando vengo criticato, persino quando il mio cuore risponde ancora con l'amarezza. Posso scegliere di parlare della bontà e della bellezza, anche quando dentro di me cerco ancora qualcuno da accusare o qualcosa da definire brutto. Posso scegliere di ascoltare le voci che perdonano e guardare i volti che sorridono, persino quando sento ancora parole di vendetta e vedo smorfie di odio.

C'è sempre una possibilità di scelta tra risentimento e gratitudine perché Dio è apparso in mezzo alle mie tenebre, mi ha esortato a tornare a casa e ha dichiarato con voce affettuosa: «Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo». Posso scegliere infatti di restarmene nelle tenebre in cui mi trovo, additare coloro che sembrano occupare una posizione migliore della mia, lamentarmi delle tante sfortune che mi hanno afflitto nel passato e dunque macerarmi nel mio risentimento. Ma non devo fare questo. Posso infatti anche scegliere di guardare negli occhi Colui che è venuto a cercarmi e vedervi che tutto ciò che sono e possiedo è un puro dono che richiede gratitudine.

Raramente la scelta della gratitudine avviene senza qualche vero sforzo. Ma ogni volta che lo compio, la scelta successiva è un po' più facile, un po' più libera, un po' meno egoistica. Perché ogni dono che ritengo tale ne rivela un altro e un altro ancora, finché, alla fine, persino l'evento o l'incontro più normale, ovvio e apparentemente mondano si rivela colmo di grazia. C'è un proverbio èstone che dice: «Chi non ringrazia per il poco non ringrazierà nemmeno per il molto». Gesti di gratitudine dispongono l'uomo alla gratitudine, perché un po' alla volta rivelano che tutto è grazia.

Sia la fiducia che la gratitudine richiedono il coraggio di assumersi dei rischi perché la diffidenza e il risentimento, proprio perché hanno bisogno di affermarsi in me, continuano ad ammonirmi di quanto sia pericoloso abbandonare i miei calcoli accurati e le mie caute previsioni. Su molti punti devo fare un salto di fede perché alla fiducia e alla gratitudine venga offerta una possibilità di esprimersi: scrivere ad esempio una lettera cordiale a qualcuno che non mi perdonerà, fare una telefonata a qualcuno che mi ha rifiutato, dire una parola di conforto a qualcuno che non può fare altrettanto.

Il salto di fede significa sempre amare senza aspettarsi in cambio di essere amati, dare senza pretendere di ricevere, invitare senza sperare di essere invitati, sostenere senza chiedere di essere sostenuti. E ogni volta che faccio un piccolo salto di fede, intravedo Colui che mi viene incontro e mi invita alla sua gioia, la gioia in cui posso ritrovare non solo me stesso, ma anche i miei fratelli e le mie sorelle. Così le discipline della fiducia e della gratitudine rivelano il Dio che mi cerca e arde dal desiderio di liberarmi da tutti i miei risentimenti e da tutte le mie lamentele e di farmi sedere al suo fianco al banchetto celeste.

Il vero figlio maggiore.

Per me il ritorno del figlio maggiore sta diventando importante come, se non di più, del ritorno del figlio minore. Come sarà il figlio maggiore una volta libero dai suoi lamenti, libero dal suo sdegno, dai risentimenti e dalle gelosie? Poiché la parabola non ci dice niente della risposta del figlio maggiore, ci è possibile optare per una duplice scelta: o ascoltare il Padre o rimanere imprigionati nel rifiuto di noi stessi.

Ma per quanto rifletta su tale scelta e mi renda conto che l'intera parabola è stata raccontata da Gesù e dipinta da Rembrandt per la mia conversione, per me è evidente che Gesù, che ha narrato la storia, è lui stesso non solo il figlio minore, ma anche il figlio maggiore. E venuto per mostrare l'amore del Padre e per liberarmi dalla schiavitù dei miei risentimenti. Tutto ciò che Gesù dice di sé lo rivela in quanto Figlio prediletto, come colui che vive in comunione totale con il Padre. Non c'è distanza, paura o sospetto tra Gesù e il Padre.

Le parole del padre della parabola: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» esprimono la vera relazione di Dio Padre con Gesù suo Figlio. Gesù afferma sempre che tutta la gloria che appartiene al Padre appartiene anche al Figlio. Tutto ciò che fa il Padre, lo fa anche il Figlio. Non c'è separazione tra Padre e Figlio: «... perché siano come noi una cosa sola»; nessuna divisione nell'operare: «Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa» non c'è competizione: «Tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi»; non c'è invidia: «Il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre». Questa è perfetta unità tra Padre e Figlio. Questa unità appartiene al nucleo del messaggio di Gesù: «Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me». Credere in Gesù significa credere che egli è colui che è mandato dal Padre, colui nel quale e attraverso il quale la pienezza dell'amore del Padre è rivelata.

Ciò viene espresso con toni drammatici da Gesù stesso nella parabola dei vignaioli omicidi. Il padrone della vigna, dopo aver mandato invano molti servi a ritirare la sua parte di raccolto, decide di inviare il suo "figlio prediletto". I vignaioli che sanno che questi è l'erede lo uccidono per avere l'eredità. Egli è l'immagine del vero figlio che obbedisce al padre, non comeuno schiavo, ma come il prediletto, e compie la volontà del padre in piena unione con lui.

Gesù quindi è il Figlio maggiore del Padre. Egli è mandato dal Padre per rivelare l'incessante amore di Dio per tutti i suoi figli divorati dal risentimento e per offrire se stesso, come via per tornare a casa. Gesù è il modo di Dio di rendere possibile l'impossibile, di permettere alla luce di vincere le tenebre. Risentimenti e lamentele, per quanto profondi, possono svanire di fronte a colui nel quale è visibile la luce piena della condizione di Figlio. Osservando di nuovo il figlio maggiore di Rembrandt, mi rendo conto che la luce fredda sul suo volto può diventare una luce intima e calda - trasformandolo totalmente - e renderlo chi è veramente: «il figlio prediletto nel quale Dio si compiace».

Henri. J.M. Nouwen.

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