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Prefazione

chi semina non suol essere precisamente quel desso che poi miete, e il germe da cui maturerà la gioia del mietere viene d'ordinario fecondato dalle la¬≠crime che per lo più accompagnano il travaglio del seminare.


Prefazione

da Memorie Biografiche

del 07 dicembre 2006

Nello svolgere le pagine di questo volume parrà più volte ai lettori di vedere Don Bosco insanguinare la persona movendo i passi sotto quel Pergolato da lui descritto in un notissimo sogno. Era un pergolato di magnifiche rose: rose sopra il capo, rose sotto i piedi, rose da ambo i lati; ma tutte quelle rose nascondevano tremendi aculei, che nell'andare gli squarciavano le carni. Spettatori superficiali lo guardavano con ammirazione o con invidia incedere sicuro Per un cammino così fiorito; chi invece si appressava e si metteva sulle sue tracce, sperimentava subito a costo di quante e quali trafitture l'Uomo di Dio conquistasse ogni palmo di terreno.

    Anche il Presente volume narra fatti e produce documenti di due anni, che non senza discapito dell’esposizione si sarebbero sdoppiati. Procedendo così passo passo con gli anni del Beato e raccogliendo per via e coordinando checchè abbia rapporto col nostro Fondatore, noi raduniamo la maggior copia Possibile di elementi, non solo Per informare ad aedificationem i nostri Confratelli, ma anche con la mira di preparare tutto il materiale che potrà occorrere al futuro biografo, il cui ufficio sarà di delineare con sintesi poderosa la straordinaria figura del Santo, inquadrandola bene entro la cornice del suo tempo.

     Durante questo biennio l'operosità di Don Bosco nel governo della crescente Congregazione, nei ministeri sacri, nel maneggio degli affari, nei viaggi frequenti, nel parare i colpi degli avversari non subì alcun rallentamento, quantunque le condizioni della sua salute si facessero ognor più penose. Ora a meglio comprendere e valutare una sì stragrande attività tornano quanto mai opportune certe osservazioni del Beato Claudio De la Colombière. In un tempo nel quale, il lavoro apostolico lo teneva febbrilmente occupato, egli scriveva di sè alla sorella visitandina: “ Il difficile è stare del continuo fra gli uomini e non cercare che Dlo; aver sempre un da fare tre o quattro volte superiore alle proprie forze, e non perdere la calma dello spirito, senza della quale non si può possedere Dio; non disporre se non di Pochi minuti per rientrare in se stessi e raccogliersi in orazione e ciò nonostante evitare la dissipazione. Tutto questo è possibile, ma non è tanto facile ”. Che fosse possibile, ben si vide nei due Beati, con la differenza che un simile tenore di vita durò appena un paio d'anni per il De la Colombière, cioè durante il suo primo soggiorno in Paray-le-Monial, mentre per Don Bosco si protrasse almeno a un paio di ventenni. Tale possibilità, come accenna ivi il primo e come fu vero Per entrambi, deriva dall'applicarsi a ogni genere di occupazioni solamente per fini soprannaturali e perchè Dio lo vuole.

   Della spiritualità di Don Bosco è questo un lato su cui gettano nuova luce le parole proferite dal Santo Padre Pio XI in una udienza del 17 giugno 1932 agli alunni dei pontifici seminari romani, maggiore e minore. Fra le altre cose disse del nostro Beato il Papa: “ La sua vita di tutti i momenti era un'immolazione continua di carità, un continuo raccoglimento di preghiera; è questa l'impressione che si aveva più viva della sua conversazione: un uomo che era attento a tutto quello che accadeva dinanzi a lui. C'era gente che veniva da tutte le parti, chi con una cosa chi con un'altra: ed egli in piedi, su due piedi, come se fosse cosa di un momento, sentiva tutto, afferrava tutto, rispondeva a tutto, e sempre in alto raccoglimento. Si sarebbe detto che non attendeva a niente di quello che si diceva intorno a lui: si sarebbe detto che il suo pensiero era altrove, ed era veramente così: era altrove: era con Dio con spirito di unione; ma poi eccolo a rispondere a tutti: e aveva la parola esatta per tutto e per se stesso, così proprio da meravigliare: prima infatti sorprendeva e poi proprio meravigliava. Questa la vita di santità e di raccoglimento di assiduità nella preghiera che il Beato menava nelle ore notturne e fra tutte le occupazioni continue e implacabili delle ore, diurne ”.

    Da questo suo fondo di spiritualità Don Bosco traeva un'illimitata fiducia in Dio, per la quale nulla gli sembrava troppo arduo nelle opere a cui poneva mano, nulla lo turbava di fronte a qualsiasi eventualità del futuro. La stessa fiducia egli poi sapeva trasfondere ne' suoi collaboratori e cooperatori che, non mai troppo sgomenti da difficoltà interne o esterne, lo seguivano per la via da lui tracciata, gli uni condividendone le quotidiane fatiche, somministrando gli altri a lui e a' suoi col pane quotidiano anche mezzi moltiplicati a molteplici imprese.

    Un'altra cosa Don Bosco non perdette mai di vista in mezzo al trambusto degli affari: lo zelo per indirizzare a Dio le anime de' suoi Salesiani. A conseguire tale intento il suo gran segreto era amarli molto e individualmente tutti e far sì che ciascuno compiesse di buona voglia il proprio dovere. In pratica siffatta paternità universale, ma non generica e trascendentale, gli suggeriva quella moderazione che distingue gli uomini illuminati e veramente superiori e che, sapendosi adattare con buon criterio ai diversi temperamenti, tutti piega fortiter et suaviter là dove il bisogno o il dovere richiede

     E questo ci conduce a un'altra importante osservazione. Il lavorìo di Don Bosco per tirarsi su i soggetti che dovevano formare la base della sua Società, fu ben lungo e duro! Sceglierli, crescerli, plasmarli, affezionarli a sè e all’opera sua fu il suo travaglio di almeno trent'anni. E quante volte le sue speranze gli venivano frustrate da dolorosi abbandoni! Ma alla fine raccolse i frutti della sua invitta costanza, due specialmente, i quali furono la compattezza dei primi membri fra loro e col loro capo, e lo spirito di unione che da quelli noi abbiamo ereditalo. Fino a oggi infatti nessuna di quelle deplorevolissime scissure che afflissero in su gl'inizi altre famiglie religiose, ha scosso in sessant'anni la nostra bella compagine. Di tanta concordia fraterna qual prova più luminosa che la recente elezione del quarto Successore di Don Bosco? Più di ottanta elettori convenuti dalle quattro parti del mondo ecco che, senz'ombra di previa intesa, si sono affermati sul nome di Don Pietro Ricaldone con sì mirabile unanimità, seguíta da sì pronto consenso dei mille e mille non elettori, che il fatto non isfuggì all'attenta osservazione del Papa, il quale nella prima udienza concessa al novello Rettor Maggiore si compiacque di rilevarne il significato e il valore (I). I muri di un edifizio si fendono allorchè le fondamenta non hanno la dovuta stabilità; quando invece la durano compatti, è segno che l'architetto le ha basate su salda roccia. Dio non permetterà giammai, speriamo, che elementi deleteri si accostino a questa base; ma se col tempo principii rovinosi avessero ad attentarvi, nutriamo fiducia che, non che a disgregarla, non arrivino nemmeno a scalfirla. La piena conoscenza di Don Bosco nella sua vita, nelle sue opere e nel suo spirito avrà una sovrana e perpetua efficacia a cementare sempre più Ira loro le parti del gran tutto da liti creato.

     Ritorniamo a noi e al nostro modesto lavoro, Nonostante la prova dei fatti, anche nel periodo d  i cui qui ci occupiamo, quanta e quale incomprensione ci toccherà deplorare, e non in volgari intelletti! Mentre la forza stessa delle cose costringeva i più a esclamare Digitus Dei est hic !, per altri il dito di Dio stava occulto sotto l'umiltà del suo Servo. Nel campo evangelico è questa la sorte dei grandi seminatori; ivi chi semina non suol essere precisamente quel desso che poi miete, e il germe da cui maturerà la gioia del mietere viene d'ordinario fecondato dalle la­crime che per lo più accompagnano il travaglio del seminare.

 

       Torino, 13 agosto 1932.

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