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Per stare in piedi bisogna stare in ginocchio... Incontro con don Oreste Benzi.

Ripeto sempre ai membri della mia Comunità che per stare in piedi bisogna stare in ginocchio e che sa stare con il povero chi sa stare del tutto col Signore. Chi non prega non solo non capisce, ma nemmeno capisce di non capire...


Per stare in piedi bisogna stare in ginocchio… Incontro con don Oreste Benzi.

da Teologo Borèl

del 23 luglio 2006

172 case-famiglia, 32 comunità terapeutiche per il recupero dei tossicodipendenti con 450 ragazzi; 15 cooperative sociali per il reinserimento lavorativo di handicappati; 3500/400 persone ogni giorno sfamati nella Comunità Papa Giovanni XXIII.

 

La preghiera, espressione e mezzo di relazione con Dio. L’eucaristia, sorgente della nostra forza. E la Madonna, garanzia del nostro cammino. Io sono salvato dai miei fratelli e sorelle che amano molto il Signore. Ripeto sempre ai membri della mia Comunità che per stare in piedi bisogna stare in ginocchio e che sa stare con il povero chi sa stare del tutto col Signore. Chi non prega non solo non capisce, ma nemmeno capisce di non capire.

 

 

Dietro una grande persona solitamente c’è qualcun altro che nel nascondimento prepara la strada, soffrendo, pregando e amando…

 

Sì, i miei familiari. Eravamo nove fratelli. Mio padre, che oltre tutto era un mutilato della grande guerra e per questa ragione, fortunatamente, percepiva una piccola pensione, riusciva a lavorare solo saltuariamente. I periodi di disoccupazione erano davvero frequenti e si faceva davvero fatica ad andare avanti. Abbiamo patito anche la fame; ricordo ancora i pianti di noi piccoli con lo stomaco vuoto. Però la nostra era una vita molto sana e molto bella. Babbo e mamma vivevano solo per noi figli e quindi siamo cresciuti gioiosi e sereni. Il babbo era molto buono, però non era praticante, prima della mia entrata in seminario. Aveva un profondo sentimento di Dio e un grande senso morale. La mamma, invece, era una donna piena di fede. Diceva sempre: <<non si muove foglia che Dio non voglia>>. Un’ altra frase che mi è rimasta impressa è questa: <<se doveste crescere cattivi e fare il male, meglio che il Signore vi raccolga prima>>. Mia mamma ci ha insegnato a pregare. Lei al mattino della domenica si alzava presto per andare alla messa. Noi bambini ci alzavamo più tardi e chiedevamo: <<Dov’è la mamma?>>. <<E’ alla messa>>. Per noi figli era un fatto importante, che è rimasto dentro la nostra personalità. Ricordo, avrò avuto 4 o 5 anni, che mia mamma cantava sempre e non si scoraggiava mai. Inoltre era instancabile ed esigeva collaborazione anche da noi piccoli. Al sorgere del sole, tutti a lavorare; avevamo un ettaro de terreno e seminavamo il grano, raccogliendone sei o sette quintali all’anno. Era una riserva molto utile per i periodi di disoccupazione del babbo.

 

 

Diventato prete, hai avuto l’incarico di lavorare con la gioventù cattolica si Rimini. Ciò ti ha fatto maturare la convinzione dell’importanza di amare soprattutto gli adolescenti, con un tipo d’amore che fosse da loro direttamente sperimentato. Per quale motivo hai deciso che valeva la pena impostare la tua vita su questa priorità?

 

Io vedevo che i ragazzi si scontravano con tanti disvalori e non si incontravano con l’unico valore, Cristo, e che, finite le elementari, già il 60/70 per cento di loro abbandonava la vita cristiana. <<Bisogna far avere loro – dicevo -, e specialmente ai ragazzi lontani dalle parrocchie, un incontro simpatico con Cristo.>> Questo diventò lo slogan del nostro lavoro: Un incontro simpatico con Cristo. Ed è venuta fuori la Casa Madonna delle Vette, ad Alba di Canazei. Là passavano ogni estate circa trecento ragazzi, molti dei quali provenienti da bande e gruppi lontani dalla Chiesa. C’era un clima gioioso e si usava un linguaggio percepibile dai ragazzi di quell’età. Si creavano impressioni forti, molto intense. Molti ragazzi, diversi anni dopo, una volta diventati adulti e padri di famiglia, hanno riconosciuto che ciò che avevano ricevuto da quell’incontro era diventato determinante per la loro vita e che verso i loro figli avevano assunto gli stessi atteggiamenti imparati in quei giorni in mezzo alla bellezza delle Dolomiti.

     Avveniva per quei giovani ciò che avevamo previsto come ipotesi educativa: i valori offerti in maniera simpatica, rapportati, inoltre, alla capacità di comprensione dell’adolescente – che non è mai solo intellettuale, ma è sempre anche affettiva (per cui ciò che arriva alla mente e non passa attraverso l’affetto viene poi respinto) – i valori in forma simpatica, dicevo, avevano presa sull’adolescenza. In un clima gioioso quei ragazzi imparavano a conoscere Cristo.

 

 

E che volto aveva il Cristo che presentavi a loro e che proponi tuttora a quanti lavoravano nelle tue comunità?

 

Il Cristo povero. Il Cristo servo. E’ questo il Maestro che affascina i giovani. Per quanto riguarda in particolare i membri della Comunità Giovanni XXIII, io propongo un volto particolare della vocazione… Vocazione universale ala santità, alla quale tutti i cristiani sono chiamati. Tutti sono chiamati a conformare la propria vita a Cristo, fino al punto di arrivare a dire: <<Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me>>. Ma non tutti sono chiamati a vivere i vari aspetti della vita di Cristo nello stesso modo, nello stesso grado e nella stessa pienezza di vita. Ognuno segue una particolare vocazione. Tutti, ad esempio, siano chiamati a essere missionari, ma non tutti lo sono nello stesso modo grado. C’è chi, mosso dallo Spirito, si identifica talmente in Cristo chiamato ad annunciare il vangelo al mondo, tanto da farne l’elemento caratterizzante di tutta la sua esistenza.

    La nostra particolare vocazione consiste, allora, nel lasciarci confermare a Cristo povero, a Cristo servo, a Cristo incarnato che vive in mezzo a noi in una forma di condivisione diretta a partire dagli ultimi. Innanzitutto noi seguiamo Cristo povero. Egli vive in pienezza la dipendenza filiale del Padre, non ha nulla da anteporre al Padre, è totalmente libero da se stesso, perciò è povero di sé. I membri della Comunità, quindi, non seguono la virtù della povertà, ma Cristo povero, cioè totalmente figlio del Padre, tanto da non riporre la fiducia nelle cose o in se stessi. Inoltre, noi seguiamo Cristo servo che non considerò un pregio la sua uguaglianza con Dio, ma umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce. E seguiamo Cristo sofferente che espia su di sé il peccato del mondo e condivide la vita degli uomini, a partire dagli ultimi.

 

 

Mi affascina l’idea che tu e la tua Comunità non abbiate voluto diventare istituzione, per non far morire il carisma di mettersi per le vie del mondo nudi, figli del vento, liberi. Ma quando molte persone gravitano attorno a un grande progetto non sarebbe opportuno essere <<semplici come colombe, ma anche astuti come i serpenti>>?

 

Tutta la nostra azione è fondata sulla precarietà ed è un modo di fare in contrasto con la mentalità del mondo. Ci accusano di essere sciagurati. A me rimproverano di non tenere i piedi per terra. Ma quale terra – rispondo io – quella di Dio o quella degli uomini? Seguendo Cristo povero e Cristo servo noi capiamo, inoltre, che solo il Signore ha il progetto di crescita della chiesa. A noi è concesso di fare piccoli passi e solo dopo molto tempo comprendiamo il disegno verso il quale quei passi erano ordinati. Io non mi devo preoccupare del progetto, l’importante è che sappia se il singolo passo che sto compiendo è voluto da Dio. Per il resto non devo cercare le mie sicurezze nell’organizzazione o nei soldi. L’unica certezza è cercare il regno di Dio, tutto il resto mi sarà dato in sovrappiù.

 

 

Uno dei punti qualificanti della teologia morale riguarda il <<magistero dei poveri>>: dal momento in cui Cristo si è identificato con loro, noi dobbiamo metterci alla loro scuola. Come proponi di vivere concretamente l’amore per i poveri? In che modo questi entrano nella tua vita?

 

Nel nostro schema di vita sta scritto: <<I membri della comunità non si ritengano proprietari, ma amministratori anche del loro denarosi cui vengono in possesso, tengono per sé lo stretto necessario per vivere poveramente e il resto lo restituiscono agli ultimi in modi diversi, a seconda dello stato e dell’ambito di vita, decidendo insieme al nucleo o al responsabile della comunità, che la guida nel Signore>>. Chi vuole, e ce ne sono, può sperimentare la povertà più estrema. In ogni caso i poveri devono essere i nostri maestri anche sello stile di vita. Se vai al mercato e ci sono le primizie non le compri, perché il povero non se le può permettere. Si seguono invece le virtù connesse alla vita da poveri: la frugalità, la semplicità, l’umiltà, il coraggio della verità, il sacrificio accompagnato in maniera particolare dalla scomodità. Seguire Cristo povero significa insomma essere disponibile a mettere in discussione tutte le sicurezze (casa, professione, soldi) per essere pronti a fare la volontà di Dio. Significa inoltre, e per noi questo è fondamentale, arrivare a scegliere liberamente ciò che gli ultimi sono costretti a vivere per forza. Un fratello non cammina, lo chiami a vivere nella tua casa e lui modifica tutta la tua vita. Tu stesso poti le conseguenze dell’handicap perché saldi la sua vita alla sua.

    Gesù si è incarnato e ha voluto condividere la vita degli uomini a partire dagli ultimi. I membri della Comunità, mossi dallo Spirito, hanno la vocazione specifica di seguire Gesù povero, condividendo la vita degli emarginati, dei rifiutati, dei disprezzati. Condividere significa che la vita dell’altro entra dentro di te tanto che diventate una cosa sola per sempre. Se l’altro è cieco, i tuoi occhi diventano i suoi, se l’altro è zoppo, le tue gambe diventano le sue. Con lui tu non puoi fare solo un pezzo di strada perché lui può camminare o vedere solo con le tue gambe o con i tuoi occhi. Per cui vivi assieme a lui sempre, di giorno e di notte, in inverno e in estate. La misura della condivisione, insomma , te la fornisce il povero stesso. Condivisione diretta significa che la sua vita entra dentro di te, non siete più due, ma uno solo, realizzando così la stupenda realtà del Corpo mistico di Cristo.

 

 

L’amore che tu proponi ha qualche cosa di eroico e sublime. I santi dicevano che la vita in comune è la massima penitenza. Con quale criterio indirizzi le persone a condividere la loro esistenza con i poveri, gli ultimi, gli handicappati e le sorelle <<prostitute>>?

 

E’ il Signore a scegliere i poveri coi quali stare. E il Signore ha giusti poco belli. Dopo l’entusiasmo iniziale il Signore toglie tutto. Alla fine resta solo la scelta d’amore, e costa tanto. I Il Signore sceglie per noi anche i fratelli coi quali vivere la condivisione dei poveri. E anche in questo caso i suoi gusti sono pessimi. Il Signore è capace di toglierci tutto perché si arrivi alla povertà totale e al vero amore, che prima di essere un sentimento è una scelta. Ripeto sempre che si amano i poveri solo se si è capaci di amare il fratello di Comunità che Dio ti ha messo vicino. E coi fratelli siamo chiamati a fare famiglia, seguendo Gesù che ha detto: <<Mio fratello o sorella è chi fa la volontà del padre mio>>.

 

 

Il tuo amore per i giovani ti porta ad andarli a cercare, di notte, in discoteca. Che cosa s’aspettano da te in quell’ambiente?

 

Sono convinto che i giovani abbiano bisogno di incontrare un prete, anche in discoteca. I giovani, sia ben chiaro, hanno bisogno di vedermi non con i jeans e neanche col pullover o i capelli tirati. Hanno bisogno di vedermi con questa tonaca lisa e con il colletto da prete. Io devo ricordare il Mistero e da me i giovani si aspettano e hanno diritto di ricevere solo questo, non che io vada a ballare con loro. La rovina è stata la dissacrazione del sacerdote e la dissacrazione avviene in due modi. Per secoli si è predicato il sacerdote come uomo separato dal mondo e così abbiamo vissuto nelle nostre canoniche, talora comode, belle, ricche, piene di ogni ben di Dio. Questa formazione spirituale del clero ci ha portato ad essere una casta in mezzo alle altre caste. Oppure, come reazione del dopo Concilio, si è trasformato il prete in un profano che, per stare con la gente, ha creduto necessario camuffare la sua identità e fare ciò che fanno gli altri. Così il prete ha tradito la sua missione e si è dissacrato. Invece il prete come tale può stare ovunque: nelle discoteche, fra le prostitute, i ladri, gli zingari, gli omosessuali. Nella mia esperienza ho capito che non ho limiti: omnia munda mundis. Però vado ovunque con la mia veste da prete in modo che mi riconoscano e mi dicano: <<Toh, un prete>>. Sì, un prete vicino a te, che ti ricorda Dio e perciò ti sciocca. Questo è il punto. Allora io dico: se c’è la possibilità di far incontrare qualcosa di diverso ai giovani delle discoteche, perché non farlo? Sono nel peccato? Li vado a guarire, sono certo che si confesserebbero tutti. Mi si rimprovera che vado nei locali dove sono esaltati certi comportamenti aberranti: masturbazione pubblica, ragazze che ballano sul cubo, relazioni omosessuali. E io rispondo: Da chi devo andare? E’ a loro che il Signore mi manda.

 

 

Ed è lo stesso amore che ti spinge ad andare verso le prostitute. Come le vedi? Come ti sembrano? Come ti accolgono? Che cosa pensi quando le incontri di notte, vicino al fuoco, lungo le strade?

 

Mi sembrano figlie che aspettano il padre. Aspettano nel freddo, nella solitudine, nella disperazione, nel disprezzo in cui si sentono avvolte. La prima volta che mi vedono si meravigliano che a notte inoltrata un prete vada a chiedere loro come stanno. Spesso mi viene in mente ciò che mi disse Gesù: << Le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli>>. Perché la loro è la prostituzione della carne, ma ci sono altre terribili prostituzioni che distruggono tante persone. E’ la prostituzione del denaro accumulato, del lusso schifoso e scandaloso, dei possedimenti senza scopo, della politica per il potere e non per il servizio del popolo. E’ la prostituzione dei nostri palazzi vuoti perché sproporzionati al bisogno reale. E’ la prostituzione del nostro orgoglio senza limite. Sono sorelle che soffrono, che sperano, che piangono, che aspettano che arrivino dei fratelli, dei padri, non per condannare, ma per capire dare una mano a uscire. Bisogna andare incontro a queste sorelle che vogliono ritornare alla vita. Ricordiamoci che ci sono dei poveri che ci vengono a cercare, ma ci sono poveri che non verranno mai a cercarci: quelli li dobbiamo andare a cercare noi.

 

 

* Don Oreste Benzi nasce nel 1925 a San Clemente, un paesino dell’entroterra riminese. Ordinato prete nel 1949, dà vita a un movimento educativo per adolescenti, che ha come obiettivo <<un incontro simpatico con Cristo>>. Nel 1968 costituisce il nucleo originario dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. Dagli handicappati ai bambini senza famiglia, dai malati di mente ai tossicodipendenti, dai nomadi alle prostitute. La sua comunità è diffusa in tutta Italia e all’estero.

 

Fonte: Anche i preti sanno amare

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