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Prefazione

Così avvenne che, quando, a breve distanza dalla sua dipartita, fu annunciato l'inizio della sua causa di beatificazione, parve la cosa più naturale del mondo che per lui si passasse sopra in modo tanto insolito alle leggi dei tempi. ...


Prefazione

da Memorie Biografiche

del 11 dicembre 2006

Con questo diciottesimo volume si chiudono le Memorie Biografiche di San Giovanni Bosco. Dalla narrazione della sua vita balzano allo sguardo nettamente distinti tre Periodi. Fino al 1841 sono gli anni della vocazione e preparazione sacerdotale; seguono poi subito i travagliosi inizi della sua missione a pro della gioventù, ai quali si associano successivamente la lenta elaborazione degli elementi che formeranno la Pia Società Salesiana, il progressivo affermarsi di questa Società e il suo definitivo costituirsi mercè la pontificia approvazione delle Regole nel 1874; infine gli ultimi quasi tre lustri vanno dedicati al consolidamento e all'espansione di tutta l’Opera. Don Bosco in morte potè rimettere al successore un’istituzione, a cui nulla mancava di quanto le era essenziale per una vitalità rigogliosa e perennemente feconda.

     Ad arrotondare il numero dei volumi se ne aggiungeranno altri due, uno per dare la storia completa della glorificazione dagli esordi della causa, che si può dire Principiata immediatamente dopo la morte, all'universalità del culto, e un altro Per allestire un indice analitico, che faciliti nel miglior modo possibile le ricerche.

     In volumi sì numerosi e di sì gran mole la vita del fondatore ci si spiega dinanzi con una ricchezza d’informazioni, che nella letteratura agiografica forse non ha riscontro. Tanta profusione di notizie, se letterariamente parlando ha del soverchio, offre però gradito e utile pascolo alla numerosa famiglia del Santo, avida di conoscere a fondo e nei più minuti particolari le vicende paterne. Per i figli di Don Bosco le sue Memorie Biografiche saranno in ogni tempo un tesoro domestico d’incalcolabile valore.

      Negli estranei Può destare meraviglia e fors'anche diffidenza un cumulo così enorme di materiale biografico; ma la cosa è avvenuta nella maniera più naturale del mondo. In mezzo a’ suoi Don Bosco non condusse vita appartata nè svolgeva dietro una cortina impenetrabile la sua attività, ma stava in abituale contatto sia con i giovani che con i confratelli, operando sotto gli occhi di tutti, Parlando loro delle cose sue, ricevendoli con la massima frequenza e familiarità.

       Ebbe poi con esterni vicini e lontani, d'ogni classe sociale, infinite relazioni, accordando loro continue udienze e visitandoli Personalmente, beneficandoli nel corpo e nello spirito, mettendoli a parte de' suoi disegni e delle sue imprese, invocandone gli aiuti di cui abbisognava. L’effetto fu che una quantità innumerevole di persone si trovò al corrente di fatti e di detti suoi e in possesso di suoi scritti, sicchè non ci voleva gran fatica per averne copiosi ragguagli. Ad agevolare il lavoro degli storici contribuì ancora la venerazione che fin dai Primi tempi circondò l'uomo di Dio, la qual venerazione fece sì che in casa vi fosse chi prendeva nota delle sue parole e delle sue azioni e che fuori si conservassero gelosamente le sue lettere e si serbasse indelebile ricordo delle relazioni avute con lui. Inoltre egli stesso per ordine superiore lasciò come in eredità a' suoi figli pagine preziosissime su momenti importanti della propria vita. Che più? Allorchè Don Bonetti intraprese nel Bollettino a raccontare la storia dei primi venticinque anni dell'Oratorio, ogni puntata era riveduta da Don Bosco medesimo o in sua assenza da Don Rua.. Finalmente il Processo informativo Per la causa di beatificazione e canonizzazione condusse dinanzi al tribunale ecclesiastico di Torino una schiera di testi autorevolissimi e direttamente informati, le cui deposizioni riempiono voluminosi incartamenti. Ben rare volte adunque toccò a un biografo la sorte di poter attingere a fonti così fresche e limpide, così abbondanti e sicure.

     La menzione fatta poc’anzi di Don Rua c’invita a soffermarci un istante Per considerare la Portata e il valore della sua testimonianza. Egli convisse quaranta lunghi anni con Don Bosco; ma qui convivere non dev'essere preso come sinonimo di coabitare: significa invece esattamente dividere insieme la vita. Questa convivenza, com’è naturale, procedette per gradi a seconda dell'età e degli uffici; tuttavia la Parte anteriormente riservata gli si fece in tutto palese nella maturità degli anni. Don Bosco per Don Rua non conobbe segreti, di modo che questi dopo la scomparsa di lui ne era, diremo così, l'archivio vivente. La sagacia dell'ingegno gli aveva permesso di scrutarne oggettiva -

Questa revisione era così assidua, che, quando Don Bosco e Don Rua viaggiavano alla volta di Spagna, Don Bonetti, come vedremo, spedì loro le bozze della puntata che doveva uscire prossimamente sul periodico, e Don Rua gliele rimandò con le osservazioni di Don Bosco.

mente il pensiero e l’opera; la sua memoria tenacissima gli rispondeva Pronta e fedele a ogni richiamo; nella sua coscienza poi di uomo santo non trovavano adito mistificazioni e neppure quegli alteramenti del vero che una pietà poco illuminata stima leciti a scopo di edificazione. Un esempio può valere per mille. Il Don Bosco del dottore D'Espiney aveva già riempito la Francia e trovato lettori pressochè in ogni nazione civile, quando nel 1890 sull'undicesima edizione francese si pensò di farne la traduzione italiana. Orbene Don Rua si assunse di rivedere il testo, eliminandone quanto a lui non risultasse vero di scienza propria; nel che andò con estremo rigore. Infatti non esitò a sopprimere anche l'ultima apparizione del grigio, avvenuta nel 1883 sulla strada fra Ventimiglia e Vallecrosia, quantunque ne avesse inteso parlare. L’autore se ne lagnò, perchè ne aveva udito il racconto da Don Bosco stesso a Nizza Mare pochi giorni dopo il fatto; inteso questo, si rammaricò pure Don Rua della soppressione, adducendo semplicemente a propria scusa l’insufficiente notizia avutane. S’immagini di che valido aiuto sia stata allo storico l’agevolezza di poter ricorrere a un informatore così bene informato e così coscienzioso nell'ammannire le sue informazioni.

     Storico tanto fortunato dobbiamo dire Don Giovanni Battista Lemoyne; sebbene questa sua fosse una fortuna aggiunta ad altre fortune, principale fra tutte l'aver avuto agio di controllare la tradizione ancora palpitante intorno a lui consultando Don Bosco in Persona e di potersi annoverare per circa ventitrè anni fra quelli i quali in vista dei loro rapporti con Don Bosco applicavano con ragione a se stessi il nos qui manducavimus et bibimus cum illo. Vogliamo descrivere; qui l'opera meritoria del glorioso figlio di Don Bosco.

            Avanti di accingersi all'impresa di narrare ampiamente la vita del Santo, egli si allestì un enorme zibaldone, dove ammassò i materiali, di cui principalmente si sarebbe servito nella stesura del lavoro. È' una miscellanea che, ordinata cronologicamente e ridotta in bozze di stampa, si compone di tre elementi. Un Primo elemento documentario consiste nella ripro­duzione di tutti i documenti ufficiali che esistevano allora negli archivi della Congregazione. Il secondo elemento epistolare intercalato nel precedente, comprende centinaia di lettere, giunte a Don Bosco od a Superiori dell'Oratorio da parte di Salesiani, di Missionari, e di Cooperatori e Cooperatrici e di altri, delle quali Però rarissime volte rimangono gli originali per necessari raffronti. Il terzo elemento che potremmo chiamare narrativo risulta dallo smembramento di manoscritti inediti o quasi inediti, i cui brani sono disseminati nei luoghi opportuni del repertorio. Data la natura della raccolta e l’uso a cui era destinata, Don Lemoyne non si credette obbligato d’indicarne le fonti. Fra queste fonti nella Parte da noi studiata abbiamo potuto individuale una Memoria confidenziale stampata e da Don Bosco inviata ai Cardinali circa le sue vertenze con l’Ordinario torinese; una cospicua Cronichetta di Don Barberis; un gruppo di taccuini, nei quali Don Berto pigliava appunti durante i suoi viaggi con Don Bosco a Roma e notava circostanze degne di essere ricordate, sebbene estranee ai viaggi; un lungo Diario di Don Viglietti con una breve appendice di Don Bonetti; e altre scritture di minor conto. Com’è naturale, il nostro racconto, dovunque sia possibile, dipende direttamente dalle fonti, e queste sono citate. Appartengono alla terza serie anche notizie d’incerta origine, provenienti senza dubbio da relazioni orali o scritte, di cui non esistono indicazioni o pezze d’appoggio. Talvolta Don Lemoyne vi parla in nome proprio o vi si rivela abbastanza chiaramente nello stile; allora non abbiamo mai omesso di citarlo, rimettendoci per il rimanente alla sua autorità. Di numerosi particolari siamo debitori a fonti da lui ignorate o a lui posteriori. Messo quindi mano a stendere la narrazione, egli arrivò col nono volume fino al 1870. Il volume porta la data del 1917; ma già dall'anno antecedente sulle elaborate pagine gli era caduta la stanca mano.

Noi siamo persuasi che con l’andare del tempo archivi pubblici e Privati riveleranno, da fondi inesplorati o tuttora chiusi, documenti nuovi sulla multiforme attività di Don Bosco; ma checchè venga ulteriormente alla luce, la figura del Servo di Dio, pure, ricevendone novello splendore, rimarrà sempre fissata ne' suoi inconfondibili lineamenti attuali. Vi è Per altro un punto, nel quale eventuali rivelazioni offriranno forse maggiori chiarimenti pur senza far modificare il giudizio che oggi se ne formano gli studiosi della sua vita; vogliamo alludere all'atteggiamento di Don Bosco in quello che nella storia d'Italia viene dello risorgimento nazionale. La grande entratura del Santo anche presso ambienti governativi potrebbe, a chi lo guardi superficialmente, suggerire apprezzamenti non in tutto conformi al vero. Conviene dunque precisare bene qui le idee.

     Nel risorgimento nazionale italiano bisogna distinguere tre cose: il fatto in sè, gli uomini che ne furono autori, e gli effetti istituzionali che ne derivarono.

     Il fatto in se stesso ci si presenta come la risultante di due moti convergenti, uno politico e l'altro sociale. Pro o contro il moto politico, che andava a sfociare nell'indipendenza e unità d'Italia, Don Bosco nulla fece, nulla disse, nulla scrisse. La sua condotta volutamente negativa in questo campo s'ispira a un principio teorico - pratico, implicito nella categorica risposta da lui data alla categorica domanda di Pio IX, quando lo interrogò quale fosse la sua Politica. Sua politica affermò egli allora essere quella del Pater noster, la politica cioè che milita, sì, per l'avvento di un regno, ma del regno di Dio. Il Principio informatore di questo programma era che il Prete, se vuole assicurarsi l’efficacia del proprio ministero, deve librarsi in alto, al disopra delle divisioni causate dai partiti politici. Si spiegò appunto in tal senso parlando un giorno con monsignor Bonomelli, il grande vescovo di Cremona, il quale ne riferì le seguenti  “ precise parole ”: “ Nel 1848, gli disse Don Bosco, io mi accorsi che se voleva fare un po’ di bene doveva mettere da banda ogni politica. Me ne sono sempre guardalo e così ho potuto fare qualche cosa e non ho trovato ostacoli, anzi ho trovato aiuti anche là dove meno me l'aspettava ”.

     Altra cosa era il moto sociale, mirante all'elevazione intellettuale, civile ed economica del popolo. Don Bosco intravide non solo l’irresistibilità di questa tendenza democratica, ma anche tutto il bene e il male di cui sarebbe stata apportatrice, secondochè la caldeggiata evoluzione si attuasse sotto o senza o contro l'influsso del Vangelo; quindi si consacrò tutto all'educazione cristiana dei figli del popolo nell'intento di preparare all'Italia una riserva di cittadini moralmente sani e spiritualmente capaci di far sentire la loro azione benefica sull'indirizzo dei tempi nuovi.

     Quanto agli uomini del risorgimento, Don Bosco si studiò fin da principio di non perderne il contatto, mosso a questo da tre ideali: procurarsi la possibilità di far loro del bene, renderli favorevoli o almeno averli non ostili alla sua opera, e impedir loro di recare troppo danno alla Chiesa. Per ognuno dei quali oggetti le Memorie Biografiche somministrano esempi numerosi atti a provare la giustezza delle sue vedute. Onde colse felicemente nel segno la Civiltà Cattolica là dove, annunziando la morte di Don Bosco, scrisse di lui: “ In pieno secolo XIX, in mezzo alle convulsioni dei popoli ed ai rivolgimenti politici, egli seppe con l’autorità della parola e dell’esempio suscitare una corrente mirabile di carità ed attirare a sè gli spiriti più ribelli alle serene dolcezze della fede cristiana ”.

Riguardo agli effetti da noi chiamati istituzionali, riguardo cioè al nuovo regime nazionale con tutto il complesso de’ suoi pubblici ordinamenti, Don Bosco, anzichè metterli in discussione, badò a Profittarne fin dove fosse possibile e lecito per cavare da essi i maggiori e migliori vantaggi. Quindi non contrariò le autorità costituite, anzi le rispettò e le fece rispettare. Fu consuetudine di certi ambienti e di certa stampa, massime dopo la caduta del potere temporale, svilire la Casa di Savoia, che aveva riunito sotto il suo scettro l'intera penisola; egli invece e a Torino e durante i suoi viaggi deplorò sempre tale maniera di fare, perchè, e la storia dovrà dargli pienamente ragione, ravvisava nella dinastia sabauda l'unico vero sostegno dell'ordine pubblico in Italia. Finalmente auspicò ognora che la conciliazione, temuta dagli uni e deprecata dagli altri, venisse un bel giorno a sanare il calamitoso dissidio apertosi in Italia dopo il 1870 fra il potere ecclesiastico e il potere civile; vagheggiava però una conciliazione che rivestisse le forme lodale da Pio XI in uno storico discorso e dal medesimo Pontefice tradotte in fatto con i patti lateranensi.

     A mo’ di conclusione riassumeremo il nostro pensiero riproducendo l’assennato giudizio di uno strenuo giornale cattolico, che in morte del Santo, magnificatane l’operosità e l’umiltà, proseguiva: “ In anni tanto travagliosi di rimutamenti politici e di difficoltà sociali e di lotte religiose, Don Bosco si tenne sempre e perfettamente fedele ai suoi doveri di prete cattolico, sempre e perfettamente devoto all’autorità ecclesiastica e principalmente al Papa; lavorando sempre a tutt’uomo per la Chiesa e con la Chiesa, combattendo sempre e a tutt’uomo il male; ed insieme evitando nelle parole e nel contegno sito ogni asperità, alieno da litigi, da contese, da contrasti, preferendo l’operare al parlare, studiandosi di mantenere con di gli animi e di rivolgerli e guidarli alle buone opere, a decoro e incremento della religione, a beneficio della società ”.

Siamo dunque le mille miglia lontani dalla tattica di coloro che, presi in mezzo fra forze avverse, mettono la propria abilità nel tenere, come si suol dire, il piede in due staffe. Questi tali, generalmente, fanno la fine di chi vuol servire a due padroni che in ultimo diventano invisi all'uno e all'altro. Di Don Bosco avvenne precisamente il contrario. A convincersene basta dare uno sguardo alla stampa in occasione della sua morte. Si assistette allora a questo edificante fenomeno, che di fronte a lui sembrava scomparsa la distinzione fra giornali buoni e cattivi, tanto si accordavano tutti nel celebrarne il nome. L’unico, il più lividamente settario, non volendone dir bene, e non potendone dir male, si astenne dal parlarne, non comunicando ai lettori nemmeno la notizia della sua morte.

     Il segreto di questa attrazione universale fu la carità, praticata secondo la dottrina del Vangelo; ecco nelle sue mani la possente calamità dei cuori. Un deputato liberale d’allora, poi più volte ministro, uomo di alta levatura, rilevò ed espresse egregiamente da quell'altra riva tale verità in una sua lettera di condoglianza per la morte del Servo di Dio (I). “ Nell’ordine del pensiero storico e politico, scrisse egli, troppe cose dividono gli animi in tempo di rinnovamento civile e sociale. Ma anche da lidi diversi piace e giova a tutti ammirare la luce della carità quando si eleva al cielo dopo di avere confortato largamente tante umane miserie. Si può avere un concetto diverso della civiltà; ma vi sono punti nei quali la concordia è perfetta fra tutti coloro che credono nell'infinita virtù della carità e pei quali il lenire gli umani dolori nel nome di Dio, e il rialzare lo spirito di chi soffre, e il rigenerare col lavoro chi è oppresso dalla povertà e dalla sventura, e il dischiudere agli ingegni nuovi campi di prova e alla virtù del sacrificio nuove regioni di pietose vittorie, sembra impresa santa e salutare e feconda di vantaggi morali, economici e civili ”.

            Allorchè la malattia di Don Bosco, facendosi ogni dì più minacciosa, dissipava le ultime illusioni, i tanti e tanti che lo amavano, non sapevano capacitarsi che dovesse venire il giorno in cui non avrebbero più potuto vederlo nè udirlo nè comunque comunicare con lui. Ma, morto che fu e calmatasi la loro commozione, videro che egli cominciava proprio allora a essere più vivo che mai. Leggere e sentir parlare di lui piaceva singolarmente a piccoli e a grandi. Gli esempi e gl’insegnamenti da lui, lasciati formavano materia di predicazione, argomento di articoli, oggetto di studio. Il suo ritratto adornava le pareti dei santuari domestici come segno della benedizione di Dio e si portava anche addosso come pegno di celeste assistenza. Grazie innumerevoli e d’ogni genere, attribuite alla sua intercessione, ci si riferivano da paesi disparatissimi. La popolarità del suo nome, già grande in vita, guadagnava ognora in intensità ed estensione. Così avvenne che, quando, a breve distanza dalla sua dipartita, fu annunciato l’inizio della sua causa di beatificazione, parve la cosa più naturale del mondo che per lui si passasse sopra in modo tanto insolito alle leggi dei tempi. Dall’aprirsi poi dei processi un crescendo universale e continuo d'interessamento seguì le varie fasi della procedura romana fino all’apoteosi pasquale del 1934, il cui ricordo commuove tuttora quanti ebbero la fortuna di esserne spettatori e avrà un'eco imperitura nella storia della Chiesa. Oggi l'universalità del culto, richiesta dall'Episcopato cattolico e decretata dalla Santa Sede, è venuta a Porre l'ultimo suggello ufficiale alla glorificazione, che già il Santo riscoteva isolatamente in pressochè tutte le diocesi della terra. Di tanta venerazione si può a motto miglior diritto ripetere quello che un sommo poeta disse della fama di un altro poeta sommo: com’essa al presente dura viva nel mondo, così durerà quanto il mondo lontana.

 

Torino, 22 agosto 1936.

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