Quando la sofferenza diventa icona

Georges Rouault

In questa rubrica attraversiamo le vite e le opere di artisti che, con il loro linguaggio unico, aprono spiragli di luce sulle domande profonde dell’uomo. Un viaggio dove l’arte si fa incontro, specchio e provocazione per chi cerca senso nel presente.

C’è un’ora della sera in cui le città sembrano trattenere il fiato. Le strade si fanno più scure, i volti più veri, e la vita — quella che di giorno corre — rallenta il passo come per lasciarsi guardare. Se c’è un artista che ha saputo abitare proprio quell’ora, con le sue ferite e la sua dignità nascosta, è Georges Rouault. La sua pittura non consola, non abbellisce, non addolcisce: accompagna. E, mentre lo fa, apre uno spiraglio di spiritualità che sorprende chiunque si lasci avvicinare.

Rouault è cresciuto tra artigiani, vetrai, restauratori: una scuola di umiltà, dove si impara che la bellezza nasce sempre dalla pazienza, e che ogni crepa può diventare luce. Quando, più avanti, dipingeva i suoi clowns tristi o i suoi Cristi piegati dal dolore, pareva proprio di intravedere quell’antica sapienza: il dolore non va nascosto, ma trasfigurato. E non certo per compiacere lo sguardo di chi osserva, ma per custodire la verità di chi lo porta dentro.

Uno dei quadri più potenti di Rouault è “Cristo oltraggiato”. Non è un Cristo trionfante: è un volto ferito, circondato dal buio, da cui emerge una luce che non è estetica, ma morale. È come se Rouault dicesse che la vera gloria passa sempre dalla debolezza, e che il mistero della fede non è mai separabile dalle storie di chi soffre. A guardarci bene, sembrano quadri nati più per le periferie del mondo che per i musei.

Eppure, proprio qui nasce una parola che può diventare quasi confidenziale per i giovani di oggi. Perché Rouault, con la sua arte spoglia e coraggiosa, sembra mettere in scena ciò che molti di loro provano: l’impressione di camminare in un mondo che pretende risultati, sorrisi e performance, mentre dentro si muove un groviglio di domande. E allora i colori spessi, le linee marcate, i volti segnati delle sue tele non sono più materia da intenditori, ma una piccola scuola di autenticità.

Se ci pensiamo, è un movimento molto salesiano. Don Bosco osservava i suoi ragazzi uno ad uno, senza mai fermarsi all’apparenza. Anche quando vedeva ribellione o fatica, cercava quella scintilla buona che poteva essere accesa. Rouault fa la stessa cosa con i suoi personaggi: non li giudica, non li sistema; li guarda, li prende sul serio. E così facendo restituisce loro una dignità nuova.

C’è poi un’altra suggestione. Rouault dipinge la sofferenza come un’icona, cioè come un passaggio attraverso cui la vita può essere illuminata. È una lezione silenziosa, che non ti obbliga a niente, ma ti invita a non avere paura delle tue ombre. Sappiamo che Dio non cancella le fragilità, ma le usa per far passare più luce. Rouault, a modo suo, lo conferma.

Forse questo è il motivo per cui le sue opere continuano a parlarci: perché non si accontentano di mostrarti qualcosa, ti chiedono qualcosa. Ti invitano a fermarti, a lasciarti toccare, a non scappare davanti alle tue stanchezze. E, soprattutto, a credere che anche nelle pieghe più dure della vita può nascere una bellezza diversa, quella che non fa rumore ma cambia il cuore.

In fondo, è ciò che cerchiamo tutti. Anche i giovani che incontriamo nelle scuole, negli oratori, negli ambienti digitali. Una voce che dica: “Non sei un caso perso. C’è una luce che ti abita, anche quando non la vedi”. Rouault lo fa senza parole, con pennellate spesse che sembrano preghiere. E forse è proprio qui che la sua arte diventa buona notizia.

 

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