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Sergio Giuntini, «Sport e shoah»

«Sport e shoah» è il titolo del saggio di Sergio Giuntini, il quale racconta le storie di molti atleti (alcuni di altissimo livello) uccisi dai Nazisti nei campi di sterminio.


Sergio Giuntini, «Sport e shoah»

 

del 13 aprile 2014

 

Era appena il secolo scorso – a volte la memoria dimentica oltre che ingannare – in cui la libertà vissuta su un campo di gioco all’improvviso prese la forma e le misure del campo di torture e di lavoro, chiuso dal resto del mondo da un filo spinato. Il campo era un lager, nazifascista. E lì, tra i sei milioni di vittime dell’Olocausto, tra grida nel vergognoso silenzio, si consumò un ulteriore genocidio che non è mai stato indagato fino in fondo, quello dello sport. Una pagina nera, listata a lutto, che va sotto il nome di Sport e Shoah che ora è anche il titolo del saggio dello storico Sergio Giuntini, il quale parte subito da un dato inquietante e ai più sicuramente ignoto: «Si calcola che tra i sei milioni di vittime del nazifascismo, il martirologio sportivo abbia causato la morte di sessantamila atleti, di cui 220 di alto livello».

 

 

La statalizzazione dello sport nella Germania nazista seguiva il regime spartano, quindi prettamente difensivo e in netto antagonismo con la filosofia classica dell’olimpismo ateniese. Il popolo di Davide, accusato di scarsa attitudine alle attività fisiche, aveva solo in parte recepito la spinta di Max Nordau (alias Maximilian Sudfeld) che a Basilea, nel 1898 al congresso sionista dello sport semita, ammoniva la platea: «Noi dobbiamo aspirare a creare di nuovo una forza ebraica e l’efficienza fisica sembra una delle strade più importanti e feconde da intraprendere. Presso nessun popolo la ginnastica dovrebbe avere un ruolo preminente come tra gli ebrei perché un popolo che vuole liberarsi può aiutarsi solo da sé».

 

 

Era ancora lontana la minaccia del totalitarismo, quando a Vienna, nel 1909, il messaggio di Nordau venne accolto dallo Sport Klub Hakoah (in ebraico hakoah significa “forza”) che nacque come società ginnica per aprirsi al nuoto e al calcio. Nella squadra femminile di nuoto figuravano Ruth Langer, Locie Goldner e Judith Deutsch, che passeranno alla storia per essersi rifiutate di gareggiare alle Olimpiadi naziste del 1936.

 

 

Quei Giochi in cui la Germania pur di vincere schierò anche uomini spacciandoli per donne, come Herman Ratjen (la sua storia è stata trasposta cinematograficamente in Berlin 36 di Kaspar Heidelbach) che partecipò al salto in alto come “Dora” e sfiorò il podio, quarto posto. Caduto il nazismo e smessi i panni di Dora, Ratjen avrebbe confessato: «Sono stato costretto dai nazisti a travestirmi da donna. Per tre anni ho vissuto come una ragazza. È stato qualcosa di assurdo». L’assurda banalità del male, quella che ha costretto milioni di esseri umani, vittime innocenti, a diventare «cosa agli occhi degli uomini», come scrive Primo Levi ne I sommersi e i salvati.

 

 

Intere squadre di giovani affiatati e uniti dallo stesso sogno di gloria vennero ridotti a cose e poi cancellati, per sempre. Sorte toccata alla compagine calcistica dell’Hakoah, per cui faceva il tifo Franz Kafka. L’Hakoah, che scendeva in campo con la grande “H” cucita al petto di fianco alla stella di Davide, divenne campione d’Austria nel 1925 ma nel 1938, con l’Anschluss, udì il tragico triplice fischio finale. La federcalcio viennese gli confiscò i trofei vinti e cancellò dall’albo d’oro tutti i risultati conseguiti dalle “H”. Ma la penalizzazione indelebile fu che la maggior parte dei suoi calciatori vennero caricati sui vagoni chiodati di un treno di sola andata per il lager di Theresienstadt. Le ultime immagini che rimangono di quei ragazzi sono su un campo di calcio: con la maglia bianca stellata affrontavano la nerissima formazione delle SS.

 

 

Di una partita simile, tra i carnefici delle SS e la squadra speciale dei Sonderkommando (deportati ebrei addetti alla pulizia dei crematori), racconta anche Levi sempre ne I sommersi e i salvati. Anche in un luogo di morte come i lager si continuò a fare sport. «In una recente mostra organizzata al Memoriale dell’Alsazia-Mosella, “Sport dans le camps nazis” – spiega Giuntini – i curatori sottolineano che lo sport occupa uno spazio centrale nell’ideologia nazista: invade le scuole, le organizzazioni giovanili, le fabbriche, i villaggi, le città e per ricaduta anche i campi di sterminio».

 

 

Si trattava di sfide di vita o di morte, come quelle che sostenne il pugile italiano, del ghetto di Roma, Leone Efrati, detto “Lelletto”. I suoi aguzzini lo nutrivano solo per tenerlo in piedi per poi massacrarlo di botte sul ring. Lelletto il 16 aprile 1944 stramazzò al tappeto durante il suo ultimo match dopo aver difeso il fratello che era stato picchiato da un kapò. Morì con i guantoni allacciati, coperto dal fango del lager di Neuengamme (Amburgo). A giustiziare ebrei, atleti sinti, omosessuali e tutte quelle “razze” che per il nazismo non avevano diritto di vivere, era stata la ferocia di quelli che il “cannone di Ehrenfeld”, Albert Richter, definiva una «banda di criminali».

 

 

Era un asso del ciclismo “ariano” e il suo antinazismo venne tollerato fino a quando, dopo aver vinto il Gran Premio di Berlino del ’39, non riparò in Svizzera, nascondendo dei soldi che servivano per aiutare un amico ebreo. Richter venne misteriosamente trovato cadavere nel carcere di Lörrach, così come rimane un mistero la fine della stella più radiosa della nazionale di calcio austriaca, il bomber Matthias Sindelar, ebreo antinazista, morto nella sua casa viennese abbracciato alla compagna, l’ebrea italiana Camilla Castagnola.

 

 

Storie di resistenza, di sommersi e di giustiziati, affiorano anche quando si ricorda la prima medaglia olimpica femminile italiana, l’argento ai Giochi di Amsterdam 1928 conquistato dalle ginnaste dell’Onb di Pavia sconfitte in finale dalle fortissime ebree olandesi: Elka De Lieve, Judeike Simons, Helena Nordheim, Anna Polak ed Estella Agsterribe. Le ultime quattro caddero a Sobibor tra il marzo e il settembre del 1943; solo la De Lieve è riuscita a scampare alla “soluzione finale”. A Mauthausen in quello stesso anno ventun ginnaste cecoslovacche del Sokol subirono lo stesso tragico epilogo delle olandesi. Non c’era scampo neppure se eri stata un fiore all’occhiello dell’atletica leggera tedesca come la campionessa (del lancio del peso, del disco, del lungo e della staffetta 4x100) Lili Henoch, che con la madre venne inghiottita dal lager di Riga.

 

 

Julius Hirsch, colonna del Karlsruhe con cui vinse due titoli nazionali, diventò il primo calciatore ebreo convocato dalla nazionale tedesca (sette presenze e quattro gol), ma questo non gli evitò la deportazione ad Auschwitz, dove morì il 2 marzo 1943. Hirsch probabilmente non fece in tempo a incontrare il grande “mister” di Bologna e Inter (sotto il fascismo Ambrosiana), Árpád Weisz. Ebreo ungherese, dopo la promulgazione delle leggi razziali nel ’38 fu costretto ad abbandonare l’Italia e invano cercò di sfuggire alle persecuzioni: finì i suoi giorni con la moglie Elena e i figli Roberto e Clara nell’inferno di Auschwitz nel gennaio del ’44.

 

 

Nessun Paese ha pagato lo stesso prezzo alla Shoah quanto la Polonia, con i suoi tre milioni di ebrei sterminati. Tra questi figurava l’asso della sciabola Roman Kantor, oro a Berlino nel ’38, che quattro anni dopo perì nel campo di Majdanek. La scia luttuosa si interruppe solo con quel raggio di libertà che rividero gli occhi dei salvati, come il calciatore del Milan Ferdinando Valletti che tornò da Mauthausen, così come il lottatore ungherese Károly Kárpáti, argento alle Olimpiadi di Los Angeles 1932 e oro a Berlino 1936, che poté raccontare la sua vicenda di internato nel campo ucraino di Nadvirna.

 

 

Il giovanissimo Shaul Ladany nel ’44 uscì come “merce di scambio” dal lager di Bergen-Belsen e da marciatore partecipò alle Olimpiadi di Messico 1968 e a quelle di Monaco 1972. La sua vicenda di salvato appartiene a quelle esistenze a cui Primo Levi si rivolse quando anche un campo di gioco finalmente non era più un lager: «Vorrei poter dire la forza con cui desiderammo allora. Noi già sommersi, di potere ancora una volta insieme camminare liberi sotto il sole».

 

 

Massimiliano Castellani

http://www.avvenire.it

 

 

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