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Scusate, dove sono i laici?

Le «sfolgoranti verità» di Benedetto XVI. E l'impazzimento dei chierici. «Bruceranno anche Dante? Se aggrediscono il Papa della ragione c'è da aspettarsi di tutto».Intervista a Giuliano Ferrara.


Scusate, dove sono i laici?

da Quaderni Cannibali

del 25 settembre 2006

Sabato scorso gli ho inviato un sms. «Letto il New York Times?». Risposta: «Già sfanculati». Come poi abbiamo visto e apprezzato sul Foglio rosa di lunedì 18 settembre. Dove Giuliano Ferrara demolisce punto per punto un editoriale del NYT allineato con Al Jazeera nel giudicare «un insulto all'islam» la lezione di Benedetto XVI a Ratisbona e nell'intimare al Papa, neanche fosse uno scolaretto nel left saloon, che «deve offrire con parole persuasive le sue scuse». è beffardo il direttore del Foglio. E preoccupato.

«Hanno scritto una sequela di enormità. Pericolose enormità, che dimostrano la chiusura del cerchio magico dentro il quale si collocano ormai il correttismo politico occidentale e l'islamismo politico della umma maomettana». Per paradosso verrebbe quasi da ringraziare i mestatori dell'odio. E i loro raffinati fornitori di alibi. Se non ci fosse stata la furibonda reazione del pensiero totalitario - che, come ha scritto Magdi Allam, dà la misura della follia che minaccia le élite musulmane, e noi - dalle nostre parti si sarebbe tranquillamente svicolato dalla lectio magistralis di Benedetto XVI. Nel frattempo è successo qualcos'altro. è successo che l''atea cristiana' Oriana Fallaci se n'è andata come ha voluto lei. Nella massima discrezione. Non nella solitudine. Ma come ha voluto lei. Con un amico papista che Oriana ha voluto le tenesse la mano fino alla morte (vedi monsignor Rino Fisichella, qui, a pagina 64). Con la cupola di Brunelleschi negli occhi fino a che ha avuto occhi per guardare. Con le campane che ha chiesto suonassero al suo funerale. Ecco perché la nostra conversazione con il direttore del Foglio non poteva non cominciare da lei, Oriana.

 

Abbiamo letto il suo michelangiolesco ritratto di Oriana Fallaci. Com'è andata tra lei e la «dolce furia armata»?

Non mi piace parlare delle persone che se ne sono andate in termini troppo personali, lasciando che l'Ego si prenda spazi indebiti. Oriana aveva bisogno di interlocutori forti, che non le chiedessero l'ennesima spremitura della sua celebrità ma invece un aiuto, un sostegno politico e intellettuale. Nel Foglio trovò questo, secondo quanto lei stessa ha scritto esplicitamente nei suoi ultimi saggi. In particolare sul nesso fra critica dell'islamismo politico e stanchezza mortale dell'Occidente cristiano sferzato dall'onda lunga di una cattiva secolarizzazione, di una chiusura alla ragione intesa come la intende Ratzinger nel discorso di Ratisbona: una dimensione delle cose che Oriana scoprì anche attraverso di noi. Aveva anche bisogno di lettori non intimiditi dalla sua furia, che capissero il senso della sua dismisura formale e di certe sue intrattabili follie, ma senza cederle tutto il terreno che si voleva prendere, mantenendola umana e controvertibile, e salvando sempre la sostanza giusta del suo messaggio. Un rapporto non ipocrita, insomma, tra un giornale che scrive difficile e cerca di capire, senza rinunciare mai alla ricerca della verità e dell'identità, e un'anima come la sua che comunicava con epica facilità quanto aveva già capito. Da alleata scomoda, sopra le righe, era infine diventata un'amica con cui litigare in santa pace e in santa guerra culturale. Sul Foglio ha sempre pubblicato solo e soltanto testi che lei stessa ha proposto, in italiano e perfino in inglese. In un caso, fregandocene delle copie vendute e del chiasso promozionale, abbiamo dirottato un suo gran testo pronto per l'impaginazione su pagine nazionali di più rilevante portata. Lei si stupì, e fu felice di tanto disinteresse militante. Conservo, ma non nell'archivio delle vanità, che cancello ogni mattina, espressioni sincere, combattenti, della sua generosità di giudizio quando militammo insieme nella piccola grande guerra referendaria dell'embrione umano in nome di un comune dissenso laico.

 

Cos'è che le rende così appassionante e familiare la lezione di questo Papa, e in particolare questa di Ratisbona?

Un giornale di cultura politica, fuori mercato, ispirato a una visione non professionale del giornalismo, non può che cercare fonti della riflessione e del sapere dovunque queste si trovino. Basterà che lei guardi il panorama dell'intelligenza contemporanea, e vedrà che Ratzinger da tempo ne è il dominus incontrastato. Come si fa a non bere a quella fonte? Anche Habermas sarebbe morto di sete se non lo avesse fatto. In più, per quanto mi riguarda, ho una guida filosofica sicura, Leo Strauss, filosofo ebreo tedesco emigrato negli Stati Uniti negli anni Trenta, critico della modernità in nome della ragione oggettivistica, non di quella strumentale e tecnica, insomma il Logos degli antichi e del pensiero classico greco in particolare. Da un quarto di secolo, da quando uscii dal Pci e cominciai a studiare Strauss, mi preparavo senza nemmeno saperlo a un incontro laico con l'ultimo libero pensatore d'Occidente, il Papa, questo Papa teologo che nella sua Introduzione al cristianesimo aveva già detto tutto quanto era contenuto nel discorso di Ratisbona. Chissà che non lo obblighino a chiedere scusa anche per il suo lavoro teologico e filosofico di decenni. Nell'impazzimento generale, c'è da aspettarsi di tutto. Con timore e tremore.

 

La rassegna stampa di ciò che ha detto realmente Benedetto XVI è parecchio striminzita (e in qualche caso anche becera). Come si spiega questa avarizia di pensiero davanti a un Papa che cerca il confronto aperto?

I giornali fanno quello che possono. E che cosa possono di fronte all'ortodossia laicista e multiculturale? Ho letto nel Daily Telegraph analisi puntuali e anche ispirate del discorso del Papa e del suo significato culturale e politico. Ho letto un buon articolo di Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere, e, come al solito, pezzi ruvidamente combattenti di Magdi Allam. Poco altro. Per il resto, cretinate sullo 'scivolone' di Benedetto, sui malumori di curia per la sua rigidità teologica, e varie edulcorazioni e travisamenti pusilli a cui purtroppo non è estranea, magari per ottime intenzioni ireniste, la struttura della Chiesa cattolica. Ma che la pace del dialogo si possa conquistare e consolidare senza la giustizia del pensiero, senza l'esercizio della ragione intorno alla verità, e che nemmeno una verità messa in bocca a un imperatore bizantino del XIV secolo sia digeribile per i bigotti del multiculti del XXI secolo, be', questo me l'aspettavo eppure mi ha stordito.

 

Per un verso dunque ha avuto ragione lei («Edulcoreranno le sue parole» e sarà «la solita semplificazione e atroce banalizzazione»). Per un altro si è andati oltre le sue aspettative. Di qua, ci sono state smussature ecclesiastiche, imbarazzo generale, garbati silenzi. Di là, il finimondo. Adesso sembrano più tranquilli. La lezione, l'ennesima che ci hanno impartito, è che tutto ciò che noi possiamo dire sull'islam è ciò che l'islam ci consente di dire. Altrimenti anche un discorso del Papa diventa una vignetta blasfema.

L'edulcorazione travisante è stata impedita dall'aggressione islamista al Papa, nella piena unità della umma, dal moderato Marocco all'appello a manifestare di Hamas, fino alle minacce. Quell'aggressione infame, che ci condanna in linea di principio a sottoscrivere la fine della libertà di pensiero in Occidente e la sottomissione al relativismo culturale, qualcosa di cui la vicenda delle vignette fu solo un leggero antipasto, ha trovato le classi dirigenti occidentali impegnate in una fumeria d'oppio. Invece di correre a difendere il professor Ratzinger e il Papa, invece di telegrafargli lo sdegno per l'aggressione, con poche eccezioni i leader dell'Occidente hanno manifestato il riserbo, l'imbarazzo e la misura ipocrita degli schiavi del pregiudizio, di gente incapacitata a pensare liberamente, di candidati alla dhimmitudine, di gente che non sa scandalizzarsi per la tracotanza folle che si è abbattuta sulla sede petrina in nome di princìpi di religione di Stato che sono, o dovrebbero essere, anatema per dei veri laici. A volte la cosiddetta diplomazia è la foglia di fico della vergogna.

 

Noi qui a Tempi abbiamo cercato di intervistare Jurgen Habermas. Ci ha detto no (sia a noi che a Die Welt). Habermas, che è amico personale del Papa (hanno scritto anche un libro insieme), alla nostra richiesta di commentare il discorso di Ratisbona ha risposto, testuale: «No, sono sconvolto, non ne voglio parlare». Per Baget Bozzo «il Pontefice ha rotto quella invisibile sharia che è caduta sull'Occidente».

Baget Bozzo ha perfettamente ragione, e un professore tedesco di talento, isolato nella sua casa e nella sua accademia, può ben provare paura di fronte alla forza smisurata delle idee quando siano laicamente espresse da un grande Papa. La confusione d'altra parte regna sovrana. Due giorni prima del discorso di Ratisbona, il giornalista Gad Lerner aveva scritto che Benedetto XVI vuole allearsi con l'islamismo in nome dell'asse del sacro per sottrarci le donnine nude, i desideri e i bisognini a noi così cari; due giorni dopo, il giornalista Antonio Socci ha straparlato di un Ratzinger strumentalizzato come «cappellano dell'Occidente», che è un po' azzardato da parte di un mancato profeta della Rai tv.

 

Nel merito, cos'è che l'ha impressionata di quel discorso che lei ha definito 'colossale'?

Ratzinger ha detto che il Dio di Maometto è diverso dal nostro concetto ebraico e cristiano (e greco) del divino come Logos, che la sua assoluta trascendenza e arbitrarietà volontaristica impedisce l'incontro di fede e ragione e può provocare, nella lettura prevalente da secoli del corpus coranico, un proselitismo forzato, armato, che la nostra tradizione culturale deve saper riconoscere sia nella difesa di ciò che siamo sia nel dialogo con la cultura islamica e con le altre culture. Non mi sembra poco. O no?

 

La forza della posizione del Papa non starebbe nella difesa dell'Occidente in quanto tale. Ma in quanto civiltà cristiana, cioè fondata sull'idea di persona, su un 'Io' irriducibile a qualsiasi umma, comunità, collettività . D'altra parte, per arrivare a questa scoperta occorre un metodo di conoscenza. Il metodo della 'vera analogia' che lei ha sorpreso nell'intervento. Metodo per cui, ha riassunto, «le fonti del conoscere e del credere non appartengono al soggetto, al fare, all'esperimento scientifico, all'ordine del discorso, alla storia, ma all'essere». è consapevole che questo richiamo al 'metodo dell'essere' è la cosa più astrusa cui un moderno possa pensare?

Il Papa ha fatto nel XXI secolo quello che Dante Alighieri fece a cavallo tra il XIII e il XIV secolo. Ha espresso in filosofia l'epica della Commedia, cioè la deflagrante idea di una persona umana integrale che ispira pietà per quanto è terrena, e suscita amore e speranza per quanto è grande e libera la sua possibilità di stare dentro l'eterno. O vogliamo censurare Dante e le sue terzine in volgare cristiano, magari quelle su Maometto?

 

Al di là della citazione dell'imperatore Paleologo, il grosso del messaggio papale è dedicato al duplice nichilismo, islamista e occidentale. Entrambi convergenti, anche se da percorsi diversi (di qua la Riforma, la teologia liberale, lo scientismo; di là il risveglio di una interpretazione letterale e radicale del Corano), nel processo di deellenizzazione, di svuotamento della razionalità e sviluppo della pura volontà di potenza. Come si riparte da qui?

La domanda è troppo difficile per le mie forze. Sapessi dire come si riparte chiederei l'elezione al Soglio alla prima occasione, che spero lontana secoli. è vero, sacrosanto, che il nichilismo islamista è il contrappasso del nichilismo moderno, e ne avrà ragione, secondo Bernard Lewis, in un tempo ahimé inferiore alle nostre aspettative irenistiche. Intendiamoci: la scienza moderna è una benedizione dell'umanità, Lutero ha gridato in una lingua impareggiabile lo scandalo dell'incomprensione moderna di un Dio oggettivo e vivente nella Chiesa di Cristo, richiamando il divino che atterrisce nella coscienza individuale, Karl Barth è un grande teologo, e nei testi paolini e agostiniani, per nostra fortuna, c'è di che riflettere in eterno. Voglio dire che la fine della cristianità come il medioevo l'ha conosciuta è un fatto, e non sono i partiti di Lepanto che risolvono il problema. Però, che si isoli il Papa nella gaffe diplomatica per aver detto una sfolgorante verità, in un mondo occidentale che ha costruito gli altari idolatrici della tecno-scienza e del pensiero debole, questo è troppo, e grida vendetta.

 

Nessuno ha più voglia anche solo di sentire né nominare parole come 'verità'. Eppure difendono la verità di non avere verità come pitbull inferociti. è un clima da mafia più che di nichilismo aperto. Al festival di Venezia in una sola occasione la sala è stata satura di fischi: quando nel film di Oliver Stone (che è Oliver Stone) un Gesù Cristo è comparso sulla scena tragica delle Torri Gemelle. Suppongo che se fosse comparso Star Trek o un asino volante non ci sarebbe stata quella reazione. Non si tratta di piagnucolare. Si tratta di registrare un accecamento senza precedenti. Fino a ieri uno poteva dire: vabbè, è il politicamente corretto. Ma adesso quando senti dire a Venezia «finché ci sarà l'imperialismo americano, non ci saranno abbastanza attacchi terroristici», uno si sente prigioniero della follia per cui se parli al telefono di pallone esplode l'indignazione giudiziaria, se insisti a seminare questo odio suicida ti danno i premi cinematografici, giornalistici, letterari. Perché siamo ostaggi di questa infamia?

 

Stone mi sta antipatico qualunque cosa faccia. è uomo da botteghino, come legioni di artisti liberal, nel senso peggiore del termine. Anche quando vaneggia Cristo, come ha cercato di fare, per farsi perdonare, l'allegro Benigni. L'accecamento c'è, ed è forse Dio che acceca coloro che vuol perdere. Chissà perché. comunque anche un laico non credente può sperare e forse perfino pregare con voi, a suo modo.

 

La Arendt sosteneva che il pensiero totalitario è inerente a una posizione che è pronta a sacrificare la realtà in nome della proiezione di un pensiero, un'idea, un sogno. In definitiva è pronto per il dominio totalitario l'uomo che rinuncia alla verità. Stando così le cose dalle nostre parti, e non solo, le chiederei con Lenin: 'che fare?'.

Non lo so.

Luigi Amicone

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