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Una società di «adultescenti» e di precari?

Che cosa può accadere a una società democratica quando diventa imbarazzante augurare ai giovani «buon lavoro»? Quella italiana è davvero una società di «adultescenti» e di precari?


Una società di «adultescenti» e di precari?

 

del 11 dicembre 2014

 

Che cosa può accadere a una società democratica quando diventa imbarazzante augurare ai giovani «buon lavoro»? Quella italiana è davvero una società di «adultescenti» e di precari? Quali sono i principali cambiamenti in corso - sia a livello sociale e politico, sia a livello antropologico - a causa dei quali tanti giovani sono lasciati senza lavoro? Perché i giovani stanno soffrendo uno sfruttamento quotidiano negli stages, nei lavori mal o mai pagati, negli affitti proibitivi, nelle promesse ancora non realizzate del Governo Renzi?

 

Queste domande presenti nel dibattito pubblico stanno investendo da tempo anche la missione della Chiesa italiana, che di recente si è fermata a riflettere sui temi del lavoro e delle sue riforme, del precariato e dei giovani, per offrire alcune azioni concrete di impegno a favore della società italiana [1].

 

Un patto generazionale da riscrivere

 

Gli studi dei principali sociologi e antropologi occidentali considerano i giovani le vittime di un sistema di relazioni che è cambiato nel giro di questi ultimi 10 anni. Da una parte, perché gli obiettivi delle grandi imprese multinazionali non coincidono più con quelli degli Stati in cui esse hanno sede; dall'altra, perché gli «eterni connessi», i «nativi digitali», «gli sdraiati» - questi sono soltanto alcuni titoli usati dagli adulti per definire la generazione dei giovani lavoratori - stanno pagando il prezzo più alto della crisi sotto molti punti di vista: economico, sociale e politico [2]. La solidarietà ha lasciato il posto alla competizione tra le generazioni?

 

La lettura sulla condizione dei giovani parte sempre dalla prospettiva dell'adulto. E se i giovani fossero vittima di una narrazione sociale dovuta alla crisi dell'adulto? A porsi questa domanda è stato Marco Paolini, il quale in uno spettacolo fotografa la realtà italiana con queste parole: «"Adulto" è il participio passato del verbo "adolescere", colui che ha finito di crescere. Oggi conosco molti più "adulteri" che adulti. Adulteri a se stessi, ovviamente [...]. Il mio, il nostro Paese oggi è questo, il più vecchio del pianeta; e lo guardiamo senza nemmeno accorgerci di quello che abbiamo sotto gli occhi. Abbiamo, sì, sotto gli occhi il cambiamento del paesaggio, ma addosso a noi non lo leggiamo. Perché? Perché noi non possiamo sentirci vecchi. Secondo gli italiani, si diventa vecchi a 83 anni; siccome l'attesa di vita è 81, secondo gli italiani si diventa vecchi dopo morti. Io vorrei chiedere ai miei coetanei per primi di fare outing. Dichiaratevi adulti, rinunciate a quella idea di giovinezza che ci viene venduta quotidianamente, perché c'è una confusione genetica mostruosa. Adulto è colui che si è giocato delle possibilità e deve vivere con quello che ha, il resto si è seccato; quello che sei in potenza da giovane non ce l'hai dopo; se non capisci questo, se impedisci a chi viene dopo di sorpassarti, è perché tu, cullato dal sogno di questa eterna giovinezza, rubi costantemente tutto ciò che viene prodotto da chi viene dopo di te, indossandolo in vario modo attorno a te, tu stai creando un blocco mostruoso che ci impedisce di leggere la realtà. Dichiaratevi adulti, prendetevi delle responsabilità» [3].

 

Questo è il punto: una società in tempo di crisi ha bisogno di adulti che abbiano princìpi e regole con cui crescere e accogliere le giovani generazioni nel mondo del lavoro.

 

L'edizione del 2014 dello Zingarelli [4] ha coniato la parola «adultescenza» per affermare «un neologismo che indica un'età adulta psicologicamente non adeguata in quanto fortemente condizionata dal permanere di idee, atteggiamenti e comportamenti tipici della fase giovanile o, addirittura, adolescenziale. Gli adultescenti si affannano nostalgicamente ad apparire giovani anche nell'abbigliamento fino a diventare ridicoli o patetici. Essi sono in tal modo privi d'identità e di ruolo sociale e, se sono genitori, non riescono a esercitare le fondamentali funzioni di guida verso i loro figli, né, tanto meno, sono capaci di instaurare un rapporto maturo con il loro partner, con tutte le inevitabili conseguenze. Storicamente si è passati da una generazione di genitori autoritari ad una di adulti deboli e remissivi» [5]. Insomma, si rischia di rimanere adolescenti, capricciosi, ribelli, centrati su di sé, chiusi in un narcisismo sociale che dimentica la vocazione di servire la società attraverso la costruzione del bene comune; si inventano bisogni, si placa la propria coscienza riempiendosi la vita di cose, invece di investire tempo e disponibilità educativa.

 

Ma c'è di più. L'«adultescente» è conseguenza e causa di una cultura in cui i giovani che vogliono uscire di casa sono spesso costretti a ritornare. «E la sindrome del figliol prodigo targato 2010, costretto a tornare indietro suo malgrado, non perché pentito o colto da voglia di bambagia, ma perché colpito dagli spiriti della crisi [A. Ormai tutte le famiglie, dall'America alla Spagna, e persino alla Svezia, Paese modello, sono costrette a fare i conti con i boomerang kids, i figli che sconvolgono il tran tran familiare con la forza di un contraccolpo imprevisto, di nuovo in famiglia dopo aver spiccato il volo per studiare, lavorare, persino sposarsi. Il neologismo globale li ha rinominati kidults, crasi fra kids, ragazzi, e adults, adulti, costretti dagli eventi in una sorta di limbo, sospesi fra l'ebbrezza di un'età adulta, che hanno brevemente assaporato, e il ritorno coatto all'infanzia a causa di una situazione economica che penalizza tutti» [6].

 

Invece, la condizione positiva che emerge da un recente studio pubblicato negli Stati Uniti è che i giovani escono di casa non tanto se hanno garanzie, quanto se avvertono che la società in cui vivono dà loro speranza di potersi esprimere [7].

 

Il «dovere del lavoro» nella dottrina sociale e nella Costituzione

 

Dopo la Seconda guerra mondiale la Chiesa e lo Stato italiano arrivarono, per strade diverse, a definire il lavoro come «la condizione necessaria» per garantire alla persona la sua inviolabile dignità. Gli interventi della Chiesa a favore del lavoro hanno sempre avuto a cuore «i lavoratori» più che «il lavoro». Lo prova la dottrina sociale della Chiesa, che nasce con la Rerum novarum (1891) di Leone XIII per difendere lo sfruttamento dei lavoratori dipendenti e combattere il lavoro minorile, i duri orari dei lavoratori, la situazione delle fabbriche. Anche nel radiomessaggio natalizio del 1942, Pio XII parla della «dignità umana» in relazione ai diritti dei lavoratori e delle «conseguenze pratiche, derivanti dalla nobiltà morale del lavoro», come, ad esempio, il «giusto salario» [8].

 

Gli interventi della Chiesa nel mondo del lavoro sono legati tra loro da un filo rosso: difendere la parte più debole nella tensione che attraversa l'economia moderna divisa tra capitale e lavoro, finanza ed economia umana, sfruttamento e dignità.

 

Nel 1981 la Chiesa ha pubblicato un'enciclica sul tema del lavoro per ribadire anzitutto la sua componente spirituale e umana: «Il lavoro è un bene dell'uomo - è un bene della sua umanità -, perché mediante il lavoro l'uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, "diventa più uomo"» [9].

 

Nella Caritas in veritate troviamo il punto di approdo di un lungo cammino: la Chiesa non chiede di superare l'idea né dell'economia di mercato né dell'azienda, ma quella di un mercato esclusivamente ripiegato sull'obiettivo del profitto a tutti i costi, che definisce «risorse umane» le persone, equiparandole a una voce tecnica dell'azienda e che prescinde dall'eticità dei mezzi, dei fini e da un'antropologia al servizio della persona.

 

Anche per la maggior parte dei costituenti italiani «i giovani» e «il lavoro» erano considerati come due facce della stessa medaglia. Nella Costituzione italiana, il secondo termine più ricorrente, dopo «legge», è «lavoro» o «lavoratori». La Repubblica «è fondata sul lavoro», da cui discendono diritti e doveri per contribuire al progresso «materiale e spirituale della società» (art. 4 Cost.) [10]. Il significato del lavoro rimanda sempre al significato della dignità della persona e della sua concreta realizzazione come mezzo di libertà, di identità, di crescita personale e comunitaria, di inclusione e di coesione sociale, di responsabilità individuale verso la società. In altre parole, il fondamento di questa scelta è di natura etica: il lavoro, prima che essere un principio, è un valore che la Repubblica riconosce all'apporto delle capacità di ciascuno per costruire il Paese. Grazie al proprio lavoro, il cittadino non viene definito più dal ruolo sociale dato dalla ricchezza o dai titoli nobiliari [11].

 

Sono questi i fondamenti culturali con i quali illuminare la crisi economica. Secondo noti giuslavoristi, nel contesto italiano si stanno perdendo due elementi antropologici: l'educazione al «dovere del lavoro» e lo sgretolamento di un «patto generazionale» sul lavoro.

 

Il mercato del lavoro è statico e ha troppe regole, tutela «diritti quesiti» dei lavoratori già inseriti nel mondo del lavoro (anche disoccupati) a danno delle opportunità dei giovani, che sono gli inoccupati del mercato. Il patto intergenerazionale sul lavoro tra madri/figli - padri/figli, sul quale si è basato il nostro sistema, si sta sgretolando. Circa 30 anni fa l'Italia aveva 1,2 milioni di anziani, oggi ne ha 3,5 milioni; il clima sociale tende a garantire e a mantenere i privilegi degli adulti, che a loro volta sono disposti a farsi carico dei giovani precari a cui mancano spazi e spesso opportunità. L'effetto di questa scelta è la «pre-occupazione giovanile»: la successione di lavori precari, che spesso conducono a forme di lavoro prestato irregolarmente da parte dei giovani (lavoro non protetto, non sicuro e non retribuito, che in molti casi è l'unica chance data ai giovani). È questa la faccia più oscura del fenomeno dell'inoccupazione giovanile, che si identifica con il crescente numero di «neet» (giovani che non lavorano, non studiano, non si formano) [12].

 

Il rischio di escludere dal mercato economico una o più generazioni blocca il Paese nel cammino verso la competizione globale. Per quale motivo Governo e sindacati non rileggono l'art. 4 Cost. alla luce di questi fenomeni? Il «dovere al lavoro» va reinterpretato in termini più consoni all'attuale contesto socio-economico. Gli studi più avanzati dimostrano che il dovere al lavoro e, insieme con esso, l'educazione al valore del lavoro sono una forma di affectio societatis. Se l'adempimento del dovere al lavoro vale come «qualificazione del cittadino», l'educazione al valore del lavoro dei giovani vale come «formazione del cittadino» [13].

 

I tre impegni concreti della Chiesa italiana in favore del lavoro dei giovani

 

La Chiesa sta appoggiando i giovani nel mondo del lavoro almeno su tre fronti. Il Progetto Policoro, presente in 131 diocesi su 225, ha fatto nascere cooperative, consorzi, imprese, progetti di microcredito e una rete di solidarietà tra imprese del Nord e quelle del Sud [14]. I cosiddetti «Gesti Concreti» in favore dell'occupazione sono stati 217, hanno coinvolto circa 1.000 persone e un investimento di circa 25,5 milioni di euro nel 2012 (+26% rispetto al 2008). Il Papa stesso ha lodato l'iniziativa: «Un segno concreto di speranza è il Progetto Poli-coro, per i giovani che vogliono mettersi in gioco e creare possibilità lavorative per sé e per gli altri. Voi, cari giovani, non lasciatevi rubare la speranza!» [15].

 

Ma c'è di più. La Chiesa italiana sta assumendo una nuova consapevolezza. La credibilità che essa gode nel territorio può permettere alle diocesi di promuovere iniziative con le parti sociali per pensare sul territorio vie concrete di occupazione. Stanno nascendo i primi esperimenti di thick labor market tra i giovani e i principali attori delle relazioni industriali, per consentire ai giovani di sperimentare praticamente brevi esperienze lavorative durante i periodi di pausa scolastica o in combinazione con l'impegno scolastico. In questo modo, già durante gli anni dell'istruzione secondaria e indipendentemente dal percorso di studi scelto, i giovani sperimentano in concreto il «valore del lavoro». Questi sono semi, che però devono ancora diventare cultura diffusa nel mondo ecclesiale.

 

Un altro compito, apparentemente ingenuo, ma che è richiesto dagli economisti e dai giuslavoristi alla Chiesa, è quello di far riscoprire nella società la dimensione spirituale del lavoro e accompagnare i giovani a discernere la propria vocazione al lavoro, intesa non come autorealizzazione, ma come missione [16].

 

Infine, la Chiesa italiana è aperta ad appoggiare alcune riforme del lavoro. Alla domanda: «Vi impensierisce un'economia di fatto in recessione?», il Segretario della Cei, mons. Nunzio Galantino, ha risposto così: «Urge una riforma del terzo settore, una svolta culturale oltre che politica. La produzione di beni a destinazione pubblica supera il paradigma economico rivelatosi inadeguato con questa crisi e genera occupazione, ma al servizio dell'uomo. Ripartire da qui sarebbe una sorta di "nuovo battesimo sociale" capace di generare speranza nel Paese» [17].

 

È l'innovazione a creare occupazione giovanile. Non è un caso che molte delle realtà del terzo settore nascano, ispirino o sviluppino esperienze vicine al mondo cattolico e ai suoi valori. Non solo per le prospettive occupazionali sicure - si calcola che la riforma potrebbe portare un milione di posti di lavoro -, ma per un modello di sviluppo da lasciare in eredità ai giovani. Il terzo settore in Italia rappresenta una parte integrante del Sistema Produttivo del Paese, con le sue 301.191 istituzioni non profit (+28% rispetto al 2001), i suoi 4,7 milioni di volontari (+43,5% rispetto al 2001), i suoi 681.000 lavoratori dipendenti (+39,4% rispetto al 2001), i suoi 271.000 lavoratori esterni (+169,4% rispetto al 2001), i suoi 64 miliardi di entrate e 57 miliardi di spesa [18]. Gli operatori del settore sono chiamati a diventare produttivi, a generare profitto per finanziare i propri scopi, creare occupazione, senza snaturarne la missione sociale. Cambiare si può, e molti esempi lo confermano [19].

 

Secondo la Chiesa italiana, meritano attenzione le proposte del Governo sul cosiddetto Jobs Act. Lo hanno recentemente ribadito sia il Presidente della Cei, il card. Bagnasco, sia il Segretario, mons. Galantino, il quale ha precisato che una condizione imprescindibile è la tutela e la garanzia per i lavoratori più deboli. Il mercato non ha bisogno di ulteriori regole o di nuove forme contrattuali, ma di uno statuto che includa i diritti inderogabili del lavoratore, soprattutto giovane, come la sicurezza sociale, il diritto alla pensione, le forme di conciliazione, la formazione permanente. In particolare, l'introduzione del «compenso orario minimo» potrebbe risultare utile nel sistema italiano per favorire una retribuzione dignitosa per i giovani coinvolti in percorsi lavorativi caratterizzati dal precariato. La riforma infatti prevede che in tutti i settori produttivi, e per le forme contrattuali non coperte dalla contrattazione collettiva, sia individuato ex lege un minimo salariale (si pensi ai casi di lavoro autonomo coordinato, anche a progetto) [20].

 

Verso una svolta culturale sul lavoro e un patto di solidarietà

 

Molti imprenditori e lavoratori innovatori si oppongono all'inerzia delle istituzioni routinarie e a quanti vivono di rendite parassitarie [21]. Sono sempre più numerosi i giovani che scelgono la strada dell'autoimpiego e dell'imprenditorialità, spesso in forma associata e cooperativa, per trovare una propria realizzazione personale. Sono i giovani che, riconoscendo il genius loci dell'ambiente in cui vivono, ne fanno un'occasione di impresa. Spesso però il contesto non li aiuta in questi tentativi coraggiosi e rischiosi.

 

Per rispondere alla poca mobilità sociale - che accentua l'influenza delle provenienze familiari sulla riuscita sociale e occupazionale delle persone -, si potrebbe offrire ai giovani una «dote» di capitale, una sorta di «prestito d'onore», da restituire nel tempo, che serva per inserirsi nel mondo del lavoro o avviare un'attività di impresa, oppure per accedere a percorsi formativi universitari e di specializzazione [22]. Fondazioni bancarie, lo Stato, o privati cittadini sono nelle condizioni concrete di poter investire: si tratta di un'opzione solidale, anche se non assistenziale, destinata a cambiare la cultura del lavoro. Rivolgendosi al presidente Renzi, mons. Giancarlo Bregantini ha affermato: «Perché non trasformare gli 80 euro in una forma di aiuto ai più poveri, ai giovani precari, con modalità amministrative da ben studiare, perché siano di guida e forza agli investimenti produttivi creati dai giovani e con i giovani?» [23]. Di particolare rilievo è la «Lettera ai precari» che la Chiesa italiana ha scritto al termine del Convegno [24].

 

Sullo sfondo rimane un dubbio: per la politica e i sindacati chi sono oggi i garantiti sul lavoro? Sono quelli che hanno un posto di lavoro tutelato dall'art. 18 della legge 300/70 e i pensionati? Sono i cittadini che guadagnano, con il loro lavoro, circa 1.200 euro, o che vivono con una pensione sociale di circa 500 euro al mese? Se i loro padri ricevono salari bassi e i loro nonni sono pensionati sociali, essi vivono tutti ai margini della società, insieme agli inoccupati e a quelli che a 40 o a 50 anni perdono il posto di lavoro. È il ceto medio in estinzione che rischia di essere considerato «vite di scarto», per dirla con Bauman.

 

Una definizione minima di precario conviene darla: è il lavoratore senza posto fisso che non ha uno stipendio minimo garantito e dunque degno: non è possibile vivere con 10.000 euro l'anno con un contratto Co.co.pro. Per restituire ai giovani la possibilità di progettarsi il futuro, occorre rifondare un «patto strategico generazionale», un provvedimento quadro che ripensi il valore delle pensioni, introduca prepensionamenti per agevolare nuove assunzioni, agevolazioni fiscali per le nuove imprese, un trattamento fiscale preferenziale per gli utili non distribuiti, attrazione degli investimenti esteri, fidi e garanzie per le banche che finanziano imprese che assumono, rispetto dei tempi dei pagamenti della pubblica amministrazione, snellimento delle incombenze amministrative e sostegno all'occupazione femminile. Bisogna poi aggiungere un dato: ci sono circa 100.000 posti di lavoro a disposizione, quali, ad esempio, quelli di saldatori, cuochi, infermieri, esperti di marketing, falegnami, ingegneri, commercialisti, fabbri, che le aziende non riescono a trovare [25].

 

* * *

 

Negli ultimi tempi il Governo [26] e l'Unione Europea stanno favorendo l'occupazione dei giovani, volendo contrastare il fenomeno della inoccupazione giovanile. Gli strumenti giuridici ci sono, esistono anche i fondi europei, spesso mal spesi. Il 1° maggio 2014 ha preso il via la Garanzia Giovani, mediante la quale è stata data attuazione alla Youth Guarantee, il programma quadro varato dall'Unione Europea al fine di contrastare la disoccupazione giovanile e il dilagante fenomeno della cosiddetta Neet generation [27].

 

Sul mondo del lavoro rimangono però grosse nubi, che potrebbero diradarsi oppure scatenare una tempesta: il destino del Pd, che per tradizione è attento ai (giovani) lavoratori, è segnato da una spaccatura sui temi del lavoro da promuovere e da difendere. In pochi mesi il sindacato, che dalla maggioranza degli italiani viene avvertito come un freno ai cambiamenti, non è più considerato dal Governo un soggetto della politica economica ed è stato estromesso dalla concertazione pensata da Ciampi e Cofferati. Il mondo del lavoro avrebbe bisogno di riscrivere lo «Statuto dei lavoratori» del 1970, includere i nuovi lavori, introdurre l'idea di flessibilità e di nuove garanzie, ma questa ulteriore spaccatura rischia di penalizzare i giovani precari a cui il presidente Renzi, nel discorso pronunciato al Senato il 24 febbraio 2014 per ottenere la fiducia, aveva promesso una riforma del lavoro entro il mese del marzo scorso.

 

NOTE

 

1. L'articolo nasce dalla relazione tenuta al Convegno organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana, «"Nella precarietà la speranza". Educare alla speranza in un tempo di precarietà, le giovani generazioni nella ricerca del lavoro e nel progettare la loro famiglia», Salerno, 24-26 ottobre 2014. Cfr www.chiesacattolica.it

 

2. Cfr F. OCCHETTA, «I giovani italiani e il dramma del lavoro», in Civ. Catt. 2014 II 159-169. Il tasso di disoccupazione tra i giovani a settembre è stato del 42,9%. I giovani senza lavoro, tra i 15 e i 24 anni, sono 698.000 secondo i calcoli dell'Istat. Il numero di disoccupati è pari a 3 milioni 236.000, in aumento dell'1,5% rispetto ad agosto (+48.000).

 

3. M. PAOLINI, «Album d'Aprile», in www.youtube.com/watch?v=7fdS2Qk2bb8

 

4. «Adultescenza», in Vocabolario Zingarelli, Bologna, 2014, 55. Cfr A. MATTEO, L'adulto che ci manca, Assisi (Pg), Cittadella, 2014; G. Cucci, «La scomparsa degli adulti», in Civ. Catt. 2012 II 220-232.

 

5. F. BIANCARDI, I nuovi termini. L'aggiornamento della lingua italiana con le più attuali locuzioni ed i píù diffusi vocaboli stranieri con relativa pronuncia, Napoli, Manna, 2011, 164; E. MARESCOTTI, «Adultescenza: quid est? Identità personale, aspettative sociali ed educazione degli adulti», in Ricerche di Pedagogia e Didattica 9 (2014) n. 2, 159-178.

 

6. M. L. AGNESE, «Generazione Boomerang. Università e master all'estero poi il lavoro (che non c'è). Così i figli tornano dai genitori», in Corriere della Sera, 27 febbraio 2010, 35.

 

7. Cfr J. SENIOR, «Adolescent», in New York Magazine, tradotto da Internazionale, 23 aprile 2014, 32-39.

 

8. Cfr Pio XII, Radiomessaggio alla vigilia del Santo Natale (24 dicembre 1942), in vatican.va

 

9. GIOVANNI PAOLO II, enciclica Laborem exercens (1981), n. 9, in vatican.va

 

10. Questo principio si basa sull'uguaglianza sostanziale (art. 3, comma 2), sul diritto al lavoro e sui diritti del lavoro (artt. 4 e 35), e sul governo pubblico dell'economia (artt. 41 e 42). Per approfondire l'argomento, Cfr F. OCCHETTA, Le radici della democrazia. I principi della Costituzione nel dibattito tra gesuiti e costituenti cattolici, Milano, Jaca Book, 2012.

 

11. Il principio lavorista dell'art. 4 della Costituzione italiana ha permesso la formulazione di articoli lungimiranti, come, ad esempio, quelli che sostengono il diritto alla «retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro», sufficiente per un'«esistenza libera e dignitosa»;quelli che garantiscono i riposi settimanali e ferie annuali retribuite inderogabili (art. 36); quelli che affermano i diritti e «lo stato di parità della donna lavoratrice» (art. 37); promettono i mezzi necessari anche per il cittadino inabile al lavoro e prevedono la tutela per malattia, invalidità e disabilità (art. 38); autorizzano l'organizzazione sindacale e il diritto di sciopero (art. 39); riconoscono la libertà dell'iniziativa privata (art. 41), che «non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale». Cfr A. Q. CURZIO, «La Costituzione e l'economia», in La Costituzione della Repubblica italiana, Milano, Il Sole 24 Ore, 17.

 

12. Cfr M. FAI0LI, «Pre-occupazione e in-occupazione giovanile. Risposte del diritto "riflessivo" al mercato del lavoro», in Diritto delle relazioni industriali, 2012, fasc. 2, 376-393.

 

13. Dal disposto degli artt. 1, 4, 34, 38, co. 1, si comprende che l'ordinamento italiano stabilisce anche il quadro per l'educazione al valore del lavoro, essendo stati fissati i limiti negativi al dovere al lavoro (art. 34 Cost.: i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, devono essere sostenuti; art. 38, co. 1: i cittadini capaci di lavorare non hanno diritto all'assistenza).

 

14. http://www.progettopolicoro.it

 

15. PAPA FRANCESCO, Omelia alla Messa nella Píana di Síbarí, 21 giugno 2014.

 

16. Cfr G. SAVAGNONE, «Progettare famiglia e creare lavoro: compito tipico di laici per la vita e la speranza», in www.chiesaitaliana.it

 

17. «La Cei chiede riforme. "Le lobby ostili bloccano il Paese"». Intervista a Nunzio Galantino, in Corriere della Sera, 15 agosto 2014.

 

18. Cfr E OCCHETTA, «L'economia civile e la riforma del terzo settore», in Civ. Catt. 2014 III 390-402.

 

19. Ecco qualche esempio: la cooperativa Quid, costituita da imprenditori veronesi che hanno una media di età di 27 anni, recupera rimanenze tessili pregiate provenienti da una rete di marchi d'eccellenza (co-branding), lavorate da lavoratrici con varie situazioni di fragilità. L'impresa, che produce alta moda, produce anche un valore sociale ed etico che va oltre la massimizzazione del profitto. In meno di un anno (luglio 2013-giugno 2014) il «Progetto Quid» ha coinvolto 15 donne vittime di abusi e violenze, ha aperto 5 temporary store monomarca, realizzando 180.000 euro di fatturato. C'è il caso del portale web nato per mettere in contatto tra loro donatori, collettori e distributori (soprattutto Centri Caritas e parrocchie) del cibo avanzato e a rischio spreco. L'iniziativa, nata con il sostegno della Caritas Internationalis, si chiama FameZero.com ed è stata presentata a Palazzo Chigi il 16 ottobre 2014. Ancora, c'è l'esperienza dei ragazzi del quartiere Sanità e della Cooperativa sociale «La Paranza onlus» di Napoli, che hanno recuperato il patrimonio delle catacombe. In http://www.catacombedinapoli.it/chisiamo.asp

 

20. Cfr C. CAFIERO, «Non si vive di soli articolo 18 e contratto unico», 2 settembre 2014, in www.huffingtonpost.it

 

21. I primi risultati sono già visibili in settori come l'agriturismo, l'eno-gastronomia, il settore digitale, le aziende familiari, le strutture sussidiarie e solidali, l'engineering petrolifero e di progettazione e le imprese che, oltre al profitto, hanno investito per il bene della comunità.

 

22. La proposta è stata formulata da una Commissione di studio dell'Ufficio della Pastorale sociale e del lavoro diretta da mons. Fabiano Longoni.

 

23. Cfr Atti del Convegno di Salerno, in www.chiesacattolica.it

 

24. Cfr www.avvenire.it

 

25. Cfr P. BARBETTI, «Cuochi, fabbri, falegnami, infermieri, commercialisti, ingegneri, 100mila gli "introvabili"», in www.ansa.it

 

26. Si pensi, ad esempio, agli incentivi per l'assunzione dei giovani adottati dal decreto Giovannini; alla revisione della disciplina del contratto di apprendistato professionalizzante; alle disposizioni finalizzate alla promozione dei tirocini formativi e di orientamento; e alla previsione di ulteriori misure di sostegno all'occupazione giovanile nel Mezzogiorno. Oppure agli interventi straordinari di promozione dell'occupazione realizzati mediante il decreto legge 28 giugno 2013, n. 76, convertito in legge 9 agosto 2013, n. 99. Cfr T. TREU, «Flessibilità e tutele nella riforma del lavoro - Flexibility and protection in the Labour Law Reform», in Giornale di diritto del lavoro e di relazioni industriali, 2013, n. 137, 1 ss.

 

27. Cfr P. A. VARESI, «Gli incentivi all'occupazione. La "Garanzia per i giovani" e le politiche attive», in Il libro dell'anno del Diritto 2014, 396 s.

 

Francesco Occhetta

http://www.notedipastoralegiovanile.it

 

 

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