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PER UNO SPORT CAPACE DI DARE SPERANZA, PERCHE' CARICO DI UMANITA'

Non ci tiriamo indietro davanti alle grandi sfide di oggi: la promozione della vita, della dignità di ogni persona e del valore della famiglia fondata sul matrimonio; l'attenzione al disagio e al senso di smarrimento che avvertiamo attorno e dentro di noi; il dialogo tra le religioni e le culture; la ricerca umile e coraggiosa della santità come misura alta della vita cristiana ordinaria; la comunione e la corresponsabilità nella comunità cristiana; la necessità per le nostre Chiese di dirigersi decisamente verso modelli e stili essenziali ed evangelicamente trasparenti.


PER UNO SPORT CAPACE DI DARE SPERANZA, PERCHE’ CARICO DI UMANITA’

da Teologo Borèl

del 06 novembre 2006

 

Carissimi,

la mia prima parola è di saluto: un saluto sincero, fraterno, caloroso a ciascuno di voi e a tutte le persone che vi sono legate da vincoli di famiglia e di amicizia e che fanno parte del vostro impegno professionale, il mondo dello sport cioè, il mondo della vostra fatica quotidiana, ma penso anche della vostra consolazione e della vostra gioia.

La seconda parola è il grazie: grazie per aver risposto al mio invito e grazie perché mi avete dato l’occasione di pregare con voi e per voi. Sì, di pregare abbiamo tutti bisogno per avere ispirazione e coraggio per la nostra attività e ancor più per la nostra vita. Non c’è dubbio che anche il mondo dello sport ha bisogno di preghiera, perché conosce non solo successi ma anche difficoltà, crisi e… “ferite”.

 

Le “ferite” e… un mare di bene

Non tocca a me ricordarle, queste ferite, le ferite di sempre e quelle proprie dell’attualità. Mi è stato passato un foglio che ne presenta diverse, non tutte: termina infatti con una serie di puntini. Leggo: «Oggi alcune parti del mondo sportivo sono attraversate da una crisi profonda che emerge evidente in fenomeni come: “calciopoli” e le non poche forme di frode e di corruzione delle istituzioni sportive; il doping; le violenze e varie forme di razzismo dentro e fuori gli stadi; l’agonismo delle tifoserie degenerato in fanatismi e antagonismi esasperati; l’eccesso di affarismo senza scrupoli; gli investimenti economici sproporzionati, oligarchici e talvolta dissennati; la sovraesposizione mediatica; i commenti “urlati” dello sport troppo scritto e troppo parlato; lo “sfruttamento” di giovani campioni sin dalla più tenera età, senza rispetto della loro infanzia, spesso provenienti da paesi stranieri; la latitanza di un chiaro ordinamento legislativo a livello nazionale; la cronica insufficienza di investimenti per promuovere lo sport di base e le sue infrastrutture…».

Ma come affrontare queste “ferite”? Questo è il non facile problema, che però trova già una sua via di soluzione nel fatto che il mondo stesso dello sport in tantissime persone che lo compongono – e voi tutti siete tra queste - sente questi fenomeni come vere e proprie “ferite”, come intollerabile “ingiustizia”, come inaccettabile “contraddizione” con l’autentico senso dello sport, del suo esercizio umano e di quella passione nobile e alta che lo deve animare e sostenere!

In questo senso vorrei riprendere l’invito che ho rivolto la scorsa settimana a Verona, al Convegno della Chiesa italiana: dobbiamo parlare non solo “di” speranza, ma anche e soprattutto “con” speranza, perché – e questo è realismo – ci sono anche oggi, anche da noi, nei nostri ambienti sportivi semi promettenti e frutti concreti di speranza. E’ bello riconoscere – e lo faccio con vivo senso di gratitudine e con gioia - che nello sport vissuto nel territorio della nostra Diocesi c’è un mare di bene, nel quale confluiscono le acque fresche e dissetanti di persone, di istituzioni, di attività, di volontariato, di impegno educativo, di competenza e di generosità: spesso nell’umile ma preziosa quotidianità dei rapporti personali – tra voi dirigenti e con i bambini, i ragazzi, gli adolescenti, i giovani e gli adulti -, senza essere assordati dalla voce rumorosa dei media...

 Voi tutti sapete che agli occhi della Chiesa lo sport è una dimensione profondamente umana e umanizzante. Sottolineo questo secondo importante aggettivo, perché è compito anche e non poco dello sport rendere l’uomo veramente uomo, in un certo senso più uomo, capace perciò di suscitare e di sviluppare il meglio di ogni persona nei suoi molteplici e diversificati talenti di mente, volontà, cuore, corpo…, come pure di fantasia, coraggio, audacia…

Sono certo che condividete questa visione personalistica dello sport, una convinzione, questa, che è della Chiesa ma che è pure della ragione e dell’esperienza umana: una convinzione che volete continuare a vivere. E a farla vivere, ciascuno nel proprio ambito e secondo la propria competenza, nei diversi momenti dello sport che rappresentate e organizzate.

Vorrei ricordare qui che i Vescovi italiani hanno pubblicato nel 1995 una “Nota pastorale” dal titolo Sport e vita cristiana, che vi riconsegnerò al termine della santa Messa. Dopo poco più di dieci anni dalla sua pubblicazione, questo testo rappresenta tuttora un validissimo ed efficace aiuto a trovare e a percorrere le vie per comprendere, amare e servire lo sport. Il testo serve anche per consolarci e per farci gioire insieme a tanti appassionati dello sport che lo vedono come fattore che migliora la vita dei singoli e della società, oltre che – così è per i credenti - come momento di testimonianza della fede in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, e dunque salvezza, garanzia e promozione di tutti gli autentici valori umani, quelli sportivi compresi. Come scrive in modo incisivo il Concilio vaticano II: «Chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, si fa lui pure pienamente uomo» (Gaudium et spes, n.41).

 

«E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?»

Ora però vogliamo passare dalla nostra parola umana ad un'altra parola: quella di Dio stesso. La sua è una parola unica, nel senso che è quella che veramente conta ed è decisiva per noi, essendo “parola di vita eterna” come un giorno l’ha qualificata l’apostolo Pietro in un momento critico del rapporto tra la verità enunciata da Cristo e la sua accoglienza da parte dei discepoli. La parola del Signore è preziosa e necessaria per noi, perché può offrirci sempre aria fresca e buona per ossigenare i nostri sforzi di uomini e di sportivi e per guidarci dentro e oltre le nostre fatiche quotidiane nel vivere secondo il disegno di Dio e le più profonde esigenze del nostro cuore.

 

Vogliamo raccogliere una parola del Vangelo or ora ascoltato (cfr. Luca 12,54-59). E’ una parola piuttosto severa, che dice un’urgenza che non ci è lecito trascurare: quella del “discernimento”, del saper leggere in profondità la realtà – le persone, le vicende quotidiane, gli avvenimenti della storia, le cose che facciamo… - e per interpretarla così da coglierne il senso per la nostra vita e decidersi ad agire di conseguenza.

Ecco la parola di Gesù: «Ipocriti! - così dice alle folle -. Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi che cosa è giusto?» (Luca 12,56-57).

Davvero interessante, eccezionale, anzi provocatorio quel “da voi stessi”. Siamo chiamati a giudicare con la nostra testa, con il nostro cuore, con la nostra esperienza, senza lasciarci condizionare – tanto meno plagiare – dalla cultura dominante, tenendo quindi fermo il criterio del giusto, e non dell’utile, del tornaconto o interesse, del comodo, del piacere, del potere…

Indubbiamente ciò non è facile: in nessun campo, anche in quello dello sport. Sono allora necessari, nella vita sia personale sia sociale, il tempo, la pazienza e il coraggio per domandarci che cosa è giusto e che cosa non lo è, e poi e soprattutto per agire con coerenza.

Anche le organizzazioni sportive che voi rappresentate potranno contribuire al miglioramento della vita delle migliaia e migliaia di ragazzi e giovani e di migliaia di atleti che vi partecipano e probabilmente dell’intera stessa società, solo se saranno guidate da un “discernimento” fatto di razionalità, anzi di sapienza illuminata e lungimirante, e animato da un coraggio coerente e capace di andare controcorrente. Ma uno sport alto e “pulito” ha assoluto bisogno di questo! E non mancano uomini a questo disposti!

 

Desideriamo ora sostare, sia pure rapidamente, sulla Lettera che l’apostolo Paolo ha scritto agli Efesini, in particolare sulla sua esortazione a  comportamenti degni della vocazione ricevuta: «Vi esorto io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto» (Efesini 4,1). La vocazione ricevuta da Dio è, per ogni persona, quella alla “pienezza” della propria esistenza, alla “verità profonda” di ogni dimensione che esprime e realizza l’inestimabile e inviolabile “dignità” di persona: dignità che nella visione cristiana è quella di essere un’immagine viva e palpitante di Dio stesso su questa terra. Per tutti e per ciascun essere umano è questo il “capolavoro” e insieme il “destino” voluti da Dio e dal suo amore di Creatore e di Padre. In altre parole, la vocazione che ogni persona riceve da Dio è vocazione alla felicità vera e piena, in chiave evangelica è la vocazione alla santità.

E’ interessante rilevare come lo sport abbia ha una sua straordinaria efficacia non solo per rappresentare tutto ciò, ma anche per aiutarne la realizzazione. Così la vittoria al termine di una gara, con tutte le sue emozioni e implicazioni, evoca – quasi come annuncio e segno - quel destino di gloria cui aspira sempre ogni persona. Nella fede in Cristo, poi, ci è dato di sperare con certezza la vittoria piena e trascendente, perché lui l’ha conquistata sulla croce – con la sua morte per amore - una volta per tutte contro il peccato e la morte, e dunque la vittoria del bene e della vita, della vita eterna.

Sto parlando di vittoria al termine di una gara sportiva. Ma è evidente il senso vero e plenario di tale vittoria: la intendo non solo nella sua immediatezza o materialità, ma anche e più specificamente nella sua profondità umana, ossia come vittoria su se stessi, come gara di crescita in umanità, e questo per l’impegno e la fatica di tutta un’opera educativa intessuta di sacrificio, rinuncia, costanza, lealtà, correttezza sportiva, rispetto della dignità personale di sé e degli altri: di ciascuno, anche dell’avversario!

Se siamo sportivi cristiani l’esortazione di Paolo ci apre a un orizzonte più ampio e più radicale, che tocca la nostra fede e la nostra vita di discepoli del Signore. Anzitutto nella nostra vita cristiana, come avviene nelle gare sportive, dobbiamo saper investire tutte le nostre energie e il nostro quotidiano impegno per conseguire il premio che Dio ci ha preparato. “Comportarci in maniera degna della nostra vocazione” è appunto la gioiosa “fatica” della vita cristiana con le sue scelte coerenti e con lo stile evangelico che l’apostolo ci raccomanda.

E’ espresso, questo stile, con parole d’estrema semplicità e insieme quanto mai coinvolgenti e impegnative. Certo, hanno valore per il cristiano, ma possono e devono interessare la persona umana come tale se vuole essere fedele alla propria “dignità” – e dunque alla propria “grandezza” morale e spirituale - , così come dovrebbero trovare una loro applicazione anche tra tutti gli “sportivi uomini veri”.  Tutti, allora, siamo invitati a comportarci «con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace» (Efesini 4,2-3).

 

Protagonisti e testimoni del rinnovamento

Nella sua lettera Paolo ci ricorda anche la “speranza” come grazia e responsabilità insite nella vocazione ricevuta da Dio: «Una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione» (Efesini 4,4).

Ed è sulla speranza che desidero concludere, dedicando anche a voi, carissimi dirigenti sportivi, le parole conclusive del “Messaggio alle Chiese particolari in Italia” inviato al termine della celebrazione del IV Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona (16-20 ottobre 2006). Sono parole piene di speranza e portatrici di nuova speranza che possono trovare un’interessante applicazione anche al mondo dello sport. Ed è per questo che sono sicuro che saprete farne tesoro, così da trasmettere al mondo sportivo, che servite con passione e con impegno, la fiducia e insieme le alte aspettative che esse contengono.

«Non ci tiriamo indietro davanti alle grandi sfide di oggi: la promozione della vita, della dignità di ogni persona e del valore della famiglia fondata sul matrimonio; l’attenzione al disagio e al senso di smarrimento che avvertiamo attorno e dentro di noi; il dialogo tra le religioni e le culture; la ricerca umile e coraggiosa della santità come misura alta della vita cristiana ordinaria; la comunione e la corresponsabilità nella comunità cristiana; la necessità per le nostre Chiese di dirigersi decisamente verso modelli e stili essenziali ed evangelicamente trasparenti.

Papa Benedetto XVI ci ha ricordato che la via maestra della missione della Chiesa è l’“unità tra verità e amore nelle condizioni proprie del nostro tempo, per l’evangelizzazione dell’Italia e del mondo di oggi”. La verità del Vangelo e la fiducia nel Signore illuminino e sostengano il cammino che riprendiamo da Verona con più forte gioia e gratitudine, per essere testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo».

Sono convinto che queste parole, meditate e applicate al mondo dello sport, possono offrire un ricco e stimolante contributo a quel necessario e urgente “rinnovamento” del grande areopago sportivo, a cominciare dagli spazi impegnati per i ragazzi e i giovani. E’ un rinnovamento che tutti auspichiamo e del quale vogliamo essere, con l’aiuto del Signore, umili e coraggiosi protagonisti e testimoni.

 

 

 

Dionigi card. Tettamanzi

Arcivescovo di Milano

Messa per i dirigenti del mondo sportivo ambrosiano

Omelia

   Milano-S.Antonio, 27 ottobre 2006

 

 

card. Dionigi Tettamanzi

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