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VIVERE L'AVVENTO. L'attesa, la nostalgia, la veglia

Nell'attesa usciamo da noi stessi verso colui che cerca il nostro cuore, che lo fa battere con più forza, colmando la nostra attesa. Oggi molti non riescono più ad attendere. Vivono il tempo di Avvento non come tempo di attesa, ma già come un Natale passato... I bambini non sanno attendere che la madre dica la preghiera prima di mangiare. Devono mangiare subito, se c'è qualcosa sul tavolo. Non aspettano che la cioccolata sia messa nella borsa della spesa. Devono mangiarla ancor prima che sia pagata...


VIVERE L’AVVENTO. L’attesa, la nostalgia, la veglia

da L'autore

del 01 gennaio 2002

L’attesa

L’attesa è l’atteggiamento al quale ci spinge in ogni momento il tempo dell’ Avvento: «siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa» (Lc 12,36). L’attesa è carica di tensione. C’è qualcosa da aspettare: il ritorno del signore dalle nozze. Oppure, lo sposo stesso, come viene descritto nella parabola delle vergini i sagge e stolte (cfr. Mt 25,1ss.). L’attesa fa nascere nella persona una tensione positiva. Chi attende, non uccide il tempo nella noia. È orientato ad una meta. La meta dell’ attesa è una festa, la festa della nostra umanizzazione, dell’autorealizzazione, del nostro entrare in unione con Dio, ma non siamo solamente noi ad attendere: anche Dio attende noi. Attende che noi ci apriamo alla vita e all’amore.

La parola ‘attesa, stare in guardia’ indica propriamente stare nella ‘torre di guardia’. La ‘torre di guardia’ è il luogo dell’osservazione, delle vigilie. Attendere indica, quindi, stare attenti se qualcuno viene, osservare tutt’intorno quanto SI avvicina a noi. Attendere  significa anche fare attenzione, preoccuparsi di qualcosa, come il ‘guardiano’ osserva ogni singola persona e le presta attenzione. Attendere provoca questi due atteggiamenti in noi: l’ampiezza dello sguardo e l’attenzione all’attimo, a quanto stiamo vivendo, alle persone con le quali stiamo parlando. L’attesa allarga il cuore. Quando attendo, io sento che non basto a me stesso. Ognuno di noi lo sa, quando aspetta un amico o un’ amica. Si guarda ogni secondo l’orologio, per vedere se non sia ancora ora. Si è tesi all’attimo nel quale l’amico o l’amica scenderà dal treno o suonerà alla porta di casa. Grande è la nostra delusione,. se di fronte alla porta di casa si trova qualcun altro. L’attesa fa nascere in noi una tensione eccitante. Sentiamo di non bastare a noi stessi.

Nell’attesa usciamo da noi stessi verso colui che cerca il nostro cuore, che lo fa battere con più forza, colmando la nostra attesa.

Oggi molti non riescono più ad attendere. Vivono il tempo di Avvento non come tempo di attesa, ma già come un Natale  passato. Alcuni celebrano sempre Natale, invece di mantenere sveglia l’attenzione e di protendere il proprio cuore nell’attesa del mistero del Natale. I bambini non sanno attendere che la madre dica la preghiera prima di mangiare. Devono mangiare subito, se c’è qualcosa sul tavolo. Non aspettano che la cioccolata sia messa nella borsa della spesa. Devono mangiarla ancor prima che sia pagata alla cassa del super mercato. La gente in fila davanti alla cassa o allo sportello della stazione non riesce ad aspettare. Si spinge. In tutto questo c’è qualcosa di importante: chi non sa aspettare non svilupperà mai un forte io. Dovrà per forza soddisfare ogni bisogno immediatamente, ma diventerà allora completamente dipendente da qualsiasi bisogno. L’attesa ci rende liberi dentro. Se sappiamo aspettare finché il nostro bisogno sia soddisfatto, siamo in grado di sopportare , anche la tensione che l’attesa suscita in noi. Il nostro cuore si allarga e ci dona, inoltre, la sensazione che la nostra vita non è banale. Lo vediamo quando aspettiamo un qualcosa di misterioso, poiché vi attendiamo il compimento della nostra nostalgia più profonda. Allora riconosciamo che noi siamo più di quanto ci possiamo dare. L’attesa ci mostra che il nostro vero essere deve esserci donato.

Forse riesci a ricordarti le sensazioni di quando hai aspettato qualcosa. Hai invitato degli amici per una festa. Se qualcuno arriva troppo presto, questo disturba la tensione della tua attesa. Ti va perso qual- cosa. Il gusto dell’attesa, l’anticipazione della gioia della festa insieme, i preparativi per la festa si inceppano. L’attenzione, che fa parte dell’ attesa, è saltata a pié pari. Non puoi badare al tuo cuore, con tutte le aspettative e i desideri che vi nascono. Se però al tempo fissato non c’è ancora nessuno, anche in quel caso tu sei deluso.

In quel caso l’arco dell’ attesa è teso oltre misura. Vengono idee come: «Non mi vogliono bene. Non sono di nessun valore per loro. Con me possono fare questo. Per loro ci sono cose più importanti di me». Che cosa spegne la tensione dell’attesa? Come ti senti, quando attendi la venuta di una persona che ami? Entra un qualcosa di nuovo nella tua vita. È come ricevére un dono. Provi gioia al pensiero di quella persona. Ti senti vivo. Crescono in te sentimenti forti. Eppure non solo tu attendi. Tu stesso sei atteso. Come ti senti, quando altri ti aspettano, quando Dio ti attende? Gli altri hanno aspettative su di te. Le aspettative possono limitarti, ma, se nessuno si aspetta più niente da te, tu ti senti superfluo. Il tempo dell’ Avvento ti invita ad allargare nell’ attesa il tuo cuore e ad alzarti in piedi, perché sei atteso. Tu ne vali la pena. Molti ti aspettano. Dio ti aspetta, perché tu viva una vita vera.

Forse in ogni attesa tu senti un qualcosa, delle tue attese infantili per il Natale. Io riesco a ricordarmi ancora bene come noi bambini aspettassimo per la santa notte Gesù bambino, cioè la distribuzione dei doni. Era una tensione particolare. Andavamo a passeggiare con nostro padre nella notte, vedevamo ovunque nelle case brillare le luci. Poi dovevamo aspettare di sopra, nella camera da letto, finché non suonava la campana di Natale. Era un evento carico di mistero entrare nel salotto illuminato solamente dalle candele. Le impressioni infantili si stampano a fondo nell’anima. Anche più tardi ci sentivamo a nostro agio, parlando di questi sentimenti di un tempo. Probabilmente in ogni attesa vi è una traccia dell’attesa del Natale, l’intuizione che la nostra vita è più luminosa e sana per la venuta di una persona o di un evento.

La nostalgia

L’avvento è il tempo della nostalgia. La nostalgia è il desiderio colmo di amore di quanto riempie nel profondo il nostro cuore e lo può rendere felice. Ha sempre a che fare con l’amore, con il cuore che con la nostalgia si dilata. Per Agostino la nostalgia è la condizione di fondo dell’essere umano. L’essere umano, per sua natura, ha nostalgia di Dio. Non è sempre evidente, ma in ogni desiderio terreno risuona questa nostalgia estrema di Dio. Se io cerco appassionatamente di raggiungere il successo, di avere qualcosa, di essere ricco, di essere famoso, la mia nostalgia va molto al di là di quanto posso raggiungere. Non c’è nessun riconoscimento capace di colmare fino in fondo la mia nostalgia. Non c’è nessun possesso capace di donarmi pace piena. In tutto io ho ultimamente nostalgia di Dio. Lo ha bene espresso Agostino nella formula classica: «Il mio cuore è inquieto finché non trova pace in te, mio Dio».

Chi rimuove la sua nostalgia, si ammala di qualche mania. La mania è sempre una nostalgia rimossa. L’Avvento sarebbe il tempo nel quale mutare le nostre manie nuovamente in nostalgie. Ognuno di noi ha delle manie, delle dipendenze interiori. Non si tratta solamente di manie che saltano subito agli occhi come l’ alcolismo, la dipendenza dalle droghe o dalle medicine, la mania di lavorare sempre, la mania di avere relazioni o del sesso, la mania del gioco. Non appena noi diventiamo dipendenti da un comportamento o da una certa cosa, si forma in noi una struttura maniacale. Non possiamo più stare senza quel comportamento o senza quella precisa cosa. Il trucco starebbe tutto nell’ osservare esattamente le nostre manie e scoprire in esse la nostalgia che ci mostra che il nostro desiderio rimanda al di là del quotidiano e del banale. In ultimo vi si trova la nostalgia di una patria e di sicurezza, la nostalgia di un paradiso perduto. Questo, però, non è uno sviluppo erroneo o insano, non è espressione di immaturità o una regressione. Indica piuttosto qualcos’ altro, cioè l’intuizione che noi possiamo metterci sul campo di battaglia della vita solamente se stiamo bene con noi stessi e se percepiamo Dio come il mistero che abita in noi.

Se durante il tempo d’Avvento entro in contatto con la mia nostalgia, posso riconciliarmi con la mediocrità della mia vita. Posso prendere distacco dalle illusioni che io mi sono fatto della mia vita, per esempio dall’illusione di poter corrispondere fino in fondo alla mia vocazione, o che la mia famiglia possa vivere sempre in completa armonia, oppure che io abbia sempre successo e sia amato da tutti. Molti si attengo- no ostinatamente a queste illusioni. Se la vita non le porta a compimento, le rimuovono per poter figurare la propria vita con colori rosei. Se raccontano qualcosa ad altri, spesso esagerano. Descrivono la realtà in modo più coinvolgente di come essa realmente è. Tutto in loro è qualcosa di particolare. Quando parlano di sé, raccontano sempre quanto sia straordinario il processo che avviene in loro. Vogliono nascondere così il fatto di trovarsi in una profonda crisi. Serrano gli occhi di fronte alla banalità della loro vita e sostengono l’illusione della propria particolarità con una descrizione esagerata della propria situazione.

La mia nostalgia ha effetti positivi. Mi impedisce di avere aspettative esagerate dalla mia vita e di schiacciare gli altri con le mie voglie. Posso riconciliarmi con il mio quotidiano così come è. Posso accogliere le persone così come esse sono…. La nostalgia mi porta al di là di questo mondo. Vi è in me un qualcosa al di là del mondo, un qualcosa sul quale il mondo non ha potere. La nostalgia mi libera, quindi, dalla prigionia di questo mondo. Accetto che nessuno possa colmare la mia nostalgia più profonda. A partire da un simile atteggiamento posso andare incontro alle persone in piena libertà, senza fissarle in una immagine statica con eccessive attese. La nostalgia mi rende possibile un’apertura senza pregiudizi di fronte agli altri. In tal mo- do posso godere dell’incontro e della relazione, senza voler sempre avere qualcosa di più. L’altro mi rimanda a Dio, senza dover essere Dio per me.

È di Saint-Exupéry la frase: «Se tu vuoi costruire una nave, insegna agli uomini la nostalgia del mare aperto». Nella nostalgia si trova, quindi, una forza che ci rende capaci di affrontare in modo concreto le utopie. La nostalgia ha spronato le persone del medioevo a costruire cattedrali altissime. Quest’arte di costruire è nata dalla nostalgia. La musica vive di nostalgia. Apre una finestra sul cielo. Ogni arte è, alla fin fine, il venire alla luce dell’eterno, di quanto non è mai stato, espressione della nostalgia del totalmente Altro. La nostalgia ha la forza di frantumare il cemento, di scassinare i carri armati che noi ci siamo costruiti a nostra difesa per essere insensibili di fronte all’altro mondo. La nostalgia apre il nostro piccolo mondo. Mantiene aperto l’orizzonte che sta al di sopra di noi. La nostalgia non si chiude ai fatti spaventosi della vita. Ci pone sulla traccia della speranza, che ci fa guardare in faccia la realtà, senza dubitarne.

Domandati sempre, durante il tempo d’Avvento, quale sia veramente la tua più profonda nostalgia. Se entri in contatto con la tua nostalgia, il tuo cuore si allargherà. Ti sentirai libero, anche se tutto intorno a te ti sta stretto. Credi alla tua nostalgia di patria e di sicurezza, di vera vita e di amore autentico. Quando canti i canti di Avvento o ascolti i testi del profeta Isaia, lascia che le parole penetrino profondamente in te, in modo che siano esse a stimolare la tua nostalgia. La tua nostalgia amplierà la tua vita e ti condurrà alla fonte della vita che in te sgorga e non si lascerà limitare alla ristrettezza delle pietre che si trovano intorno a te.

La veglia

La veglia fa parte dell’Avvento. Possiamo percepire la venuta di Dio solamente se smettiamo di dormire se deponiamo le illusioni che ci siamo fatti della vita. L’Avvento non è una fuga in sogni ad occhi aperti, ma è destarsi alla realtà. La realtà vera è Dio, ma, poiché noi per di più dormiamo e vagabondiamo in vari sogni ad occhi aperti, non prendiamo Dio sul serio, quando egli giorno dopo giorno giunge a noi, quando la sua presenza di salvezza e di amore ci avviluppa da ogni parti.

Eppure, non si tratta solamente di star svegli, ma anche del vigilare come atteggiamento di fondo. La parola ‘vegliare’ significa esattamente ‘essere fresco, vispo’. Chi è vigile, vive coscientemente ogni attimo, totalmente presente, è vivo. Della vigilanza fa parte la sobrietà. Sveglio è chi non si assopisce, né con droghe né con il consumo né con la distrazione. Nel tempo di Avvento molti si stordiscono con il nervosismo che diffondono. Credono di dover sbrigare tutte le lettere di scusa che durante l’anno hanno rimandato. Contro questo stordimento puoi tentare di abituarti consapevolmente ad un altro atteggiamento, durante il tempo d’Avvento: l’atteggiamento della sobrietà e della veglia. Se tu passeggi sveglio tra le zone animate, chiuse al traffico, della tua città, capirai quanto sia inutile l’affanno di molti, capirai quanti con il loro nervosismo scappino dalla realtà. L’attenzione e la veglia ti insegneranno che cosa è veramente importante a Natale.

Nel tempo di Avvento sentiremo continuamente le esortazioni bibliche: dobbiamo vegliare come le vergini sagge o come il servo fedele, poiché non sappiamo quando verrà il Signore. li Signore può venire come uno sposo nella notte, invitandoci alla festa. Se dormiamo, perdiamo la festa della nostra umanizzazione, la festa dell’unione con Dio. li Signore, però, può anche venire come un ladro nella notte: «Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa» (Mt 24,43). Nella notte dobbiamo vegliare, poiché il Signore non annuncia la sua venuta. Viene segretamente, come un ladro. Solamente se noi siamo svegli e attendiamo ogni attimo la sua venuta, possiamo accoglierlo a casa nostra.

La veglia non è l’atteggiamento di fondo solamente dell’ Avvento. Anche a Natale sentiamo parlare dei pastori che stavano svegli di notte. Poiché erano svegli, venne loro annunciata la lieta notizia della nascita del Messia. Anche una veglia non prevista è buona: se di notte ti capita di svegliarti e non riesci più a dormire, non difenderti, ma cogli al volo questa opportunità per vigilare in piena coscienza. Stai in ascolto della notte, del silenzio, del tuo cuore! Cosa ti vuol dire Dio? Quale angelo ti manda per annunciarti una buona, notizia? Forse capirai perché i monaci hanno prediletto le veglie notturne. Infatti, proprio quando stiamo svegli di notte, ci facciamo sensibili al mistero di Dio che ci vuole afferrare.

(da A. Grun, Natale – celebrare un nuovo inizio, Queriniana, Brescia 1999, pp. 19-33)

Anselm Grun

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