Sono matti gli iracheni a invitare il Papa durante la pandemia? No


 

di Leone Grotti tratto da tempi.it

 

Nel paese del Medio Oriente i cristiani e la pace sono in via di estinzione. «La visita di Francesco è vitale per l’Iraq» e vale più del vaccino

 

Ma sono matti gli iracheni? Sui media italiani e internazionali, spesso in modo velato e altre volte più esplicitamente, serpeggia questa domanda. Perché in piena pandemia di Covid-19 e con lo spettro del rischio attentati che si riaffaccia a inquietare il paese, il governo iracheno e i cristiani insistono a voler accogliere papa Francesco per la storica visita che comincerà il 5 marzo e si concluderà l’8 dello stesso mese? La risposta è, per citare il titolo del numero di Tempi di febbraio, che «quando c’è la salute (non) c’è tutto».

 

LA PANDEMIA IN IRAQ

In Iraq, dopo una brusca frenata dei contagi a cavallo del nuovo anno, si registrano ormai una media di 2.500 nuovi positivi e 8 morti al giorno nell’ultima settimana. Numeri decisamente inferiori rispetto a quelli dell’Europa, ma che destano comprensibile preoccupazione in un paese meno attrezzato di quelli occidentali dal punto di vista sanitario. Il 15 febbraio il primo ministro iracheno, Mustafa al Kadhimi, ha incontrato il nunzio apostolico Mitja Leskovar per informarlo innanzitutto delle restrizioni previste per il viaggio: nelle tre settimane precedenti all’arrivo del Papa saranno imposte chiusure e coprifuoco per limitare i contagi. Inoltre, non si vedranno grandi adunate di popolo, come da prassi per i viaggi del Pontefice, e i posti per gli appuntamenti ufficiali saranno limitati e distanziati. La stragrande maggioranza degli iracheni, insomma, potrà vedere il Papa soltanto in televisione.

 

Che senso ha allora il viaggio? «Io sono il pastore di tutte le persone che soffrono», ha risposto papa Bergoglio. «Anche se mi vedranno solo in televisione, gli iracheni sapranno che il Papa è venuto a visitarli nel loro paese». Ed è una visita di cui innanzitutto i cristiani hanno disperato bisogno.

 

I CRISTIANI RISCHIANO L’ESTINZIONE

«Sono decenni che aspettiamo un Papa. Per noi sarà davvero un evento storico», ha dichiarato monsignor Basel Yaldo, vescovo ausiliare di Baghdad. «La visita di Francesco porterà speranza a tutti gli iracheni, non solo cristiani. Abbiamo bisogno di pace». Gli ha fatto eco l’arcivescovo caldeo di Erbil, monsignor Bashar Warda: «Le parole del nostro futuro devono essere riconciliazione, coesistenza, rispetto dei diritti. Dobbiamo uscire da questo tunnel di violenza e di attacchi, per questo la visita del Papa diventa sempre più vitale per tutto il nostro paese e non solo, anche per tutta l’area mediorientale».

 

I cristiani in Iraq rischiano seriamente l’estinzione. Se prima dell’invasione americana nel paese vivevano 1,5 milioni di fedeli, dopo la guerra, gli attentati terroristici e l’invasione della Piana di Ninive da parte dell’Isis nel 2014, il loro numero si è ridotto a meno di 150 mila persone. Dopo la sconfitta dello Stato islamico, non tutti hanno fatto ritorno alle proprie case, molti si sono rifugiati in Europa, negli Stati Uniti o in Canada, mentre chi è rimasto si è ritrovato costretto a ricominciare da zero. A Qaraqosh ad esempio, il villaggio principale della Piana di Ninive, su 12 mila famiglie ne sono tornate solo 6.000.

 

«IL PAPA CI DARÀ LA FORZA PER ANDARE AVANTI»

«L’arrivo del Pontefice è come un balsamo sulle ferite ancora aperte inferte dalle milizie dello Stato Islamico. È un ricordo ancora vivo. Abbiamo vissuto giorni neri e pieni di dolore, anni trascorsi nei campi profughi, in rifugi di fortuna, senza più niente se non quelle poche cose che siamo riusciti a portare via quella notte. Non è facile perdere tutto e ritornare per cominciare da zero», ha spiegato a Sir don Majeed Attalla, segretario dell’arcivescovo siro-cattolico di Mosul, monsignor Youhanna Boutros Moshe. «Il Papa verrà a confermarci nella fede e ci darà forza per andare avanti».

 

Non solo i cristiani, ma tutti gli iracheni attendono il Papa. È stato il presidente iracheno Barham Salih a invitare il Santo Padre nel luglio 2019, nella speranza che il Pontefice aiuti il paese a risollevarsi dopo anni di sofferenze. Il ministro degli Esteri Fuad Hussein ha sottolineato che «la visita porterà un messaggio di pace per il nostro paese e per tutta la regione». Qualcosa che per gli iracheni vale anche più del vaccino.

 

@LeoneGrotti

Foto Ansa