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Volto di Cristo, volto di uomo sovranamente libero (5° puntata)

Diventare come bambini non vuol dire avere l'innocenza dei bambini, come a volte è stato inteso, o acquistare la loro dolcezza o la loro semplicità, di cui più di una volta mancano. Né significa coltivare semplicemente in sé la fiducia radicale che i bimbi hanno di solito verso i loro genitori, cosa anche assolutamente necessaria in chi si mette in rapporto con il Dio del regno. Significa invece spogliarsi dalla maschera che la brama di onore e di prestigio, in una parola, di “status”, crea negli uomini. È essere, come lui, veramente liberi.


Volto di Cristo, volto di uomo sovranamente libero (5° puntata)

da Teologo Borèl

del 18 marzo 2003

 La sfaccettatura del volto di Cristo che ora prendiamo come oggetto di contemplazione, è forse uno dei tratti ai quali si è oggi più sensibili, soprattutto da parte dei giovani, per l’accresciuta sensibilità verso di esso. Il Concilio Vaticano II riconobbe in esso il nucleo fondamentale della dignità umana, come dichiarò nel suo documento intitolato, precisamente, Dignitatis humanae.

 

 

Questo aspetto della figura di Gesù è strettamente collegato con il precedente, dal momento che, come afferma Paolo, “dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2 Cor 3,17).

 

 

 

 

 

Gesù si dimostra libero nei confronti dei lacci familiari

 

 

 

 

 

Senza dubbio i vincoli creati dal sangue sono spesso nell’esperienza umana i più forti e i più stretti. Legano intimamente le persone e, in più di un’occasione, le costringono ad agire anche in modi che non desidererebbero. Non mancano casi in cui si è talmente succubi di essi che se ne resta soffocati. Ancora più stretti sono di solito i vincoli con la propria madre, con la quale si possono avere rapporti che contribuiscono alla propria crescita, ma anche che impediscono la propria maturazione. Madri possessive e immature mettono a repentaglio l’autonomia dei figli, e li rendono infantili anche quando sono adulti.

 

 

Al tempo di Gesù tali vincoli contavano molto. Quelli della famiglia ristretta, in parte, ma anche e forse di più quelli della famiglia allargata, il clan familiare. Per il bene e per il male si era legati ad esso, e un eventuale distacco poteva risultare disastroso per il singolo membro. Al suo interno vigeva una forte solidarietà tra tutti, in modo tale che ciò che veniva fatto ad uno di essi era considerato come fatto a tutti. Così si spiega, per esempio, l’esistenza di una figura come quella del go’el, cioè il vendicatore del sangue: doveva prendersi a carico la vendetta delle offese fatte ai membri del clan, affinché fosse ristabilita la giustizia. Lo stesso JHWH venne chiamato con quel nome, dato che doveva fare giustizia al suo popolo nei confronti dei suoi nemici (Sal 19,14; Is 49,26; 60,16).

 

 

In tale quadro di riferimento acquista particolare rilievo il modo di agire di Gesù. Lo si vede prendere le distanze anzitutto dal suo gruppo familiare allargato, provocando perfino delle logiche reazioni nei suoi membri.

 

 

Un racconto evangelico che lo mette in chiara luce è quello di Mc 3, 3,21.31-35. Sicuramente erano arrivati agli orecchi del suo gruppo familiare il rumore di ciò che egli andava dicendo e facendo, cosa da loro giudicata scorretta e pericolosa: “I suoi [...] uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: ‘È fuori di sé’” (3,21). Lo credevano impazzito. Nessun uomo sano di giudizio avrebbe parlato e agito come lui in Israele. E per di più, l’onta della sua pazzia ricadeva su tutta la famiglia. Occorreva porre rimedio. Per ciò si mossero. E trascinarono anche la madre sua con sé. Arrivati sul posto, e vedendo che egli era attorniato dalla gente, “stando fuori, lo mandarono a chiamare” (3,31). Si ritenevano in diritto di comandare su di lui, e pretendevano di sottrarlo a quella sfrenata attività a cui si era dato (3,20). Facevano leva sui vincoli che lo legavano al gruppo per interferire nella sua dedizione alla proclamazione del regno di Dio. Alla comunicazione che gli viene fatta: “Ecco, tua madre e i tuoi fratelli sono fuori e ti cercano” (3,31), la reazione di Gesù non si fece attendere. E fu una reazione impressionante. Ergendosi sulla folla egli si rivolse loro dicendo: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (3,33-35).

 

 

D’un colpo sono spezzate le catene dei vincoli familiari: questi non potevano avanzare pretese nei confronti della sua missione. Altri erano passati in primo piano, quelli che generava in lui la dedizione all’adempimento del volere del Padre. Così Gesù si dimostra libero, non legato alle catene che possono creare la carne e il sangue. La sua passione per il regno di Dio lo svincola da ogni legame naturale, anche da quelli più stretti.

 

 

Ed egli non si accontenta di vivere una tale libertà, ma la propone anche agli altri. Emblematica è al riguardo la risposta che dà, in un linguaggio che sa di paradosso orientale, a uno che gli dice di volerlo seguire ma di permettergli di andar prima a seppellire suo padre: “Seguimi, e lascia i morti seppellire i loro morti” (Mt 8,21-22). Niente di più sacro, nell’antichità, del dare sepoltura ai morti, e in particolare ai propri morti. La storia mitologica di Antigone ha espresso in maniera esemplare le esigenze di un tale dovere. Gesù propone una libertà ancora superiore a quella di Antigone, che per dare sepoltura al fratello sfida le leggi del regno e le infrange, poiché dice al discepolo di non occuparsi di seppellire il proprio padre, ma di seguirlo. Per lui ci sono dei legami che stanno al di sopra di quelli della natura: sono quelli creati dalla condivisione con Gesù del suo grande progetto. Ed è tale condivisione che rende liberi.

 

 

Ma Gesù si dimostra libero non solo nei confronti della famiglia allargata, bensì anche nei confronti dei vincoli che lo legavano a sua madre, che pur doveva amare teneramente, come lascia capire il racconto della sua preoccupazione per lei nel vangelo della passione di Giovanni (Gv 19,26-27).

 

 

Anche a questo riguardo c’è un testo illuminante, quello di Lc 11,28. La narrazione, concentrata in due righe, è dominata da un “ma egli” che esprime anche grammaticalmente la contrapposizione tra ciò che una donna del popolo, presa dall’entusiasmo, aveva fatto oggetto di lode – “il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte”, ossia i vincoli biologici tra Gesù e la madre sua –, e ciò che invece lui riteneva importante – “coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano”, cioè la dedizione all’accoglienza e all’attuazione del volere di Dio, fonte di nuovi rapporti tra i suoi discepoli –. Chi fa sua tale dedizione le subordina ogni altro tipo di rapporto, senza eludere i più stretti, e ne resta libero.

 

 

 

 

 

La libertà di Gesù nei confronti dei vincoli della legge

 

 

 

 

 

Quasi tanto stringenti quanto i vincoli del sangue erano per un membro del popolo d’Israele quelli creati dal rapporto con la Legge. Espressione per eccellenza del volere divino, la Legge data a Mosè era la norma suprema della vita del popolo, oggetto di venerazione e di amore da parte di esso. Basta leggere i 176 appassionati versetti del Salmo 118 per convincersene. Essa regolava l’intera esistenza del pio ebreo, individualmente e socialmente. Osservandola, si era sicuri di vivere secondo la volontà di Dio. I rabbini sostenevano che prendere su di sé il regno di Dio significava adempiere fedelmente la Legge.

 

 

Ora, leggendo i vangeli si ha la netta sensazione che Gesù, pur seguendo ordinariamente le prescrizioni della Legge, si comportasse con estrema libertà nei suoi confronti. Perfino, in alcuni casi, mettendosi al di sopra di essa e del suo autore, Mosè (Mt 5,21-22.27-28.31-32).

 

 

Uno dei casi in cui ciò si può vedere con maggiore chiarezza è quello del suo modo di rapportarsi con il precetto del riposo sabbatico, importante fino al punto che la sua violazione era stata punita con la pena di morte (Lev 15,33-36). Non sono pochi i racconti evangelici in cui Gesù appare mentre infrange – almeno secondo una certa interpretazione – tale legge. Spesso, infatti, opera delle guarigioni di sabato, provocando delle reazioni aspramente critiche da parte dei suoi avversari (Mt 12,10-14; Mc 3,1-6; ecc.).

 

 

È molto rappresentativa al riguardo la sua presa di posizione nell’occasione in cui, di sabato, i suoi discepoli raccolgono delle spighe nei campi per sfamarsi. Era un’azione che da alcuni maestri della Legge era ritenuta un lavoro, e quindi vietata di sabato. “Vedi, perché essi fanno di sabato quel che non è permesso?”, gli rinfacciano i farisei. Ed egli a rispondere: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato” (Mc 2,24.28). Questo mettere l’uomo al di sopra di ogni legge, anche di quelle considerate più sacre, sarà uno dei motivi che lo condurranno alla morte, come si vede nell’episodio della guarigione dell’uomo dalla mano inaridita (Mc 3,1-6).

 

 

È importante evidenziare quale sia la radice ultima di questa estrema libertà di Gesù, anche per coglierne il vero senso. La sua libertà non è, infatti, né capriccio né ricerca del proprio comodo; essa sgorga dalla sua totale dedizione alla causa della vita in abbondanza per tutti abbracciata fino in fondo. Il fatto di essersi consacrato totalmente ad essa lo libera da ogni altra cosa.

 

 

In realtà, quindi, egli non viola la Legge quando non agisce secondo le sue prescrizioni letterali; ciò che egli fa è attuare lo spirito della Legge, ciò per cui è stata data da Dio. Perché, come lascia intendere la stessa etimologia della parola ebraica con cui viene designata (tora), essa è illuminazione della strada che conduce alla vita (Dt 30,19-20), e solo se conduce alla vita raggiunge il suo scopo. Quando, applicata letteralmente, anziché portare alla vita porterebbe alla morte, non deve essere attuata perché contraddice ciò per cui è stata data.

 

 

 

 

 

Gesù, libero davanti alle regole della purità-impurità

 

 

 

 

 

Come in tanti altri popoli antichi, anche in Israele era in vigore la distinzione tra ciò che era ritenuto puro e ciò che era impuro. Si trattava non di una qualifica morale, bensì di una qualifica “rituale”. Per poter partecipare al culto si richiedevano certe condizioni, la cui assenza, anche se indipendente della propria volontà, interdiva tale partecipazione. Il libro del Levitico si diffonde ampiamente nel precisare tali condizioni. Costituivano un fitto bosco di prescrizioni che finivano per creare una specie di “camicia di forza”. Una serie quasi smisurata di cose e di azioni facevano parte del mondo dell’impuro, e diventavano dei tabù per la sensibilità popolare.

 

 

Gesù si sentì totalmente libero davanti a tali prescrizioni, come attestano unanimemente i vangeli. Egli le trasgredì in maniera manifesta, fino a provocare lo scandalo dei suoi avversari.

 

 

Un enunciato “teorico” della valutazione che ne diede la si ritrova nella narrazione di Mc 7,1-23. Ai farisei e ad alcuni degli scribi venuti da Gerusalemme che, ligi alla tradizione, non mangiavano “se non si erano lavate le mani fino al gomito, e tornando dal mercato non mangiavano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame”, e si stupivano che i suoi discepoli non facessero altrettanto, Gesù ripose: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo” (7,15). E poi, parlando in privato ai suoi discepoli, ribadì: “Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo” (7,20-23).

 

 

Ma più che l’enunciato “teorico” è il suo modo di agire che rivela la sua maniera di pensare su tali cose. In svariati momenti egli passa al di sopra delle prescrizioni rituali, e non si interessa affatto di esse. Lo si vede chiaramente nel caso del lebbroso che gli chiede di essere guarito, e che egli tocca senza curarsi del fatto che quel contatto lo rendeva automaticamente impuro (Mc 1,41; cf Lv 11, 45-46; 22,4-6); o in quello della donna che pativa flussi di sangue, che piena di fede gli tocca il mantello contagiandogli automaticamente la sua impurità (Mc 5,25-34; cf Lv 15,25-27); o ancora nei casi in cui prende per mano la figlia di Giairo morta, e quindi in stato di totale impurità (Mc 5,41; cf Lv 22,4), o in cui si lascia lavare i piedi con le lacrime e asciugarli con i capelli di una peccatrice pubblica (Lc 7,37-38), ecc.

 

 

In tutti questi racconti si tocca con mano la grande libertà di Gesù che, anziché badare a delle leggi create dagli uomini e divenute con l’uso inviolabili, s’interessa della vita concreta delle persone che ha davanti. È proprio questo interessamento che lo rende libero.

 

 

 

 

 

Libertà di Gesù nei confronti del prestigio

 

 

 

 

 

Nella società d’Israele, come d’altronde in genere nelle società orientali di allora, il prestigio costituiva uno dei valori fondamentali. Forse ancora più che le ricchezze. Il che dava origine ad una autentica scala sociale, nella quale ognuno occupava il proprio posto e aveva il proprio “status” sulla base della stirpe, del denaro, dell’autorità, della scienza. E a tale scala ci si atteneva strettamente. Ognuno doveva osservarla attentamente, anche mediante il rispetto del modo di vestire, di parlare, di atteggiarsi, e occupando il proprio posto nelle assemblee, nei banchetti e negli incontri di diverso ordine.

 

 

In questa gerarchia di prestigio c’erano poi degli uomini e delle donne che “non contavano”, perché non avevano “status”. Non vantavano né stirpe, né ricchezze, né scienza, né virtù. Erano i poveri, i peccatori, i pubblicani, le prostitute, il “popolino” ignorante.

 

 

Nei testi evangelici appare molto chiaro l’atteggiamento di Gesù davanti a tale situazione. Anzitutto, egli la sconfessa con il suo stesso modo di agire. Si comporta come uno che non si cura affatto del prestigio. Leggendo i vangeli si ricava infatti la netta sensazione che non gli interessa ciò che di lui e del suo modo di essere e di agire pensano o dicono gli altri, specialmente coloro che sono schiavi della ricerca dalla propria gloria (Gv 5,44).

 

 

Così, se decide di frequentare la compagnia di coloro che non godono di buona riputazione in Israele, egli non si trattiene del farlo perché gli altri mormorano criticando il suo operato. Tutt’al più, offre loro un’occasione di riflessione, evidenziando i motivi profondi del suo operare (Lc 15,1-3).

 

 

Lo si vede, per esempio, nel caso della chiamata di Levi, il pubblicano, che egli invita a seguirlo (Mc 2,16-17), in quelli della sua andata a pranzo a casa di Zaccheo, capo dei pubblicani (Lc 19,7-10), o della donna peccatrice che gli lava i piedi in casa di Simone il fariseo (Lc 7,39-47). E, in forma più generale, quando gli scribi e i farisei mormorano perché egli riceve a casa sua dei pubblicani e dei peccatori e mangia con essi (Lc 15,1-2).

 

 

Ma anche quando lo accusano maliziosamente di essere “mangione e beone” (Mt 11,19), non si dimostra offeso perché il suo onore venga oltraggiato; piuttosto si lamenta dell’insensibilità di “quella generazione” davanti a ciò che Dio sta operando attraverso i suoi interventi, specialmente in favore degli esclusi. Qualcosa di simile accade quando, in presenza dei suoi esorcismi, alcuni scribi venuti da Gerusalemme lo accusano di essere lui stesso “posseduto da uno spirito maligno” (Mc 3,30). Con una distaccata serenità egli li invita a ragionare, e a non rimanere in quello stato di chiusura che impedisce loro di percepire l’azione dello Spirito Santo che sta avvenendo sotto i loro sguardi.

 

 

I suoi stessi avversari sembra che abbiano riconosciuto questa sua indipendenza dai condizionamenti del prestigio, se si tiene conto di ciò che gli dicono quando si avvicinano a lui per chiedergli, con studiata malizia, se è lecito pagare il tributo al Cesare: “Maestro, sappiamo che [...] non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno” (Mt 22,16).

 

 

Ma oltre a comportarsi in maniera sovranamente libera nei confronti del prestigio e dello “status”, egli sembra aver denunciato aspramente la condotta di coloro che invece vivono per il prestigio e l’ammirazione degli altri. Il vangelo di Matteo gli attribuisce frasi molto forti al riguardo: “Tutto quel che fanno è per farsi vedere dalla gente. Sulla fronte portano le parole della legge in astucci più grandi del solito; le frange dei loro mantelli sono più lunghe di quelle degli altri. Desiderano avere i posti d’onore nelle sinagoghe, i primi posti nei banchetti, essere salutati in piazza e essere chiamati ‘maestro’” (Mt 23,5-7).

 

 

Si può cogliere attraverso tali frasi che, in questo atteggiamento di ricerca della propria gloria, generatore poi di un modo di convivenza ingiusto e antifraterno, Gesù vede una delle forme più raffinate di schiavitù.

 

 

Egli dimostra di sapere anche che ciò significa vivere da schiavi di ciò che più di una volta la Bibbia chiama “preferenza di persone” (Rom 2,11; Ef 6,9; ecc.). Fare “preferenza di persone” significa prendere in considerazione la “maschera” che la gente si porta sopra, ma che è “di più” della loro genuinità personale.

 

 

Da quel che si coglie nel suo modo di agire, per Gesù invece ogni persona è importante per se stessa, e non per i titoli o i meriti che possiede. È così che egli tratta la gente. Si occupa, infatti, con una tenerezza e una sollecitudine speciale dei più umili, cioè di coloro che non hanno nessuno “status” in Israele, perché vede in essi degli esseri umani bisognosi di aiuto e di sostegno.

 

 

Ma non esclude i “grandi”, coloro che godono di prestigio e onore, perché anch’essi sono bisognosi di aiuto. E li accoglie anche in quanto sono tali, non perché abbiano prestigio e onore. Ad essi, poi, dice una parola programmatica: “Vi assicuro che se non cambiate e non diventate come bambini non entrerete nel regno di Dio. Chi si fa piccolo come questo bambino, quello è il più importante nel regno di Dio” (Mt 18,2-4).

 

 

Diventare come bambini non vuol dire avere l’innocenza dei bambini, come a volte è stato inteso, o acquistare la loro dolcezza o la loro semplicità, di cui più di una volta mancano. Né significa coltivare semplicemente in sé la fiducia radicale che i bimbi hanno di solito verso i loro genitori, cosa anche assolutamente necessaria in chi si mette in rapporto con il Dio del regno. Significa invece spogliarsi dalla maschera che la brama di onore e di prestigio, in una parola, di “status”, crea negli uomini. È essere, come lui, veramente liberi.

 

 

 

   

Articolo tratto da: NOTE DI PASTORALE GIOVANILE. Proposte per la maturazione umana e cristiana dei ragazzi e dei giovani, a cura del Centro Salesiano Pastorale Giovanile - Roma.

 

 

Luis A. Gallo

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