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Lettere dal carcere

Una vecchia condanna e un avvocato smemorato mi hanno fatto passare un anno nel carcere di Venezia. I primi mesi però non li ho passati in cella. Quelle erano già tutte strapiene. Io ed altri sventurati senza posto in cella siamo stati sistemati nella sala del ping pong del carcere. Senza bagno, senza riscaldamento e, soprattutto, senza letti. Eravamo 15 ammassati in quello stanzone...


Lettere dal carcere

da Attualità

del 24 luglio 2006

In Italia ci sono 63 mila detenuti. Il sistema penitenziario ne può ospitare al massimo 43.000. Un esubero 20.000. Fenomeno etichettato con il termine sovraffollamento. Parola astratta alla quale va dato un contenuto concreto. L’effetto del sovraffollamento. Lo stare in una cella senza avere lo spazio vitale. La mancanza di aria. La non possibilità di vivere. L’essere condannati a sopravvivere. La perdita della dignità, la negazione del diritto alla salute, la violenza. In altre parole una pena disumana. Il sovraffollamento. Un effetto. Un giorno passato in un carcere ha una valenza enne volte superiore a quella che il nostro ordinamento prevede.

 

Milano: carcere di Opera.

Capienza regolamentare 880.

Capienza effettiva 1.417 detenuti

Tiziano, 44 anni, è uno di loro: 'Io ho l’Aids, e appena sono entrato nel carcere di Opera mi hanno messo nel centro clinico. Cosa del tutto inutile. Il centro clinico non è altro che una parte del carcere. È diviso in celle. E dentro le celle ci sono 5 persone. Si tratta di gente gravemente malata, che viene tenuta chiusa per 23 ore al giorno. Per loro poche sono le cure mediche. Oltre alla sofferenze, in quella cella del centro clinico vedi scene che non dimentichi. Qualche mese fa il bagno della cella si è rotto e noi dovevamo fare la cacca nel letto sulla carta di giornale. È deprimente stare lì. E c’è chi non ce la fa. Ricordo un ragazzo, che era paralizzato su una sedia a rotelle. Una mattina lo hanno trovato impiccato. Poi mi hanno messo nella sezione comune. La mia cella era di 8 mq e dentro ci stavamo in 7 detenuti. Anche lì sempre chiusi per tutto il giorno. Inventavamo la vita in quella cella. Una cella dove, oltre a un caldo soffocante d’estate, c’è una gelo incredibile d’inverno.

Infatti a Opera il riscaldamento non funziona quasi mai e per non ammalarci la notte dormivamo vestiti. Poi, quando pioveva, l’acqua ci entrava in cella e l’umidità ci spaccava le ossa. Abbiamo temuto il peggio quando si è diffusa l’influenza in carcere, anche perché a Opera trovare solo un’aspirina è un miracolo. Come trovare un medico. Ricordo di un mio amico che ho visto accasciarsi al suolo, con una mano sul petto. Non respirava quasi più. Se non c’eravamo noi detenuti a rianimarlo era morto, perché i soccorsi sono arrivati due ore dopo. Se oggi penso al carcere di Opera, se penso al tempo della mia pena, penso a un luogo fine a se stesso, a un tempo senza speranza.'

 

Venezia: carcere Santa Maria Maggiore

Capienza regolamentare 111 persone

Capienza effettiva 270 detenuti

Claudio 42 anni: ' Una vecchia condanna e un avvocato smemorato mi hanno fatto passare un anno nel carcere di Venezia. I primi mesi però non li ho passati in cella. Quelle erano già tutte strapiene. Io ed altri sventurati senza posto in cella siamo stati sistemati nella sala del ping pong del carcere. Senza bagno, senza riscaldamento e, soprattutto, senza letti. Eravamo 15 ammassati in quello stanzone. Tra di noi, i più fortunati dormivano su materassi messi per terra. Altri, i meno fortunati, dormivano sulle sedie, con la testa appoggiata al muro oppure sul tavolo da ping pong. Questa scena è di qualche mese fa non di un secolo fa. Dopo si è liberato un posto per me in cella. Eravamo in 8 detenuti dentro una cella di 7 mq. I letti a castello erano a tre piani e io dormivo al terzo piano. Non più di 40 centimetri dividevano la mia faccia dal soffitto, è come dormire dentro una bara. Lo spazio per muoverci in quella cella era minimo eppure ci passavamo 21 ore al giorno, chiusi, sempre chiusi.

Poi il buio anche di giorno. Le chiamano bocche di lupo. Sono delle lastre che stanno fuori dalla finestra della cella, lastre che ti permettono solo di vedere una piccola striscia di cielo.

A noi nel carcere di Venezia il cielo è negato.'

 

Firenze: carcere di Sollicciano

Capienza regolamentare: 471 persone

Capienza effettiva: 1060 detenuti

Stefano, 45 anni: 'Arrivato a Sollicciano mi portato nella cella del transito. Il transito è zona di nessuno. La cella di transito è piccola, dentro due o tre brande. I materassi sono rotti e non c’è il cuscino. È una cella vuota, non c’è nulla neanche uno sgabello o una sedia, nulla. Il bagno è fatto da un cesso alla turca e un lavandino, ma devi essere fortunato a trovarlo che funziona. Nessuno pulisce quella cella e spesso, proprio lì, ci si prende la scabbia.

Dopo un po’ di giorni mi hanno portato nella cella dove avrei scontato la mia pena. Era grande 8 mq, con un piccolo bagno. Dentro eravamo quattro detenuti. C’era un letto a castello di tre piani e il quarto detenuto dormiva per terra su un materasso. La nostra giornata a Sollicciano era stare in cella per 22 o 23 ore al giorno. La televisione il nostro unico svago. Quest’inverno ha fatto la sua ricomparsa la violenza nel carcere di Sollicciano, e sono stati denunciati dei pestaggi a danno di detenuti. La scena è sempre la stessa: all’improvviso 7, 8 guardie con tuta mimetica, scarponi, guanti e passamontagna, irrompono in cella. Bloccano gli altri detenuti sul letto e ne prendono uno. Per quel detenuto, trascinato via dalla cella, un futuro già scritto. Lo partano in una cella di isolamento e lì lo gonfiano di botte. Tornerà in cella solo quando i lividi delle botte gli saranno passati. Inoltre a Sollicciano è sempre più difficile essere curati se si sta male.

I medici sono pochi e le medicine sempre meno. Ricordo un detenuto che si chiamava Totò, 65 anni. È morto qualche mese fa per un infarto. Totò aveva iniziato a lamentarsi per un dolore al petto. Loro hanno pensato che lui simulava. Ma invece Totò stava male veramente. Nella notte si è aggravato ed è morto in cella. Questa è la morte naturale in carcere.'

 

Roma: carcere di Rebibbia

Capienza regolamentare 1.070 persone

Capienza effettiva: 1.600 detenuti

Gianni, 32 anni: ' Ero detenuto nel reparto G 9 per scontare 8 mesi di reclusione per una condanna del 1992. La nostra cella era di 8 mq, e noi eravamo in 7 detenuti. C’era pure un cesso alla turca e un lavandino. Quando uno di noi andava al bagno per fare i bisogni era costretto a lavarsi con una bottiglia, perché il bidè non c’è. Ci cucinavamo pure in quel cessetto. Lo facevamo usando un fornello da campo. La nostra rieducazione a Rebibbia? Giocare a carte o guardare la televisione. In altre parole sei parcheggiato lì e aspetti che finisce la pena. Qualcuno lavora, ma si tratta di pochi detenuti che devono scontare una lunga pena. La maggior parte dei detenuti a Rebibbia non possono far nulla e la loro vita è ora d’aria, cella, cella ora d’aria. E ti dico la nostra era una cella di fortunati. A Rebibbia, ci sta gente messa nella sala ping pong. In quella stanza ora ci stanno chiusi 12 o 13 persone, con un bagno piccolissimo. Quella non è una stanza costruita per farci una detenzione. Anche a Rebibbia, come ogni altro carcere, quando aumentano i detenuti aumenta la severità, le botte. Così anche a Rebibbia, e non è un mistero, ci sono le squadrette, formate da 4 o 5 agenti. Entrano in cella, fanno uscire tutti i detenuti tranne uno. Sarà lui, a torto o a ragione, a essere menato. In un carcere grande e sovraffollato come Rebibbia, il problema che si sente di più è la salute. Stava in cella con me un signore di 60 anni malato di diabete. Graziano si chiamava. Il diabete gli ha preso gli occhi e, senza cure mediche, in pochi mesi è diventato cieco. Dopo l’anno fatto uscì, ma dopo.'

 

Napoli: carcere di Poggioreale

Capienza regolamentare: 1.300 persone

Capienza effettiva: 2.200 detenuti

Francesco, 38 anni: ' Nel carcere di Poggioreale ho scontato 3 anni in una cella chiamata lo stanzone. È una cella grande, ma lì dentro eravamo più di 20 detenuti e restavamo chiusi 22 ore al giorno. C’era solo un bagno, che funzionava anche da cucina. Lì noi ci facevamo tutto, anche la doccia utilizzando delle brocche. Per quanto tutto questo possa sembrare insopportabile per un uomo c’è altro che ti strappa via la voglia di guardarti allo specchio. A Poggioreale c’è violenza. Violenza che è prima morale perché ti fanno sentire che tu lì non sei niente e non conti niente. Tu sei solo un detenuto. Sei solo uno che svegliato con un urlo deve scendere dalla branda di scatto, tenere le mani dietro la schiena e restare con la testa bassa a guardare per terra. Poi a Poggioreale c’è la violenza fisica, che è tutti i giorni. Basta che la guardia sente un batti becco tra due detenuti, allora entrano ti scendono giù e ti portano in un’altra cella. Lì trovi minimo 5 o 6 guardie che iniziano a menarti da dietro, calci pugni cazzotti e robe varie. Se tu rispondi ti mandano nella cella di punizione che è una cella liscia, chiamata così perché è vuota. Ti chiudono senza vestiti, senza una branda dove dormire e ti tormentano con l’idrante. Quando dallo sportelletto della cella vedono che sei ancora in piedi e loro sono stanchi usano i detenuti extracomunitari per farti menare. Quei poveracci lo fanno in cambio di un pò di vino oppure perché se l’extracomunitario non mena te sono loro poi a menare l’extracomunitario. A Poggioreale di notte non c’è silenzio. A mezzanotte, spente le televisioni in tutte le celle, si sentono le urla e i pianti di supplica di chi non vuol essere picchiato.

 

Palermo: Carcere dell’Ucciardone

Capienza regolamentare: 380 persone

Capienza effettiva: 660 detenuti

Alfredo, 33 anni: 'Una cella di 8 mq e un piccolo cesso, da dividere con 13 persone. Questa è stata la mia detenzione all’Ucciardone. Intorno a noi, in quella cella, muri scrostati , pieni di muffa, e scarafaggi a volontà. In quella cella, oltre ai letti, non c’era neanche lo spazio per un tavolino. Dalla finestra della cella non entrava né luce né aria, in quanto, oltre alle grate, c’erano delle lastre di vetro, che noi chiamiamo le gelose. D’estate, dentro una cella così piena di gente, si soffre un caldo pazzesco.

Ti manca il respiro e la sera, come se non bastasse, ci chiudevano anche la porta di ferro della cella, il c.d. blindato. Di notte, per riuscire a dormire, eravamo costretti a bagnare le lenzuola pur di avere un po’ di fresco. Nel carcere dell’Ucciardone ci sono talmente tanti detenuti che anche l’acqua diventa un problema. Ci veniva razionata ad orari ben precisi. La nostra condanna era quella cella, così come la nostra rieducazione. E poi le punizioni giornaliere degli agenti. A turno uno di noi veniva spogliato nudo e lasciato nel corridoio con la faccia contro il muro. Per un detenuto è vietato guardare in faccia un agente. La testa deve essere chinata o appunto voltata verso il muro. Sono cose che creano tensioni tra agenti e detenuti e, anche per una parola di troppo, rischi la cella di isolamento o la squadretta dei Gom, pronta a entrare in cella con passamontagna, stivali e idrante. Lì tanti detenuti, senza nome, patiscono, anche per ignoranza, queste pene in più. Alcuni smarriscono la speranza e si tagliano le braccia o si uccidono. Sono soprattutto extracomunitari o tossicodipendenti le vittime di ogni giorno: si tagliano con la lametta o inalano il gas. Li vedi magari intenti a mettere a bagno le lamette insieme all’aglio, perché così il sangue esce di più. Poi le urla, la disperazione. Poco prima di uscire dall’Ucciardone ho visto celle tanto affollate che un detenuto era costretto a dormire per terra.'

L’indulto non opererebbe uno sconto di pena ma ristabilirebbe la legalità. Accertando che coloro che stanno scontando una pena, per le condizioni delle carceri Italiane, effettivamente l’hanno già scontata.

 

Carmine dal carcere Poggioreale di Napoli

'Caro Riccardo mi trovo detenuto nel primo piano, stanza n. 1 del padiglione San Paolo del carcere Poggioreale. Il Padiglione San Paolo è una specie di centro clinico qui nel carcere di Napoli. Questa lettere la sto dettando a un mio compagno di detenzione perché io non ho le forze per scrivere. Sono malato e quando mi devo muovere uso una sedia a rotelle. Di fatto sto a letto quasi tutto il giorno. Da quando sono detenuto le mie condizioni di salute sono andate via via peggiorando. Ti dico solo che dal mese di febbraio ad oggi sono dimagrito 15 chili. Io ti scrivo per documentare con il mio corpo, con la mia sofferenza le pene in più che si devono subire in carcere. Per le mie condizioni di salute dovrei ottenere una detenzione in Ospedale ma in carcere tutto diventa difficile e i tempi terribilmente lunghi. Io sono esausto e non ce la faccio più, mi sento di essere arrivato alla fine. Termino qui augurandoti ogni bene e da me e da tutti i detenuti nel Padiglione San Paolo di Poggioreale un abbraccio a te.'

 

M. dal carcere dell’isola di Favignana

'Caro Riccardo sono un tuo giovane lettore. Dico giovane perché ho solo 19 anni. Purtroppo ho commesso un reato quando avevo 18 anni e mal difeso da un avvocato mi sono trovato in carcere senza benefici. Il mio primo periodo in carcere non lo dimenticherò mai. Avevo 18 anni e ero nel carcere di Bergamo. Mi hanno messo in un buco di cella di 7 mq, fatta per 3 persone. Dentro quella cella eravamo in 6 detenuti. Dormivamo, anzi vivevamo sui letti, che erano due file di letti a castello a tre piani. Per me è stato un incubo ed ero terrorizzato. Erano tutti detenuti più grandi di me. All’inizio sembravano trattarmi bene ma poi le cose sono cambiate. Mi hanno iniziato a farmi fare i lavori più umili, come pulire la cella o fare il bucato. Ma nel carcere di Bergamo ci sono anche situazioni peggiori. Ci sono i cameroni, ovvero celle un po' più grandi, con dentro 12 o 15 persone oppure ci sono le salette che servono per il deposito attrezzi che quando il carcere è stracolmo di fanno dormire i detenuti. In quelle salette ci fanno stare fino a 12 detenuti, senza bagno e quindi senza potersi lavare. Io, ad appena 18 anni questo ho passato nel carcere di Bergamo. Ma al peggio non c’è mai fine. Un giorno, all’improvviso , mi hanno trasferito qui nel carcere dell’isola di Favignana, dove per la lontananza non posso fare i colloqui con i miei familiari. Come nel carcere di Bergamo anche in questo di Favignana non ci sono educatori o psicologi. Qui la parola rieducazione non ha significato. Inoltre le celle del carcere di Favignana sono messe 11 metri sotto il livello del mare e noi viviamo in piccole celle sepolti vivi.

Questa, caro Riccardo, è la detenzione per me. O meglio anche per me che ho solo 19 anni. A te Riccardo un grazie dal profondo del cuore'

 

Enrico, Massimo, Carlo, Uajet, Cornell e Tudarel dalla sezione G9 del carcere Rebibbia di Roma

'Caro Riccardo Arena, siamo un gruppo di detenuti rinchiusi in una cella del G9 di Rebibbia. La nostra cella che potrebbe ospitare 4 detenuti ne contiene invece 6 e sono tantissime le difficoltà che dobbiamo affrontare ogni giorno. Spesso qui nel carcere di Rebibbia vediamo entrare telecamere di varie emittenti ma gli fanno riprendere solo le celle sistemate e in ordine. Mai una telecamera entra in una cella che rispecchi la vera vita di un detenuto. Mai! Ecco la nostra cella , la nostra vita è una di quelle che in tv non vedrete mai. Siamo ammassati uno su l’altro. Le mura attorno a noi sono piene di muffa e l’intonaco cade a pezzi. E spesso in cella ci vengono a trovare gli scarafaggi.

La nostra salute è continuamente a rischio. Io stesso, scrive Massimo, mi sono preso la tubercolosi in carcere e non mi sembra poco. Con questo ti salutiamo e ti ringraziamo perché ascoltando la nostra voce ci fai sentire più liberi e più uomini.'

 

Vincenzo dal carcere di Bellizzi Irpino

'Caro Riccardo, la situazione qui nel carcere di Bellizzi Irpino è sempre più grave. Ora siamo costretti a vivere in 6 detenuti dentro una celletta di 7 metri quadri e non si può certo dire che stiamo bene. Rimaniamo sempre chiusi in cella, senza nessuna possibilità di migliorare il nostro presente. Spesso tra noi c’è qualcuno che sta male. Si chiama il medico ma non arriva mai nessuno. Nella cella da dove ti scrivo siamo tutti molto poveri e quindi siamo costretti a mangiare il vitto che passa il carcere. Ti dico solo che è un’ulteriore umiliazione. Spesso in cella ci guardiamo negli occhi e ci accorgiamo che ci fanno fare una vita molto peggiore di quella dei cani'.

 

Michele dal carcere di Voghera

'Caro Arena, mi trovo da poco nel carcere di Voghera. Fino a una settimana fa infatti ero nel carcere Opera di Milano. Devi sapere che io sono poliomelitico dalla nascita ma nonostante ciò il 7 giugno nel carcere di Opera sia io che dei miei compagni siamo stati malmenati. Tutto è nato da una discussione che un mio parente aveva con un agente. Io mi sono intromesso per spiegare come stavano le cose ma di tutta risposta l’agente mi ha chiuso tra il muro e il cancello della cella. Gli altri detenuti, sapendo delle mie condizioni e vedendomi trattato così hanno protestato e a quel punto gli agenti sono entrati nelle celle e ci hanno picchiato. Certo, lo sappiamo, l’umanità in questi luoghi non esiste ma come è possibile scagliarsi contro un disabile?'

 

Pino, Emanuele e Stefano dal carcere di Brucoli

'Caro Riccardo raccontarti come siamo costretti a vivere qui nel carcere di Brucoli non è facile, come non è facile ripensare a una dignità negata. Qui manca tutto anche l’acqua. Nelle nostre celle, dove passiamo tutta la giornata, l’acqua ci viene razionata per brevi periodi. Ci stupisce che il Governo spedisca aiuti umanitari in tutto il mondo, quando ce ne sarebbe tanto bisogno anche qui.

Al di là di come veniamo trattati in carcere ci teniamo dire che ci piacerebbe che il Governo faccia una riforma della Giustizia che sia veramente efficace. Diciamo questo sia per i colpevoli che per le vittime dei reati. Ormai è tutto un gran casino e in parlamento fanno finta di nulla'.

 

Giuseppe, dal carcere di Pisa

'Carcere di Pisa, martedì ore 20 e 58. Tra pochi minuti inizierà su Radio Radicale, Radio Carcere. Ore 21.00, la sigla: 'In nome del popolo italiano… clunch clunch'. Nei corridoi del carcere, nelle celle sovraffollate scende una calma apparente. Si spengono le tv. Perfino gli extracomunitari con la loro radiolina ascoltano Radio Carcere. Ogni cella diventa un centro partigiano, resistenza di uomini che anelano alla dignità. Radio Carcere come Radio Londra, quando all’ora giusta si ascoltavano notizie sulla guerra. Oggi come allora, se pur per motivi diversi, gli occhi di chi ascolta sono identici. Anche se sono occhi di chi sta nelle carceri. Sono gli occhi di chi è umiliato, vilipeso, abbandonato. Questa settimana non si parla di processo penale ma di indulto. Un argomento che Radio Carcere tratta meglio di tutti gli altri. La voce di Riccardo, senza illuderci, ci fa capire i tempi di 'questa' politica. Svela la miopia di chi è deputato. Poi è il turno della lista dei caduti.

Nel carcere di Prato, Giuda si è impiccato alle sbarre della cella. Nel carcere di Sollicciano, Barabba è deceduto nella notte dopo aver chiesto aiuto per ore. Nel carcere di Sulmona, è morto tale Gesù. Era incensurato eppure dicono fosse un sovversivo. Gesù pare sia morto per le percosse ricevute. Nel carcere di Secondigliano ci dicono che è morto Plinio il giovane, figlio del camorrista Plinio il vecchio. Pare che Plinio avesse un tumore alle ossa, ma le sue richieste di cure mediche erano sempre state respinte. I Farisei dicono che Plinio poteva benissimo essere curato nel centro clinico. Finisce così la lettura delle lettere. La voce di Radio Carcere ora è incrinata, noi capiamo cosa sente. Ma saluta e, testardo, ricorda il prossimo appuntamento di Radio carcere. A martedì prossimo. 'In nome del popolo italiano… clunch clunch..'. Nelle celle del carcere di Pisa si spengono le radioline. C’è brusio nei corridoi. Nessuno riaccende le televisioni. Dobbiamo riflettere, perché domani all’ora d’aria discuteremo su quello che si è detto a Radio Carcere'.

 

Fonte: www.radiocarcere.com

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