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L'effetto analgesico dell'innamoramento

Quando siamo innamorati vogliamo dirlo a tutti. Ci sentiamo euforici, energici, concentrati sull'amato ed in crisi di astinenza quando questi è assente, in una sorta di dipendenza. Abbiamo reclutato quindici studenti “pazzi d'amore” e a ciascuno di loro è stato chiesto...


del 18 febbraio 2013

        Una ricerca di alcuni studiosi della Stanford University di Palo Alto in California ha dimostrato che l’innamoramento ha un forte effetto analgesico. Il professor Sean Mackey, anestesista specializzato nella terapia del dolore, ha recentemente pubblicato sull’autorevole rivista Public Library of Science One uno studio in cui dimostra che le aree del cervello attivate da un amore intenso sono le stesse su cui agiscono molti farmaci analgesici.

          L’idea nacque alcuni anni fa dall’incontro con Arthur Aron, psicologo della State University di New York che da molti anni analizzava gli effetti dell’amore sui processi biochimici del cervello. Mackey e Aron confrontarono le proprie ricerche, rispettivamente sul dolore e sull’amore, e scoprirono che al centro di entrambi gli studi c’erano gli stessi circuiti cerebrali. “Ci siamo meravigliati”, ha detto Mackey. Fu l’inizio di un percorso sorprendente. Decisero di arruolare studenti nella prima fase del fidanzamento. Così, richiamati dai numerosi annunci affissi presso l’università, si presentarono nei loro laboratori molte coppie.

          “Quando sei innamorato – continua Mackey – vuoi dirlo a tutti. Ci siamo concentrati nella fase iniziale della relazione perché volevamo soggetti che si sentissero euforici, energici, concentrati sull’amato ed in crisi di astinenza quando questi era assente, in una sorta di dipendenza”. Sono stati così reclutati quindici studenti “pazzi d’amore”.

          A ciascuno di loro è stato chiesto di portare una foto e degli oggetti del proprio partner ed una foto di un’altra persona legata da semplice amicizia. L’esperimento è consistito nel sottoporre ogni partecipante ad una moderata sensazione di dolore indotta da uno stimolatore termico posto sul palmo della mano mentre il cervello veniva monitorato con Risonanza Magnetica Funzionale. La visione della foto del proprio innamorato riduceva fortemente la sensazione del dolore, cosa che invece non avveniva con le foto dei conoscenti. Il beneficio analgesico era tanto forte quanto tenere la mano del partner. La Risonanza Magnetica Funzionale ha dimostrato un’intensa attivazione di quest’area del cervello quando lo studente guardava la foto del proprio compagno.

          Lo stato di innamoramento influenza la risposta al dolore perché attiva la dopamina, un potente mediatore chimico che agisce sul Nucleus Accumbens, una struttura del cervello filogeneticamente molto antica. È lo stesso circuito neuronale che viene sollecitato quando vi è una sensazione di appagamento e piacere (ad esempio per la vincita di soldi o di una gara) o dall’azione degli oppiacei quali la morfina o la cocaina oppure dall’assunzione di cibi dolci. “Il Nucleus Accumbens – puntualizza il dottor Younger, uno dei ricercatori che ha partecipato allo studio – è la sede della dipendenza, ma anche della ricompensa che dice alle altre parti del cervello che si ha realmente bisogno di fare quello che si sta facendo”.

          È lo stesso coinvolgimento emotivo che “fa sì che un calciatore, anche dopo aver subito un infortunio doloroso, continua a giocare, magari dopo avere segnato un goal”. Anche con i test di distrazione (ad esempio impegnando il cervello in un calcolo matematico) si può determinare una riduzione della sensazione del dolore, ma l’effetto è assai modesto.” In questi casi – spiega Aron – i circuiti cerebrali che portano ad alleviare il dolore sono quelli cognitivi”. Si tratta dei circuiti della corteccia cerebrale, sviluppatisi molto più recentemente rispetto al Nucleus Accumbens, che, essendo assai antico e primitivo, opera invece nella sfera istintiva.

          Questo studio apporta un ulteriore contributo di approfondimento alla conoscenza del nostro cervello, l’opera più evoluta del Creato, che possiamo considerare, con le sue parti “antiche e recenti”, come una grande orchestra al servizio della nostra mente e del nostro spirito.

 


di Bruno Brundisini

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