Nella Giornata mondiale per la prevenzione degli abusi sui minori, una responsabilità che riguarda tutti: costruire ambienti nei quali bambini e ragazzi possano sentirsi al sicuro, essere ascoltati e crescere senza paura.
Arina Krasnikova
«Posso dirti una cosa? Però promettimi che non lo racconti a nessuno».
A volte una richiesta di aiuto comincia così. Con una frase pronunciata a bassa voce, in un momento nel quale gli altri sono già usciti dalla stanza. Un ragazzo cerca le parole, si interrompe, osserva la reazione dell'adulto che ha davanti. Forse ha paura di non essere creduto. Forse teme di aver fatto qualcosa di sbagliato. Forse non sa nemmeno come spiegare ciò che sta vivendo.
In quel momento la risposta di chi ascolta può fare una grande differenza.
Si può minimizzare, cambiare discorso, chiedere di non pensarci più. Oppure ci si può fermare, ascoltare con attenzione e prendere sul serio quelle parole.
Perché quando un bambino o un adolescente trova il coraggio di raccontare qualcosa che lo fa soffrire, ha bisogno di incontrare qualcuno disposto a proteggerlo.
Il 18 novembre si celebra la Giornata mondiale per la prevenzione e la guarigione dallo sfruttamento, dagli abusi e dalla violenza sessuale sui minori, istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2022. Una ricorrenza che richiama l'attenzione su una realtà dolorosa, spesso nascosta, e sulla necessità di prevenirla, proteggere le vittime e accompagnare chi ha subito violenza in un percorso di cura e di giustizia.
Parlarne con rispetto, senza cercare particolari impressionanti e senza trasformare la sofferenza in uno spettacolo, è già un primo passo per costruire una cultura della protezione.
Ogni bambino ha diritto a crescere in un ambiente nel quale sentirsi rispettato e al sicuro. Ha diritto a ricevere affetto senza essere manipolato, a vedere riconosciuti i propri confini personali e a sapere che nessuno può approfittare della sua età, della sua fragilità o della sua fiducia.
Gli abusi rappresentano una violazione profonda di questi diritti.
Possono avvenire in contesti differenti e coinvolgere persone estranee, ma anche persone conosciute, delle quali un bambino o un ragazzo si fida. Per questo non basta insegnare ai più piccoli a stare attenti agli sconosciuti.
È necessario aiutarli a riconoscere le situazioni nelle quali qualcuno supera i limiti del rispetto, utilizza la propria posizione per esercitare pressioni o pretende di mantenere segreti che provocano paura e disagio.
La violenza, infatti, non si manifesta sempre attraverso minacce evidenti. Può essere accompagnata da manipolazione, richieste di silenzio, promesse, regali o comportamenti che creano confusione e dipendenza.
Uno degli ostacoli più difficili da superare è il silenzio.
Un bambino può tacere per vergogna, per paura delle conseguenze, perché teme di perdere l'affetto di qualcuno o perché pensa che nessuno gli crederà. Può sentirsi responsabile di quanto è accaduto, anche se non lo è. Qualche volta prova a parlare, ma incontra risposte che lo scoraggiano.
«Forse hai capito male». «Non può essere successo davvero». «Sei sicuro di quello che dici?».
Sono frasi che rischiano di chiudere una porta proprio quando qualcuno sta cercando di aprirla.
Ascoltare un minore che racconta una situazione di abuso significa accogliere la sua parola con serietà, non colpevolizzarlo e attivare le persone e i servizi competenti perché possa essere protetto.
Non bisogna costringerlo a ripetere continuamente il racconto, sottoporlo a domande pressanti o cercare di verificare da soli ciò che è successo.
È importante anche non promettere un segreto assoluto. Ci sono situazioni nelle quali proteggere un ragazzo significa necessariamente coinvolgere altre persone responsabili, capaci di intervenire in modo adeguato.
Un adulto affidabile non è quello che promette di tenere tutto nascosto. È quello che sa ascoltare e poi agire per la sicurezza di chi gli ha chiesto aiuto.
A volte la frase più importante è anche la più semplice: «Hai fatto bene a parlarmene. Non è colpa tua. Cerchiamo insieme l'aiuto necessario».
La tutela dei minori comincia molto prima.
Comincia dal modo in cui organizziamo la vita di una scuola, di un oratorio, di un'associazione sportiva o di un gruppo educativo.
Un ambiente sicuro non nasce semplicemente perché le persone che lo frequentano hanno buone intenzioni. Ha bisogno di regole chiare, adulti preparati, responsabilità definite e procedure conosciute per segnalare comportamenti inappropriati.
Chi lavora con bambini e adolescenti deve sapere quali confini rispettare, come gestire le relazioni educative e a chi rivolgersi quando emerge una situazione preoccupante.
Nelle relazioni tra adolescenti, ad esempio, il consenso, la libertà e il rispetto non possono essere considerati questioni secondarie. Nessuno ha il diritto di esercitare pressioni, utilizzare immagini intime per ricattare qualcuno o pretendere dimostrazioni di affetto.
Anche il mondo digitale richiede un'educazione attenta.
Una richiesta di fotografie personali, un messaggio insistente o una relazione online nella quale qualcuno cerca di isolare un ragazzo dalle persone di fiducia possono diventare segnali di una situazione rischiosa.
I giovani hanno bisogno di adulti con i quali parlare delle proprie esperienze digitali senza temere automaticamente una punizione o un giudizio. Devono sapere che, se qualcosa li mette in difficoltà, possono chiedere aiuto anche quando hanno commesso un errore o condiviso contenuti dei quali ora si pentono.
La vergogna non deve mai diventare un ostacolo alla protezione.
Educare significa offrire strumenti per riconoscere i rischi, ma soprattutto costruire relazioni nelle quali sia possibile raccontare ciò che accade.
Per Don Bosco, l'educazione non poteva essere separata dalla presenza degli adulti accanto ai ragazzi.
Il suo Sistema Preventivo, fondato su ragione, religione e amorevolezza, nasceva dalla convinzione che un giovane avesse bisogno di essere accompagnato, conosciuto e aiutato a crescere dentro un rapporto di fiducia.
L'educatore non doveva limitarsi a intervenire dopo un errore. Era chiamato a condividere la vita dei ragazzi, a essere presente nei cortili, a conoscere le loro difficoltà e a creare un ambiente nel quale potessero sentirsi accolti.
Nel Vangelo Gesù riserva ai piccoli un'attenzione particolare.
Quando i discepoli cercano di allontanare i bambini, Gesù interviene e chiede che vengano lasciati avvicinare a lui. Non li considera persone senza importanza, da tenere ai margini delle questioni degli adulti.
In un altro passaggio del Vangelo di Matteo, Gesù usa parole durissime contro chi scandalizza uno dei piccoli che credono in lui.
Sono parole che non possono essere ridotte a un semplice richiamo morale.
Ricordano alla comunità cristiana che la vita, la dignità e la fiducia dei più piccoli non sono mai sacrificabili.
Il perdono cristiano non cancella la necessità di accertare i fatti, proteggere chi ha subito violenza e impedire che altre persone siano ferite.
Anche l'accompagnamento spirituale deve rispettare i tempi, la libertà e il vissuto di ciascuno. Non può sostituire il sostegno psicologico, medico e legale quando necessario.
La fede può diventare una risorsa nel cammino di guarigione, ma non deve mai essere imposta come una soluzione immediata alla sofferenza.
Ogni persona ha diritto a essere accompagnata senza pressioni e senza vedersi chiedere di dimenticare ciò che ha vissuto.
La prevenzione degli abusi non riguarda soltanto gli specialisti.
Riguarda i genitori, gli insegnanti, gli allenatori, gli animatori, i catechisti, i sacerdoti e tutte le persone che condividono la vita dei bambini e dei ragazzi.
Un ragazzo deve poter sapere a chi rivolgersi quando qualcosa non va. Deve incontrare adulti capaci di prendere sul serio le sue parole, anche quando riguardano una persona stimata o molto conosciuta.
Chi riceve una richiesta di aiuto deve sapere come agire, senza improvvisare e senza lasciare la situazione senza risposta.
Questa giornata ci domanda di verificare se le nostre case, scuole, associazioni e comunità siano davvero ambienti nei quali i più piccoli possono crescere senza paura.
Se esistano regole di protezione conosciute e applicate. Se gli adulti siano preparati ad ascoltare. Se i ragazzi sappiano a chi chiedere aiuto. Se siamo capaci di intervenire anche quando farlo risulta scomodo.
Proteggere non è un compito che si aggiunge all'educazione.
È una delle sue condizioni fondamentali.
Perché un bambino può imparare, giocare, fidarsi e scoprire le proprie capacità soltanto quando sa di non dover affrontare da solo ciò che lo spaventa.
E ogni adulto che sceglie di ascoltare, rispettare e custodire contribuisce a rendere possibile questa fiducia.
Nella tua scuola, nel tuo oratorio o nel tuo gruppo, ogni ragazzo saprebbe a chi rivolgersi se non si sentisse al sicuro? E noi adulti siamo davvero pronti ad ascoltarlo e a proteggerlo?
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