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Scuse.

Va dissipato un grosso equivoco a riguardo della nostra vocazione: il Signore non ci chiama per parlare, per dire qualcosa, ma per essere.


Scuse.

da Teologo Borèl

del 13 maggio 2007

«Mio Signore, io non sono un buon parlatore». «Parlerà lui al popolo per te: allora egli sarà per te come bocca e tu farai per lui le veci di Dio» (Es., 4, 10, 16).

 

OBIEZIONE RESPINTA

 

Leggendo i racconti di vocazioni, quali vengono registrati nell'Antico Testamento, ci si rende conto come non tutto fili sempre liscio. Da parte dell'uomo, spesso e volentieri, si avanzano obiezioni, riserve, proteste di incapacità e di indegnità. Talora assistiamo a vere e proprie resistenze di fronte a una missione di cui si avverte il peso e la responsabilità.

 

Una obiezione abbastanza frequente per sottrarsi alla chiamata divina e relativo impegno è quella della propria... difficoltà di parola. Geremia riferisce con molta semplicità la sua storia in proposito: «Mi fu rivolta la parola del Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”. Risposi: “Ahimé, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane”. Ma il Signore mi disse: “Non dire: Sono giovane, ma va' da coloro a cui ti manderà e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti. Oracolo del Signore”. li Signore stese la mano, mi toccò la bocca e il Signore mi disse: “Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca. Ecco, oggi ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare”» (Ger. 1, 4‑10).

 

Geremia non ha fatto un ragionamento semplicissimo: se il Signore mi ha conosciuto prima ancora che nascessi, deve essere pure informato della mia giovane età e dei miei limiti e delle mie scarse doti oratorie...

 

Comunque, Jahvé pare non curarsi neppure delle preoccupazioni del suo profeta. Respinge la sua obiezione con un gesto significativo: gli tocca la bocca e gli pone sulle labbra le Sue parole. Tutto sistemato... C'è perfino una assicurazione precisa: «Io sarò con te per proteggerti». Che cosa pretendi di più?

 

 

MOSE’, INVECE, INSISTE

 

Assai più restio ad arrendersi si dimostra Mosè, che continua a giustificarsi: «Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua» (Es., 4, 13). Io non sono idoneo, per via della lingua poco sciolta. Ti ringrazio dell'onore, della preferenza che mi hai accordato, ma cedo volentieri il posto a qualcun altro... Non puoi contare su di me.

 

E Mosè non perderà occasione per piagnucolare: «Ho la parola impacciata» (Es. 6,13, 30). Quel difetto doveva ottenergli la dispensa dal servizio... militare (andare dal Faraone era peggio che partire per la guerra ... ).

 

Ma Jahvé non aveva ritenuto valido quel motivo e aveva ribadito il suo comando: «Ora va’! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire» (Es., 4, 12).

 

A un certo punto, il Signore finisce per stizzirsi a motivo dei lagni del suo profeta. E gli propone una soluzione piuttosto spiccia: «Non vi è forse il tuo fratello Aronne, il levita? Io so che lui sa parlare bene. Anzi sta venendoti incontro. Ti vedrà e gioirà in cuor suo. Tu gli parlerai e metterai sulla sua bocca le parole da dire e io sarò con te e con lui mentre parlate e vi suggerirò quello che dovrete fare. Parlerà lui al popolo per te: allora egli sarà per te come bocca e tu farai per lui le veci di Dio. Terrai in mano questo bastone, con il quale tu compirai i prodigi» (Es. 4,14‑17).

 

Quasi a precisare: non sei in grado di parlare? Ebbene, tuo fratello ti sostituirà in questo compito marginale. Infatti, per la missione che ti affido non ho bisogno granché della tua bocca. Ho piuttosto bisogno di te. Quindi, dividiamo le parti: Aronne parlerà al tuo posto, e tu... ti limiterai a compiere prodigi!

 

 

IL CRISTO INGOMBRATO DALLE NOSTRE PAROLE

 

Ah, se il Signore ci ricordasse questa verità essenziale della nostra vocazione: non è importante ciò che dici con la bocca. Se non te la senti di parlare, taci pure. E spiegati col miracolo della tua esistenza, coi prodigi del tuo essere, col «segno» della tua vita. Il Cristo è ingombrato da apostoli che parlano di lui. Come, invece, ha fame e sete di apostoli che lo vivano!

 

«Essere prete non è recitare Cristo agli altri, è darlo. Il cristianesimo non è una dottrina, è una Vita, o meglio è una dottrina per essere una vita, una luce, ma una luce di Vita, come dicevano i primi cristiani. Il cristianesimo non si comunica allo stesso modo in cui si comunica un sistema intellettuale, ma nel modo in cui si trasmette la vita. La vita non può provenire che dalla vita, un vivente è generato da un vivente» (A. Peyriguère).

 

Va quindi dissipato un grosso equivoco a riguardo della nostra vocazione: il Signore non ci chiama per parlare, per dire qualcosa, ma per essere.

 

D'altra parte, a una carenza in fatto di parola si può sempre rimediare. Anzi, esiste la certezza che qualcuno parlerà al nostro posto nei momenti decisivi. «...Non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire. Perché non sarete voi a parlare, ma lo Spirito del Padre parlerà per voi » (Mt., 10, 19‑20). Dunque, lo Spirito ci sostituisce a parlare. Ma non può sostituirci se ci rifiutiamo di essere. Se la bocca balbetta, si può sempre trovare una soluzione di ripiego. Ma se balbetta la vita, ne va di mezzo l'essenza stessa della nostra vocazione...

don Alessandro Pronzato

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