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«Mamma ti voglio bene. Non uccidermi»

«Disturbano» i poster per difendere i nascituri. L'Istituto di autodisciplina pubblicitaria «censura» la campagna del Movimento per la vita che mostra un feto alla 15¬™ settimana che chiede alla mamma di non ucciderlo.


«Mamma ti voglio bene. Non uccidermi»

da Teologo Borèl

del 01 gennaio 2002

È la fotografia di un feto nel ventre materno, vivo e sano, colto nell'atto di portare il pollice alla bocca, nel primo istinto di succhiare, misteriosa anticipazione di ciò che ancora non è. Il bambino còlto alla quindicesima settimana di gravidanza nel buio del corpo della madre sembra dormire beatamente. È una bella immagine quella ripresa dalla macchina ecografica e scelta dal Movimento per la Vita - Cav di Tradate, vicino a Varese - per lanciare il suo messaggio sui muri di Milano e dell'hinterland. Sopra alla foto la scritta: «Mamma ti voglio bene. Non uccidermi» SOS Vita, numero verde 8008-13000.

Ma il manifesto, secondo l'Istituto di autodisciplina pubblicitaria (Iap), è fuori dai canoni della comunicazione corretta. Il Comitato di controllo dell'Istituto, riunitosi il 19 gennaio scorso, ha indirizzato al Movimento per la Vita ambrosiano, cui fa capo il Centro di aiuto alla vita di Tradate, l'invito a ritirare le affissioni. Dalla sezione di Tradate hanno risposto picche: la nostra campagna continua e si intensifica, ha replicato il presidente, avvocato Alcide Maria Nicoli. Una contesa nella forma garbata, ma scorrere il breve incartamento oggetto della querelle è istruttivo. Il Comitato di controllo, si legge nella lettera indirizzata al Cav di Tradate, «ha ritenuto che il messaggio, prescindendo dalla finalità e dalle motivazioni che lo animano (rispetto alle quali ovviamente lo Iap rimane rispettosamente neutrale), sia idoneo a produrre sentimenti di turbamento nel pubblico, potendo suscitare un'eccessiva ansia in coloro che per le più disparate motivazioni non intendano aderire all'appello». «Mamma ti voglio bene, non uccidermi», è messaggio «oggettivamente scioccante e angosciante». Certo, si parla di una scelta drammatica. Meglio, pare di capire, sarebbe non parlarne affatto. Un bel silenzio che non disturba nessuno. Meglio ancora se non ci fosse quella foto. Eppure non è affatto una foto dolorosa o macabra, di quelle che una strategia perdente lo stesso Mpv usava anni fa per mostrare cosa è davvero l'aborto.

La foto scelta dall'avvocato Nicoli ritrae un bambino nel ventre materno, sano, vivo. È la realtà che si mostra, piena, felice. Immagine «idonea a rafforzare il turbamento e il senso di colpa suscitato dalla parte testuale», dice però il Comitato di controllo. E benché non si fosse per un equivoco capito che di un feto di 15 settimane, e non di 5, si trattava, meraviglia che la fotografia della realtà, di ciò che semplicemente «è» nel buio materno, possa risultare inopportuna, generando «sensi di colpa e turbamento». La comunicazione sociale si mantenga rispettosa delle diverse sensibilità e orientamenti, conclude l'Istituto di autodisciplina, e con garbo invita il Cav di Tradate a sospendere la diffusione del messaggio «scorretto». Senonché a Tradate il presidente del Cav in questione, l'avvocato Nicoli, a sospendere la campagna non ci pensa nemmeno. Quel manifesto campeggia da anni davanti all'ospedale locale, spiega, «e a qualcosa è servito, qualche certificato per l'Ivg già firmato l'ha fatto stracciare, qualche bambino in più è nato. Altri ce ne sono a Torino, Firenze, Roma, Napoli, con quel numero verde, a cui risponde gente che dà una mano: assistenza, soldi, una casa se non sai dove andare durante la gravidanza, un lavoro, dopo, per mangiare in due». I Cav sono questo, nessuna predica, una mano tesa e migliaia di bambini venuti al mondo. Per lo più, oggi, figli di extracomunitarie, figli degli ultimi. Strappati a quella congiura del silenzio, per cui certe fotografie non bisogna metterle sui muri, per strada: disturbano. Occorre essere politicamente corretti. Rispettosi «delle diverse sensibilità e orientamenti». E soprattutto, zitti.

L'accusa: comunicazione drammatica, va tutelata la sensibilità di chi non condivide le idee del Mpv

Vincenzo Guggino, segretario dell'Istituto di autodisciplina pubblicitaria, spiega il provvedimento del Comitato di controllo relativo ai manifesti del Cav di Tradate. «Quei manifesti sono contrari all'articolo 46 del codice di autoregolamentazione: 'ricorso a richiami scioccanti tali da ingenerare ingiustificatamente sentimenti di grave turbamento'. In particolare l'head-line, il messaggio, 'mamma non uccidermi', secondo Guggino e l'unanimità del Comitato di controllo, composto da quindici membri, è «oggettivamente scioccante e angosciante». «È una comunicazione drammatica quella che viene attribuita al feto» conferma il segretario dello Iap. Vero, ma anche l'aborto è un fatto drammatico, replichi. «Già: ma il veicolo pubblicitario colpisce tutti, anche coloro che non condividono la visione dell'aborto del Movimento per la Vita. Su queste persone questo tipo di comunicazione è una violenza».

Vi si potrebbe rispondere che maggiore è la violenza perpetrata con l'aborto.

«Noi ci occupiamo di comunicazione. In questo caso, trattandosi di pubblicità sociale e non commerciale, non si adotta alcuna sanzione: semplicemente ci si limita a suggerire una revisione, si avverte che la strategia comunicativa non è, dal punto di vista dell'Istituto di autodisciplina, corretta. Se poi l'associazione richiamata insiste, si vedrà».

Quanto alla foto si legge che, corrispondendo all'immagine di un feto ad almeno 10 settimane di gestazione, rafforza il turbamento e il senso di colpa indotto dal testo. Tuttavia, quella è la foto di un feto sano nel ventre della madre. Per quale singolare ragione non dovrebbe essere guardabile?

«Qui c'è stato un equivoco. I manifesti affissi a Milano di cui ci è stata portata l'immagine avevano la cifra «1» della frase «15 settimane» coperta. Sembrava che un embrione di 5 settimane fosse già allo stadio di sviluppo della foto, il che sarebbe stato ingannevole».

Chiarito l'equivoco, nessun problema sull'immagine?

«No, ma resta quello sul messaggio, che equipara la madre che abortisce a un'assassina. Questo non è accettabile. Bisogna tutelare la sensibilità di tutti».

La vita, invece, solo di qualcuno.

Marina Corradi

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