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5° Capitolo. Una esperienza straordinaria

Francesco era giovane e viveva in mezzo alla gioventù. Si trovava, anzi, in mezzo a molti diversi aspetti della giovinezza, da quelli della Università che lo circondava, a quelli della società alla quale, per dovere del suo stato, non poteva rimanere estraneo.


5° Capitolo. Una esperienza straordinaria

da L'autore

del 01 gennaio 2002

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L'interrogativo non era soltanto culturale: era, nel modo più ampio, umano.

Francesco era giovane e viveva in mezzo alla gioventù. Si trovava, anzi, in mezzo a molti diversi aspetti della giovinezza, da quelli della Università che lo circondava, a quelli della società alla quale, per dovere del suo stato, non poteva rimanere estraneo.

A Parigi i di Sales avevano parenti ed amici. Impossibile evitare che questi ricercassero Francesco, lo invitassero, gli facessero festa. Uno dei punti nei quali egli dovette ritrovarsi, fu la corte dei Lussemburgo, stirpe principesca alla quale la famiglia di lui, e suo padre in particolare, erano legati da vincoli antichi di fedele lealismo.

Questo voleva dire, in pratica, crescere in mezzo alla seduzione. Ciò che poteva attrarre di più un giovane dell'età sua, nel passaggio - il più pericoloso per chiunque - dall'adolescenza alla giovinezza, lo circondava di continuo. E non ci riferiamo soltanto alle presenze fisiche, alle persone le quali potevano interessarlo o interessarsi a lui, con la loro realtà esteriore, bensì alla parte più decisiva in quelle stesse persone, al loro modo di pensare, al loro spirito.

Il modo di pensare degli altri, e così il loro modo di vivere, offrivano a Francesco un esempio e un invito. In tal senso, la società parigina, in tutti i settori, da quelli studenteschi a quelli mondani, era tra le più sbrigliate. Ci è facile immaginare un Francesco il quale, risoluto a essere interamente di Dio, sia stato costretto a conoscere la tentazione nei suoi aspetti più tentacolari e snervanti. Tutto, intorno a lui, poteva tradursi di continuo in attrattiva, se non altro, come abbiamo detto, intima e spirituale.

Quante volte questo giovane il quale si era promesso a Dio, non avrà inteso voci che gli affermavano l'inutilità o impossibilità della sua decisione?

Voci vive, voci scritte, voci millenarie, voci attuali, voci dell'intelletto, voci della carne, voci prossime, voci di seduzione, voci d'ironia.

L'aspetto di Francesco era quello di una giovinezza magnifica. Eppure, il suo temperamento era «incline al male», così ci dice egli stesso; facciamo pure le dovute sottrazioni a questa affermazione di un futuro santo, ma ci renderemo pur sempre conto che egli era costretto a moltiplicare le proprie difese. Dalle letture alle conversazioni, le sillabe di qualsiasi discorso potevano invitarlo a tradire Dio.

Quanto più ebbe il tempo di esperimentare la conversazione, tanto più ne studiò, in profondità, i vantaggi, i pregi e i pericoli, ed espresse poi ripetutamente il suo giudizio spirituale su di essa. Questa medesima serie di richiami di carattere morale su tale argomento, dimostra quanto egli stesso abbia avuto modo di approfondirne i significati.

In mezzo a tante circostanze che tendevano a sottrarlo a Dio, Francesco rimase di Dio. Il suo impegno in Dio e di dominio su se stesso, sprofondato nella grazia e sostenuto da essa, fu, comunque, immane. Tutte le energie di cui egli disponeva, furono impegnate nel conflitto: egli dovette trovarsi talvolta ad attuare un distacco totale dalla propria intelligenza che rimaneva offuscata e dalla sua carne che bruciava: quale fu il metodo che segui? Un semplice elevar tutto il travaglio in Dio, sfuggendo alla tanaglia, oppure un «no» chiaro, a denti stretti, un prendersi di punta, un martellare su se stesso, per domare i sensi tempestosi? L'uno e l'altro, forse, a seconda dei momenti e del tenore stesso della tentazione.

Il conflitto lo intravediamo da varie parole scritte da lui stesso.

«Aspra lotta - scrive il Lajeunie - che i suoi gridi ci rivelano. Nel suo gemito egli usa le parole del Salmista, e come esse esprimono bene il suo tormento! Si sente strisciare nel fango e come assalito da un demonio: "il nemico l'ha calpestato: aggredendomi tutto il giorno mi ha tormentato".

Evidentemente, il giovane prova il dualismo, la lacerazione della carne e dello spirito: la "iniquità" gli è presente e non gli si toglie dalla mente; ha "dormito tutto turbato", sente che "si addentra in un limo profondo e senza consistenza". E quel grido: "Traetemi dal fango, affinché io non vi resti immerso". Per resistere a questa forza malvagia, Francesco si dà a dure penitenze: cilizi, digiuni, discipline; mangia soltanto il necessario per placare la fame, niente che sia di suo gusto. Astinenza memorabile, della quale rendono testimonianza i suoi amici: Bouvard, Paquellet, Amedeo di Sales. Si ammala, una itterizia si manifesta».

Si delinea, a questo punto, la crisi. Una incredibile crisi.

Per comprenderla, addentriamoci, sia pure per qualche attimo, nella vita dottrinale cattolica che ferveva allora. Un tema, tra gl'innumerevoli, emergeva in quegli anni: la predestinazione.

Sull'argomento, il tomismo aveva regnato fino allora: inteso nel suo genuino significato, il pensiero tomista riguardo a questo argomento non poteva creare angosce: nulla di più limpido e di più equo da parte di Dio e degli uomini. Tuttavia, alcuni intendevano la dottrina della «Summa» sviluppandola a modo proprio. Anzi, la deformavano. Citiamo, come esempio anche per altri, l'interpretazione data al pensiero tomista da Enrico di Gand, secondo la quale Dio predestinerebbe immutabilmente la dannazione di alcuni, per dimostrare la sua giustizia.

Risultava, da parte di alcuni esegeti, una predeterminazione inesorabile di Dio alla quale le anime non avrebbero potuto sfuggire: si arrivò, almeno in qualche opinione circolante tra comuni anime fedeli, a sostenere che un'anima predestinata alla dannazione sarebbe rimasta tale anche se, ardendo di amor divino, avesse raggiunto la carità perfetta.

Alcuni autori, pur stimabili sotto altri punti di vista, si rivelavano pessimisti riguardo alla salvezza dei più. La visione prospettata dagli Esercizi ignaziani delle due strade, la facile e larga che induce alla dannazione, la stretta ed ardua che guida alla salvezza, visione divenuta più che mai luogo corrente - lo era già ab immemorabili, cioè dal Vangelo - di per sé era limpida e vera, ma, affidata ad intelletti pessimisti, si prestava a deduzioni cupe. Francesco leggeva certamente il mirabile «Livre de la Compaignie» che Francesco Coster aveva scritto in latino, e che nel 1588 era stato tradotto in francese, particolarmente per gli affiliati alla «Confraternita di Maria Santissima», e trovava in esso pagine impressionanti sul luogo, sui modi, sui particolari della eterna privazione di Dio.

Questo insieme di dottrine, o, meglio, d'interpretazioni pessimistiche, si associò, in quel periodo della vita di Francesco, allo sforzo sommo ed alla piena tensione che egli sosteneva per mantenersi immune dal contagio culturale laicista di cui abbiamo parlato, e dai peccati carnali in un ambiente che gliene offriva, ad ogni passo, le occasioni.

Facciamo dunque l'addizione di questi due elementi: primo, il travaglio che, in certi momenti, si faceva lacerante per mantenere la illibatezza dello spirito e la purezza della carne; secondo: il vivere e formarsi dottrinalmente in ambienti percorsi e percossi da raffiche di pessimismo riguardo all'arduo problema della predestinazione: tiriamo la somma, e capiremo com'essa sfociasse nella crisi più torturante: Francesco si formò, a poco a poco, il convincimento di essere tra i predestinati alla dannazione.

Per un'anima come la sua, innamorata di Dio, la quale aveva già sperimentato le dolcezze impareggiabili dell'amor divino, per un'anima assetata di speranza più che di ogni altra realtà, la previsione della eterna privazione di Dio fu, certo, una sofferenza di cui è impossibile immaginare il fondo e la misura.

Questo giovane il quale avrebbe potuto avere il mondo ai suoi piedi, e che, invece, lo respingeva compattamente per donarsi tutto a Dio, si sentiva respinto fino dal più profondo dell'eternità, in forza di una decisione immutabile di Dio stesso che lo relegava tra i nemici suoi.

In lui si ripeteva la parola della suprema sofferenza del Cristo sulla Croce: «Eli, Eli, lamma sabactani»: il misterioso lamento del Redentore che a noi è dato di spiegare con un unico argomento: e cioè che l’Uomo-Dio potè pronunciare e potè provare l'apparente abbandono di Dio, soltanto, o soprattutto, affinché l'angoscia dell'uomo, stretto in quella medesima prova, non potesse mai superare il tormento del Salvatore.

Riguardo a Francesco di Sales possiamo tentare di carpire qualche riflesso del suo segreto martirio: egli visse, in realtà, sotto la conoscenza di Dio solo, tuttavia, alcuni aspetti traspaiono da frasi sue e di altri e dalle testimonianze del suo precipitare in fatto di salute fisica durante quei giorni. Dimagri, debilitato al massimo, non riuscì a nutrirsi, rimase chiuso a qualsiasi sollievo psicologico o fisico.

Le due principali testimoni su questa particolare vicenda, santa Giovanna di Chantal e la «Presidente» Amelot, le quali avevano ascoltato, a distanza di molti anni, le confidenze di Francesco, hanno riferito vari temi della sofferenza di lui: «Io, miserabile, ahimè, sarò dunque privato della grazia di Colui che mi ha fatto gustare tanto soavemente le sue dolcezze e che si è mostrato tanto amabile verso me? Non gioirò dunque più delle sue delizie?». Santa Chantal dice che egli «sussultava di angoscia» soprattutto al pensiero che i dannati sono incapaci di amare Dio.

La consapevolezza terribile nella quale si dibatteva, non l'abbandonava un istante. Dovette aver luogo in lui, perciò, lo sdoppiamento della personalità nella forma di una spaccatura continua: da un lato la nera idea fissa, dall'altro la sua vita religiosa, studentesca, di relazioni umane, la quale continuava, per quanto possibile, sotto la impensabile percossa.

Non già una doppia vita, bensì una vita unica tagliata da cima a fondo in due. Egli dovette reggere in tutte le manifestazioni di attività concreta sapendo, ascoltando in se stesso un tema unico: «Sono perduto». Qualsiasi attrazione dall'esterno lo raggiungesse per strapparlo all'incubo, non riusciva: le impressioni esterne venivano, si, accolte e vissute da Francesco, ma l'inamovibile chiodo rimaneva conficcato nel più profondo di lui.

Evidentemente, noi assistiamo qui ad una di quelle miracolose prove che l'amore di Dio concede ai suoi preferiti, e che, in una od altra forma, sono comuni ai più tra i santi. Le pagine notturne di San Giovanni della Croce contano tra le più splendide che siano state scritte: e la prova notturna dei sensi e dello spirito assume, di fronte a chi la osservi attentamente, una sua logica soprannaturale la quale supera infinitamente qualsiasi altro dramma dello spirito umano.

La logica di cui parliamo consiste in un apparente capovolgimento della realtà spirituale: le virtù, le grazie, gli stessi favori straordinari rivestono apparenze negative e si traducono in motivi di sofferenza.

Fine della contemplazione è l'intimità divina: ebbene, quanto più l'anima si avvicina a Dio, tanto più vive in una condizione simile all'occhio che si trovi inondato dalla piena luce del sole. S'intende che il richiamo è puramente analogico, perché la vita mistica non è affatto soggetta alla fissità delle leggi proprie della vita naturale. Comunque, l'occhio rimane abbagliato e si sente, li per li, offuscato da macchie nere, avvolto dalla tenebra e, apparentemente, ridotto a cecità.

L'umile occhio di carne pare bruciato dallo splendore insostenibile dell'astro.

In termini infinitamente più delicati e altresì più potenti, quest'apparente consumazione si produce nella vita spirituale. L'anima, quanto più ha sentore dell'infinito splendore di Dio e si sente raggiunta e beneficata da qualche riflesso della insostenibile luce, tanto più vede specchiata in quella chiarezza suprema sé medesima, verminante di difetti, di colpe, di ombre, e messa in raffronto con la bellezza divina (per quanto e nella misura, s'intende, in cui le possa essere donata la conoscenza della perfezione di Dio); e, se pure le è concesso solamente in minima parte il raffronto, questo è ben sufficiente perché essa subisca una duplice conseguenza: anzitutto, una maggiore e più struggente brama della Divinità, e, contemporaneamente, una valutazione di se stessa che, per reazione, si fa molto severa. D'altra parte, è in questo momento che, per un finissimo privilegio concesso da Dio, l'anima, mentre è più consapevole della perfezione divina, lo è meno riguardo alla infinita misericordia entro la quale i detriti e le ombre umane si disfaranno come cenere soffiata via dal respiro dell'Amore eterno: dal che nasce in lei lo sgomento che abbiamo descritto.

Ripetiamo pure, per impegno di chiarezza, che questo sgomento si traduce in alto profitto spirituale per l'anima, per le ragioni già esposte fino a qui.

Tale, nella sua essenza più segreta, fu la prova concessa a Francesco di Sales nel momento di sboccio della sua giovinezza, cioè nel suo diciannovesimo anno.

Egli aveva già raggiunto un grado di amor divino tanto alto, che giustifica queste conseguenze intime proprie dei grandi innamorati di Dio: tanto più che quello stesso suo amore di Dio si affinava e cresceva sempre più a causa dello sforzo supremo entro il quale Francesco si macerava per mantenere intatta la propria coerenza e purezza, in una parola, la propria fedeltà a Dio.

Pretendere di spiegare, come la maggior parte dei biografi hanno fatto fino alla metà di questo secolo, la crisi di cui parliamo soprattutto con motivi di errate nozioni dottrinali, ci sembra inadeguato alla grandezza e al carattere intrinseco della prova che stiamo esaminando.

Evidentemente, i motivi di erronea impostazione dottrinale ci furono e agirono intensamente, inducendo Francesco a deduzioni assurde, cupe, disperanti: ma la sostanza vera dell'avventura straordinaria vissuta da questo giovane sano di mente e di corpo e tanto padrone di sé, è soprattutto di valore altamente spirituale: un'ora tra le più importanti nella grande storia della notte mistica dei sensi e dello spirito concessa da Dio a tante anime.

Basterà osservare attentamente, fra breve, lo scioglimento che descriveremo, del terribile nodo, basterà penetrare nella preghiera che Francesco stesso pronuncerà nell'ora della sua liberazione dall'incubo, per renderci conto che tutta la sofferenza era stata una realtà spirituale - diciamo, se si voglia, mistica - della quale, evidentemente, gli elementi esterni, intellettuali, psicologici, corporei, erano stati al tempo stesso occasione e strumento di maggiore intensità.

Proprio secondo questo ordine di idee dovremo dunque riprendere il tema degli orientamenti dottrinali vigenti nel periodo di cui parliamo. L'argomento della predestinazione ricorreva più che mai di frequente ed emergeva in molte dispute, anche perchè, proprio in quegli anni, il Gesuita spagnolo Molina aveva formulato una sua interpretazione destinata alla diffusione più larga. Secondo il Molina, Dio concede la salvezza o decreta la dannazione in vista dei meriti o dei demeriti dell'anima.

Egli trovò avversari di grande fama, e da quell'ora parve che la dottrina cattolica si spaccasse in due: «tomismo» e «molinismo», e le controversie pullularono senza numero.

È chiaro che, se Francesco avesse impostato le proprie convinzioni sovra una base molinista, non avrebbe avuto alcun appiglio esterno intellettuale ad una sofferenza come quella che visse. Ed altresì è chiaro che, al momento in cui egli fosse passato dalla concezione «pseudo-tomista» nella quale si trovava irretito, ad una concezione equilibrata e «liberatoria» come la molinista, si sarebbe trovato scevro dal suo tormento.

Su questo argomento hanno fatto leva, per trecento e più anni, vari biografi - anche tra i più illuminati - del Santo. Nella seconda metà del nostro secolo, soprattutto in grazia degli studi del Lajeunie, la valutazione della crisi di Francesco e della conseguente liberazione, sono state viste con occhi diversi. Fino a tutto il 1950 almeno, la soluzione preferita consisteva nel supporre che Francesco fosse trasmigrato dalla concezione tomista a quella molinista, e avesse in tal modo trovato la liberazione dall'incubo.

È fin troppo nota la bellissima pagina con la quale il Bremond sintetizza il nodo e lo scioglimento di esso (al quale assisteremo fra breve) con una frase scultorea e celebre: egli descrive Francesco il quale si prostra, disperato, dinanzi alla Vergine Nera del Buon Soccorso chiedendo liberazione: «S'inginocchiò tomista - scrive il Bremond - si alzò molinista».

Senza negare affatto il probabile apporto della dottrina molinista alla liberazione di Francesco, noi ci sentiamo di ribadire in primo luogo, e soprattutto, il carattere spirituale e, ripetiamo, «mistico» di tutta la crisi e della guarigione da essa.

È tempo, dunque, di arrivare a questo supremo momento nel quale Francesco ottenne la liberazione: uno dei più luminosi che la storia della santità registri. L'idea fissa della dannazione in Francesco aveva avuto inizio nel dicembre 1586. Dopo circa quaranta giorni di sofferenze inaudite, una sera di gennaio, divorato dall'angoscia, tornava solo dal collegio. Entrò nella chiesa di Saint-Etienne des Grès e s'inginocchiò dinanzi alla Madonna «nera», l'antica statua miracolosa.

Un sentimento di maturazione accompagnava quel gesto. Maturazione di sofferenza totale. Anche il dolore raggiunge una sua maturità oltre la quale il respiro, il nostro respiro di vita, non è più nostro.

Francesco era al punto che la sua vita non era più sua; gli era necessario, gli era facile, deporla ai piedi della Vergine «nera». Egli aveva consumato il suo «io» ed era estraneo alle proprie esigenze terrestri: non si apparteneva più. Là dov'era finito il suo io, era cominciato il distacco integrale.

Ma la maturazione della quale parliamo non era soltanto terrena: non consisteva in un mero superamento umano per il quale Francesco fosse in grado anche, se necessario, di far getto dei propri gusti, della preparazione accumulata attraverso gli anni, della propria personalità: era una realtà immensamente più profonda.

Trattenuta entro l'ambito terreno, si sarebbe risolta in vertigine, in follia.

La verità era che Dio aveva permesso a questo giovane, forse come premio alla sua fedeltà, attraverso la prova misteriosa che abbiamo descritta, aveva permesso che la maturazione umana di lui sfociasse nel soprannaturale e si traducesse in una annegazione celeste, che di terreno non manteneva più nulla.

Nessun vincolo, più, con se stesso: Francesco poteva decidere di sé non soltanto come di un estraneo, bensì come di una realtà che, di per sé, non è, e sarà soltanto in virtù di chi la renderà quale dovrà essere; la prova notturna aveva attuato in lui la nuova, decisiva relazione tra lui stesso e Dio secondo la formula stabilita dal Padre per tutti i tempi: «Io sono Colui che sono», aveva detto Dio ad Israele: Francesco poteva completare ora il dialogo rispondendo: «io sono colui che non è».

Questo giovane nella cui umanità Dio si era compiaciuto di raccogliere tutti i pregi, del quale aveva fatto un modello di perfezione umana, era in grado, ormai, di non parlare più di sé, di non riconoscere la propria consistenza personale: era veramente: colui che non è.

Una realtà sola, una forza sola rimaneva in lui: l'amore per Dio, che Dio stesso gli donava, purificato, trasumanato, attraverso la profonda notte di dolore: il dolore aveva compiuto la sua azione liberatrice, la lunga notte stava per finire.

Francesco affidò alla Madonna tutto ciò che rimaneva vivo in lui, che egli possedeva ancora o, meglio, che era ancora lui stesso: le affidò il suo amore per Dio.

E pronunciò uno degli atti di abbandono più sovrumani che un'anima abbia mai pronunciato dinanzi a Dio: «Qualsiasi cosa accada, Signore, voi che tenete tutto nelle vostre mani, voi le cui vie sono tutte di giustizia e di verità; qualsiasi cosa abbiate decretata riguardo a me nel segreto eterno della vostra predestinazione e della vostra riprovazione, voi i cui giudizi sono un abisso immenso, voi che siete un Giudice sempre giusto e un Padre misericordioso, io vi amerò, Signore, almeno in questa vita. Almeno in questa vita, Signore, vi amerò, se non mi è concesso di amarvi nella eternità!». E giunto a questo, l'amore di Francesco per il suo Dio rivela una nota di tenerezza che è un riflesso di poesia divina: «Se, in forza dei miei demeriti, io dovrò essere maledetto tra i maledetti... concedetemi di non essere di quelli che maledicono il Vostro Nome».

L'amore è puro, ormai: Francesco ama Dio per Dio, non in vista di se stesso: ed ecco, la notte s'illumina all'improvviso, l'angoscia finisce, di colpo: in quel medesimo attimo egli si alza, guarito, ed ha l'impressione netta che il suo male gli sia caduto ai piedi, come scaglie di lebbra.

Giorgio Papasogli

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