Se i muri delle scuole potessero raccontare questi primi giorni in presenza

 

Il timore non deve essere solo quello di un possibile nuovo lockdown e quindi del ritorno alla didattica a distanza, bensì dell’incapacità di creare ogni ora e ogni giorno un clima e un ambiente davvero formativi, educativi, culturali, appassionanti, creativi, ricchi di relazioni significative, inclusivi.

 

di Marco Pappalardo

 

Se i muri delle scuole potessero raccontare questi primi giorni in presenza, direbbero che tutto sembra uguale a prima della pandemia e allo stesso tempo profondamente diverso. In gioco come sempre studenti, docenti, dirigenti, personale, famiglie, ma le regole sul campo in realtà hanno cambiato il gioco stesso. La questione più grande è quella di capire che essere e fare scuola non corrisponde a ciò che ci è stato ripetuto nei mesi estivi, puntando tutto su banchi e sedie singoli, sulle rime buccali da misurare, sulla sanificazione continua e sulle mascherine, sugli ingressi ed i percorsi diversificati nello spazio e nel tempo. Non sono regole e prassi inutili, al contrario sono tanto necessarie e totalizzanti che la sfida vera è quella che l’essenza e il cuore della scuola emergano, antichi e sempre nuovi. Il timore non deve essere solo quello di un possibile nuovo lockdown e quindi del ritorno alla didattica a distanza, bensì dell’incapacità di creare ogni ora e ogni giorno un clima e un ambiente davvero formativi, educativi, culturali, appassionanti, creativi, ricchi di relazioni significative, inclusivi. Se non proteggiamo e valorizziamo questo piccolo ecosistema e questo fondamentale microclima, pur in presenza vivremo più che una nuova chiusura strutturale una sorta di blackout di sogni, di progetti, di passioni, di legami, di stimoli, di prospettive. Ho ascoltato una bambina della primaria affermare che il virus le aveva portato via le sue compagne di classe. Certo non per una questione di salute fortunatamente, ma a causa della divisione della classe per stare dentro le aule troppo piccole per tutti secondo le regole; tuttavia possiamo solo lontanamente immaginare quanto sia triste questo distacco a quell’età, quando la sensibilità è così grande! Neanche i più grandi tra gli studenti sono esenti dai piccoli traumi per un ambiente che si ama e si odia allo stesso momento, divenuto certamente più stretto e limitante di un anno fa. Allora, mentre celebriamo la “Giornata Mondiale degli Insegnanti” in un momento in cui c’è poco da festeggiare, questa ricorrenza sia lontana da autocelebrazioni o incensazioni di facciata, e rafforzi ogni docente nella propria scelta professionale, in quel “sì” quotidiano per la porzione più delicata della società per la quale siamo una specie di medici. Oggi rinnoviamo quasi una promessa, il nostro “Giuramento di Ippocrate”, quella di farci carico degli alunni affidati con responsabilità, competenza, professionalità, duttilità, empatia; e ancora con la voglia di puntare in alto, con la pazienza dell’agricoltore, con lo spirito di squadra, con lo sguardo avanti, con il sapere stare accanto discretamente, con autorevolezza; e poi in costante ricerca del vero e del bello, con curiosità intellettuale, con la passione per le discipline e per la vita, con la capacità di suscitare le piccole e grandi domande di senso, con equilibro e sapienza. Non ho descritto dei supereroi, perché non ho elencato dei superpoteri, al contrario delle “virtù” profondamente umane, a volte da tirare fuori, da riscoprire, da riaccendere, da curare, da suscitare, da condividere, da arricchire. Nella saga di Harry Potter si ripete più volte che è la bacchetta magica a scegliere il mago e non viceversa; ora la nostra bacchetta magica ci ha già scelto a suo tempo, più o meno lontano, tuttavia le sue potenzialità sono possibili solamente quando la impugniamo, cioè ci impegniamo, e quando proferiamo la formula giusta, cioè quelle parole affascinanti e coinvolgenti che nessuna distanza o mascherina potrà limitare.