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Storie di vite fragili

Il 6° Rapporto sulla povertà in Italia, curato da Caritas-Zancan, presenta la fotografia di un paese meno noto alle cronache. A tema soprattutto quattro aree di fragilità riguardanti i minori. Le rilevazioni dei centri di ascolto della Caritas. Una raccolta di storie di vita ci presenta le difficoltà delle famiglie e dei figli più piccoli.


Storie di vite fragili

da Attualità

del 29 novembre 2006

È stato pubblicato, con il titolo Vite fragili, il 6° Rapporto – curato dalla Caritas e dalla Fondazione Zancan – sull’emarginazione e l’esclusione sociale nel nostro paese (Caritas italiana - Fondazione E. Zancan, Vite fragili. Rapporto 2006 su povertà ed esclusione sociale in Italia, Il Mulino, Bologna  2006, pp. 424, € 24.00). Esso offre uno spaccato dell’Italia sommersa che, nell’ultimo decennio, si è ulteriormente impoverita. La pubblicazione di tali indagini, a cadenza biennale, costituisce una sfida pedagogica e culturale, rivolta alle istituzioni pubbliche, alla comunità cristiana, alla società civile, nell’intento di promuovere la conoscenza dei problemi sociali e di favorire la crescita della cultura della solidarietà, nell'ottica del coinvolgimento comunitario.

È la fragilità il tema centrale del 6° Rapporto. Illuminanti le riflessioni contenute nella presentazione curata da mons. Vittorio Nozza e da mons. Giuseppe Pasini. «Mentre il concetto di povertà – scrivono il direttore della Caritas italiana e il presidente della Fondazione Zancan – richiama in modo automatico la dimensione economica, e rischia quindi di essere considerato come un fenomeno che, nelle sue conseguenze estreme, riguarda un numero tutto sommato limitato di soggetti, il concetto di fragilità, per il suo carattere generale ed estensivo, pone tutti sullo stesso piano, sottolineando la sostanziale debolezza della condizione umana».

Ma c’è un rischio dal quale guardarsi, ed è l’eccessiva generalizzazione del termine “fragilità”. Si può, infatti, concludere che, «se siamo  tutti fragili, allora nessuno è fragile». «In realtà – si legge nella presentazione –, se è vero che siamo tutti un po’ fragili, è altrettanto vero che esistono condizioni di fragilità “più fragili” di altre, che dovrebbero divenire priorità su cui concentrare  le  risorse umane e  finanziarie a disposizione».

L’indagine di Caritas-Zancan intende porre l’accento sulle fragilità meno note e perciò meno assistite. Questa volta l’attenzione – prima di riferire sulle tante tipologie di povertà rilevati dai centri di ascolto Caritas e di proporre oltre un centinaio di storie di famiglie in difficoltà – va alle condizioni di vita di alcune categorie di minori, tenendo conto che la fragilità sociale dei nuovi poveri non è più solo la povertà del singolo ma è sempre più la fragilità di interi nuclei familiari.

 

La “fragilità” dei minori

«Non si ascolta l’allarme – ammonisce mons. Pasini – che si sta sviluppando tra i minori, sempre più coinvolti nei processi di impoverimento, sia a causa delle diverse forme di immigrazione, sia della trasformazione veloce della famiglia». In particolare, il rapporto prende in esame quattro categorie di minori a rischio di esclusione.

 

1. I minori stranieri nell’ambito scolastico in rapporto anche all’età in cui essi vengono inseriti nella scuola (si assiste ad un alto tasso di abbandono nelle scuole superiori), al clima di accoglienza o di rifiuto che essi incontrano (se si sentono addosso lo stigma del “diverso”, l’integrazione risulta difficile).

Alcuni dati sul problema. I minori stranieri, di ben 191 nazionalità, sono presenti nella maggior parte delle scuole italiane, dove costituiscono in media il 5% circa delle presenze e sono, in numero assoluto, circa 500.000 (stima per l’anno scolastico 2006-07). Nell’arco di quattro anni la loro presenza è più che quadruplicata, la metà circa di essi è nata in Italia (48% dei casi) e la restante parte è costituita da minori ricongiunti.

Se osserviamo i percorsi scolastici dei minori immigrati, si colgono alcune criticità (ritardo scolastico, divario negli esiti e nella prosecuzione degli studi) che sembrano andare in senso contrario rispetto all’integrazione positiva. Sono in ritardo scolastico il 10% dei bambini che frequentano la prima elementare; il 47% di coloro che sono inseriti in prima media e il 75% dei frequentanti il primo anno della scuola secondaria di secondo grado; il tasso di bocciature degli alunni stranieri, rispetto ai compagni italiani, è più alto di 3 punti percentuali nella scuola elementare, di 7,5 nella scuola secondaria di primo grado e di 12,5 nelle superiori; quanto, infine, alla prosecuzione degli studi, non esistono ricerche sulla dispersione scolastica, ma ben il 40% di coloro che proseguono si orientano verso gli istituti professionali, contro il 19% degli italiani.

 

2. I minori disabili, anch’essi considerati nella scuola e, in particolare, nel quadro della riforma Moratti. Vengono evidenziate le ricadute che hanno sui disabili la riduzione di risorse economiche e la riduzione degli insegnanti di sostegno.

L’aspetto positivo è l’esplicita previsione sia nella legge di delega n. 53/03, sia nei decreti delegati, del principio dell’integrazione scolastica ai sensi della legge-quadro n. 104/92.

Gli aspetti negativi riguardano l’anticipazione della scelta dopo la terza media, la licealizzazione di tutti gli istituti superiori, il trasferimento alle regioni degli istituti di istruzione professionale, l’istituzione del tutor, inteso come figura singola, l’eccessiva complessità degli obiettivi specifici di apprendimento nella scuola secondaria di primo grado, il carattere tendenzialmente selettivo della riforma e gli scarsissimi mezzi finanziari per realizzarla. In attesa di valutare gli sviluppi, si dà atto al nuovo ministro Fioroni di aver disposto la non operatività della riforma per le parti fortemente criticate.

 

3. La terza categoria di disagio riguarda la situazione di bambini con più famiglie, conseguente cioè alle separazioni, ai divorzi, alle rotture delle “unioni di fatto” e alle conflittualità dei genitori naturali o adottivi. Talvolta esistono anche problemi di povertà. Quasi sempre si verifica un forte disagio (ipersensibilità, aggressività, perdita di autostima).

Secondo l’Istat (2005), in Italia, almeno 5.362.000 persone vivono in famiglie che sono libere unioni, in famiglie ricostituite, in famiglie con un solo genitore. Dal 1994 al 2003 l’incremento delle separazioni e dei divorzi è stato continuo: si è passati da 51.445 separazioni nel 1994 a 81.744 nel 2003, con un aumento del 59% in 10 anni e un incremento del 2,6% delle separazioni e del 4,8% dei divorzi rispetto al 2002.

I figli interessati da queste esperienze vivono in un mondo di famiglie che si moltiplicano, nelle quali ci sono sempre meno coetanei.

Sono anche figli che rischiano di entrare in una fase di povertà, in particolare quando la famiglia diviene monogenitoriale (monoreddito o a reddito incerto), come indicato nelle statistiche ufficiali. La fragilità sociale ed economica femminile emerge soprattutto quando si rompe il matrimonio.

Considerando i vari rischi ai quali può trovarsi esposto il bambino che vede modificarsi la struttura familiare, viene delineata una mappa degli interventi messi in atto in Italia e prefigurato il modo nel quale questi interventi potrebbero essere meglio articolati e sviluppati.

 

4. L’ultima situazione presa in considerazione riguarda le famiglie e i minori con gravi disabilità intellettive: cosa succede in una famiglia quando si scoprono queste situazioni? Quali problemi si registrano in rapporto alla comunicazione/informazione, al rapporto con le altre famiglie, all’inserimento nel territorio?

Innanzitutto emerge incertezza nei numeri: da 94.490 (Casellario Inps, percettori pensioni di invalidità civili e simili), a 108.000 (Indagine Istat multiscopo sulle “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari”), a 161.000 (Sistema informativo del Miur che considera gli alunni con disabilità presenti nelle scuole statali).

Vengono poi approfonditi i temi della comunicazione della diagnosi, dell’integrazione scolastica, e del cosiddetto “progetto globale di vita”, a partire da due ricerche sulle relazioni tra famiglie di persone con disabilità e i servizi da esse fruibili.

Infine, per quanto riguarda l’autismo, numerose recenti ricerche confermano che il percorso diagnostico si realizza con ritardo.

 

Sono quattro situazioni emblematiche di una realtà di “povertà-disagio-esclusione” che sta assumendo oggi proporzioni preoccupanti.

 

I centri di ascolto

Nella seconda parte del Rapporto vengono illustrati i dati e le storie di vita relativi alle persone in difficoltà che, nei mesi di aprile e maggio 2005, si sono rivolte ai centri di ascolto collegati con le Caritas diocesane aderenti al “Progetto di rete nazionale”.

Si assiste ad un’estrema diversificazione delle condizioni di povertà, come pure delle politiche sociali per contrastarla. Tali politiche variano a seconda delle regioni e con notevole disparità di risorse impiegate.

Il vero limite che emerge dalla lettura del Rapporto è la mancanza di un’adeguata politica nazionale con cui contrastare la povertà. Una politica di lungo respiro non potrà fare affidamento solo su “interventi a pioggia”, si tratta piuttosto di canalizzare le risorse con politiche mirate.

La maggioranza di quanti si rivolgono alla Caritas domandano sostegno per far fronte alle necessità quotidiane e per soddisfare i bisogni primari. Il fenomeno della povertà materiale, dunque, non è scomparso. Anzi, si nota un aumento di tendenza che coinvolge gruppi familiari un tempo estranei. È un fenomeno in espansione, definito in gergo giornalistico come “i poveri della quarta settimana” (vale a dire di coloro che non riescono a far fronte alle spese fino alla fine del mese), senza dimenticare coloro che non hanno mai avuto un salario sufficiente e regolare.

I dati sono stati raccolti in 241 centri di 147 diocesi italiane (due terzi del totale) e si riferiscono alle principali caratteristiche anagrafiche, ai bisogni e alle richieste di 17.203 persone. Si tratta in maggioranza di cittadini stranieri (63,6%), dei quali più della metà provenienti dall’Europa orientale (51,9%) e poco meno di un quarto dal continente africano (23,8%). Quasi il 60% dei cittadini stranieri che si sono rivolti ai centri era in possesso di permesso di soggiorno o in attesa di riceverlo.

Molte le differenze tra stranieri e italiani:

– il 15,6% degli italiani è risultato in possesso almeno della licenza media inferiore, mentre tra gli stranieri tale quota sale al 45,7%;

– solo il 40,9% degli stranieri vive con i propri familiari o con parenti (a fronte del 60,5% di italiani). Va, comunque, tenuto presente che quasi un terzo degli utenti italiani (31%) vive da solo;

– più dei due terzi degli utenti sono disoccupati (67,8%); tra gli stranieri tale valore raggiunge il 72,1%, a fronte del 60,3% degli italiani;

– un quinto degli utenti dei centri di ascolto (20,2%) è costituito da persone con gravi difficoltà abitative (senza dimora o in sistemazioni precarie);

– i bisogni maggiormente rilevati sono relativi ai problemi economici, che riguardano i due terzi degli utenti (67%), con gli italiani in maggior misura rispetto agli stranieri (rispettivamente 74,6% e 62,5%);

– tra le richieste spiccano quelle relative a beni e servizi materiali (47,1%) e al lavoro (29,3%). Ma c’è anche una quota consistente di persone che richiedono esplicitamente sussidi economici (16,5%). Quest’ultimo tipo di richiesta è molto frequente tra gli utenti italiani (30,1%, contro l’8,7% degli stranieri), mentre le richieste di lavoro sono molto più diffuse tra gli stranieri (35,0%, contro il 19,6% degli italiani).

L’elemento essenziale che emerge dai dati raccolti è la persistenza di povertà “classica”, legata a problemi di lavoro, reddito e abitativi. Senza dimenticare altri tipi di problemi (familiari, relazionali, sanitari, di istruzione, di dipendenza da sostanze, di detenzione o post-detenzione, disabilità), comunque presenti.

«Le nuove tendenze di impoverimento del ceto medio – spiega mons. Nozza – non sembrano costituire il nucleo centrale dei frequentanti dei centri di ascolto, ma molto probabilmente, se tali fenomeni non saranno governati e controllati, le famiglie in affanno di oggi costituiranno i nuovi utenti Caritas di domani».

Per rispondere a queste emergenze, sono quattro gli impegni generali che la Caritas italiana ha preso a conclusione del convegno di Verona:

* rinnovare la capacità di leggere realtà, comunità e territori da servire. In altri termini, intercettare e comprendere cultura e linguaggi del nostro tempo per riuscire ad andare dove la dignità dell’uomo è più calpestata e dove il grido è più soffocato e zittito;

* favorire, a livello diocesano, regionale e nazionale, luoghi di confronto e di elaborazione comune per far crescere una cultura di carità e giustizia;

* investire sulle relazioni come modo concreto per testimoniare la speranza;

* farsi carico di azioni e risposte a bisogni concreti per coinvolgere e creare una cultura della carità in fedeltà alla propria funzione pedagogica.

Inoltre, la Caritas chiede che sia favorito «il sostegno e la costituzione di osservatori sociali idonei alla miglior conoscenza del territorio di riferimento». Già nel 1985, al secondo convegno ecclesiale di Loreto, i vescovi italiani avevano dichiarato: «Un osservatorio permanente, capace di seguire le dinamiche dei problemi della gente e di coinvolgere direttamente la comunità ecclesiale in modo scientifico, non dovrebbe mancare in nessuna chiesa locale».

 

Le storie di vita

La sezione qualitativa del “Progetto di rete” ha raccolto 120 storie di vita, relative a famiglie in carico presso i centri di ascolto Caritas. Questi racconti occupano la parte finale del Rapporto. Essi raccolgono le interviste a 58 famiglie italiane, a 59 famiglie straniere e a 3 famiglie miste. Queste interviste avevano come oggetto la ricostruzione delle situazioni familiari, con particolare riferimento ad una serie di aree di indagine: le condizioni che hanno favorito l’insorgenza del disagio sociale; la descrizione dei principali aspetti del disagio attualmente vissuto; le dinamiche relazionali all’interno della famiglia; i rapporti e le reti di relazione della famiglia con l’ambiente esterno (amici, vicinato ecc.); i rapporti e le reti di relazione con il resto della famiglia; le prospettive e le attese per il futuro.

Da questi racconti emerge una forte situazione di multiproblematicità delle famiglie italiane, che evidenziano cronicità, disturbi psichici, precedenti di conflittualità familiare e difficoltà nella promozione sociale in misura molto maggiore rispetto a quanto accade per gli utenti stranieri.

 

Come intervenire? «Il quadro delle disuguaglianze sociali – risponde Nozza – non può essere risolto solo con assistenza e beneficenza. Servono politiche sociali strutturate e continue: un welfare sempre più capace di dare risposte efficaci anche in termini di servizi, una complessiva riforma degli ammortizzatori sociali, il rilancio del reddito minimo d’inserimento, una nuova politica per la casa, una grande intesa con i fornitori dei servizi essenziali per aiutare le famiglie numerose e reggerne i costi, un vasto progetto d’integrazione per le famiglie degli immigrati».

padre Elio Dalla Zuanna

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